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Caterina Guzzanti ha passato tante estati della sua giovinezza nella casa di famiglia a Favignana, l’isola più grande delle Egadi, l’arcipelago che si snoda davanti alla costa occidentale della Sicilia. Mare, sole, libertà, natura selvaggia e, sulla vetta più alta a 300 metri sul pelo dell’acqua, il maestoso Castello di Santa Caterina ormai famoso in tutto il mondo per aver ospitato le riprese dell’Odissea di Nolan. Ma un’estate è rimasta più impressa delle altre nella mente dell’attrice romana: quella del 2014, quando lei aspettava il figlio Elio e decise di trascorrere buona parte della gravidanza sull’isola. Da maggio a settembre, mentre la pancia cresceva parallelamente alla consapevolezza di entrare in una fase nuova della vita, Caterina rimase a Favignana. Era il luogo “dell’anima” dove aveva diviso con i fratelli Sabina e Corrado, attori come lei, tante stagioni nella loro casa a Cala Stornello, paradiso dei sub, ribattezzata dagli abitanti dell’isola “Cala Guzzanti”.
Come trascorrevano le sue giornate di mamma in attesa?
«Esattamente come quelle che avevano scandito le mie estati precedenti. Scalza, senza orari, perennemente in costume e pareo, mi divertivo a esplorare l’isola che nei mesi caldi si riempie di turisti ma può regalarti emozioni esclusive e percorsi non battuti anche a Ferragosto. Puoi avventurarti, ad esempio, in una cava di tufo deserta da cui esplode all’improvviso l’azzurro del cielo e del mare».
Non osservava, date le sue condizioni, una prudenza speciale?
«Macché. Andavo in motorino, guidavo il gommone, mi arrampicavo sulle rocce, mi tuffavo. Ho avuto una gravidanza avventurosa e, se ci penso col senno di poi, piuttosto scapestrata. Ho fatto delle cretinate che potevo risparmiarmi, e per cui ho rischiato di dover chiamare l’elisoccorso… Ma ero così felice di aspettare un bambino che non avevo paura di niente».
Un momento di particolare emozione?
«La prima volta che sentii Elio muoversi dentro di me. Stavo mangiando il pane cunzato, il cibo “povero” dei siciliani a base di pagnotta, olio, pomodorini e formaggio, e ho avuto la certezza che sarebbe piaciuto anche a lui».
È stato così?
«No, mio figlio non va pazzo per quella pietanza, ma prima che nascesse mi piaceva credere che l’avrebbe gradita proprio come me».
Qual era il suo stato d’animo in quell’estate?
«Mi sentivo come se dovessi rimanere a Favignana per sempre. L’isola mi pareva il luogo più naturale in cui far nascere una famiglia. Durante quella mia ultima estate da ragazza, sapevo che molte cose sarebbero cambiate. E proprio per questo cercavo di mantenere il più possibile intatta la mia identità avventurosa, insofferente alla routine, indisciplinata».
E ci è riuscita?
«In parte credo di sì, anche se pensavo che avrei affrontato la maternità in modalità più… free-style. Invece mi sono piegata alla routine, come tutte le mamme che hanno un bambino piccolo. Non c’è altro da fare, soprattutto quando devi affrontare i problemi quotidiani come le colichette».
Chi le faceva compagnia in quei mesi?
«Le mie amiche. Mi coccolavano, mi accompagnavano a fare i tuffi, a girare l’isola, ad esplorare le grotte. Nessuna di loro aveva figli, perciò il mio Elio in arrivo era il bebé di tutte. Man mano che la pancia cresceva rivelando la presenza di una creatura sconosciuta, io lo chiamavo Elien. Da sdraiata, mi faceva una certa impressione vedere quella massa in movimento. Ma che indescrivibile felicità».
E gli abitanti di Favignana seguivano la sua gravidanza?
«Certo, erano tutti molto affettuosi e premurosi mentre l’isola si riempiva di gente. Figuriamoci adesso, dopo il successo globale dell’Odissea che, a quanto ho letto, produrrà un indotto di 250 milioni di dollari sul turismo. Pensare che nel 2002, l’anno in cui scoprii Favignana, c’erano in tutto quattro ristoranti e un bar con la musica. Oggi l’isola è affollatissima, caotica e immagino che in futuro lo sarà ancora di più».
Che effetto le ha fatto vedere nel film di Nolan il Castello di Santa Caterina?
«Mi ha emozionata, perché ci ho passato la giovinezza. Ne conosco benissimo ogni anfratto, a cominciare dalla micidiale scalinata che gli attori hanno dovuto percorrere ogni giorno, ammazzandosi du fatica, per accedere al set. Il Castello, che nel film raffigura la casa di Penelope a Itaca, per giovani e anziani è sempre stato il luogo giusto dove andare a guardare le stelle e a baciarsi, magari portandosi dietro due birrette. E dove spesso soffia forte il favonio, il vento caldo dell’ovest che ha dato il nome all’isola».
Quando è tornata a Roma, al settimo mese di gravidanza, come si è sentita?
«L’isola mi mancava con la sua libertà assoluta scandita da pochissimi impegni: comprare il pesce, andare a prendere qualcuno al porto, cenare qualche volta al ristorante. Ho dovuto riabituarmi alla vita di città».
Ha poi portato suo figlio a Favignana?
«Certo, da quando era piccolino. Là imparava ad andare in bici e faceva il bagno della piscina gonfiabile, assaporando quel senso di libertà e la vita selvaggia che a me piaceva tanto. Elio ricorda ancora la casa di famiglia che non abbiamo più. E con lui bambino ho riscoperto il gusto di andare in spiaggia».
Che cosa ha rappresentato quell’estate di 12 anni fa?
«Il momento in cui stava cambiando tutto e io cercavo di non far cambiare nulla, scondo la filosofia del Gattopardo, portando il mio modo di essere all’interno dell’esperienza della maternità. Quell’estate ha segnato un passaggio di vita per me importantissimo.
Ed è stata una stagione molto dolce, tenera, per quanto possibile spensierata».
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