Il trial australiano STAREE chiarisce una questione che per troppo tempo è rimasta in una zona di incertezza: iniziare una statina dopo i 70 anni, in una persona che non abbia mai avuto un infarto o un ictus, può ridurre in modo rilevante gli eventi cardiovascolari. Ma occorre precisare subito ciò che lo studio dimostra e ciò che, viceversa, non consente di affermare. Ridurre il rischio cardiovascolare non significa necessariamente prolungare la vita, impedire la demenza o preservare la persona da ogni forma di disabilità.
La distinzione è essenziale, perché intorno alle terapie preventive si producono spesso due errori opposti. Da un lato si può ritenere che, raggiunta una certa età, la prevenzione farmacologica non abbia più utilità; dall’altro si può trasformare un beneficio documentato in una promessa generale di longevità. I risultati disponibili non giustificano né la rinuncia né il miracolismo. Indicano piuttosto una strada precisa: valutare il rischio individuale e intervenire laddove il vantaggio atteso sia superiore agli effetti indesiderati.
Lo studio ha coinvolto 9.971 persone di almeno 70 anni, senza precedenti di malattia cardiovascolare, diabete o demenza. I partecipanti, con un’età media di 74,7 anni e in maggioranza donne, sono stati assegnati in modo casuale ad atorvastatina, alla dose di 40 milligrammi al giorno, oppure a placebo. Si tratta di uno studio randomizzato e in doppio cieco, cioè costruito per confrontare i due gruppi limitando il più possibile condizionamenti e distorsioni. Non siamo dunque di fronte a una semplice osservazione ricavata dalle cartelle cliniche, ma a una sperimentazione pensata specificamente per una popolazione poco rappresentata nei grandi trial precedenti.
Dopo un periodo mediano di osservazione di 5,9 anni, un evento cardiovascolare maggiore — morte cardiovascolare, infarto non fatale, ictus o rivascolarizzazione coronarica — si è verificato nel 6% delle persone trattate con atorvastatina e nell’8,3% di quelle che avevano ricevuto placebo. La riduzione relativa del rischio è stata del 30%. È un dato importante, purché venga spiegato correttamente.
In termini assoluti, infatti, la differenza fra i due gruppi è di 2,3 punti percentuali. Ciò significa che occorre trattare circa 43 persone per quasi sei anni per evitare un evento cardiovascolare maggiore. Non significa, come una lettura superficiale potrebbe suggerire, che una persona su tre venga sottratta all’infarto grazie alla statina. Significa invece che la terapia riduce una probabilità che, con l’avanzare dell’età, acquista un peso crescente. La corretta informazione sui numeri non ridimensiona il risultato: lo rende comprensibile e permette di trasferirlo responsabilmente nella pratica clinica.
Il secondo interrogativo posto dai ricercatori era più ampio: la prevenzione di infarti e ictus consente anche di vivere più a lungo senza demenza o disabilità fisica persistente? In questo caso la risposta non è risultata conclusiva. L’esito composto da morte, demenza o disabilità ha interessato il 12,8% del gruppo atorvastatina e il 13,6% del gruppo placebo; la differenza non ha raggiunto la significatività statistica, vale a dire che non è stato possibile dimostrare con sufficiente certezza che non fosse dovuta al caso.
Perché un beneficio cardiovascolare netto non si è tradotto in un prolungamento dimostrabile della vita libera da disabilità? Una spiegazione indicata dagli stessi ricercatori è che circa l’80% dei decessi osservati fosse attribuibile a cause non cardiovascolari. Proteggere il cuore e la circolazione cerebrale modifica dunque una componente importante del rischio, ma non può governare tutte le malattie e tutti i processi che determinano salute, autonomia e sopravvivenza nell’età avanzata. Una statina è uno strumento di prevenzione cardiovascolare, non una terapia contro l’invecchiamento.
A questo punto le conseguenze operative possono essere ordinate lungo tre direttrici. Innanzitutto, l’età anagrafica, da sola, non appare una ragione sufficiente per escludere l’inizio della terapia. In secondo luogo, il beneficio medio osservato nello studio non autorizza una prescrizione indiscriminata. Infine, la decisione deve considerare il rischio cardiovascolare della singola persona, le altre malattie, i farmaci già assunti, la fragilità e le sue preferenze.
Questa prudenza è necessaria anche perché gli eventi avversi muscolari, epatici e correlati al diabete sono risultati più frequenti fra le persone trattate con atorvastatina. Gli eventi avversi gravi complessivi sono stati tuttavia poco comuni e identici nei due gruppi, con una frequenza del 2,7%. Il compito del medico non è quindi scegliere astrattamente fra un farmaco “buono” e un farmaco “pericoloso”, bensì valutare, insieme alla persona, il rapporto concreto fra beneficio e rischio.
STAREE sposta il baricentro delle conoscenze: mostra che la prevenzione primaria con atorvastatina dopo i 70 anni può produrre un beneficio cardiovascolare clinicamente rilevante, pur senza dimostrare una maggiore sopravvivenza libera da demenza o disabilità. Ciò non toglie valore alla terapia; ne definisce con maggiore precisione la funzione.
Credo che proprio questa sia la lezione più utile. La buona medicina non promette di arrestare il tempo e non rinuncia a intervenire soltanto perché il paziente è anziano. Informa, valuta, personalizza. Non una scorciatoia verso una vecchiaia immune dalla malattia, dunque, ma una prevenzione fondata sulle prove, capace di proteggere la salute senza sacrificare alla speranza il dovere della razionalità.

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Zoungas S, et al. Atorvastatin, Cardiovascular Events, and Disability-free Survival in Older Adults. New England Journal of Medicine. 2026. DOI: 10.1056/NEJMoa2607314.

