di
Roberta Scorranese
In Sicilia un doppio appuntamento con il colombiano morto nel 2023
A metà degli anni Quaranta del secolo scorso, in un sobborgo di Medellín, un bambino disse alla madre: «Voglio fare l’artista». La donna, indurita dai bisogni materiali, rispose secca: «Morirai di fame». Fu allora che quel bambino decise che sarebbe diventato un artista al pari di Raffaello e di Michelangelo. Si chiamava Fernando Botero, diventerà famoso come i grandi del Rinascimento che amava ed avrà una lunga vita, costellata di successi ma anche di critiche feroci, come si conviene a un artista vero. Ma perché il colombiano più famoso nel mondo ancora oggi divide sia la critica che i semplici appassionati d’arte?
Il doppio appuntamento siciliano che lo vede protagonista fino al 31 ottobre (le mostre Fernando Botero. L’incanto del Mito nel Parco della Valle dei Templi di Agrigento e nel Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo c’è invece Fernando Botero. Il peso dei sogni) è l’occasione per ripercorrere la sua storia, iniziata proprio con quella risposta materna. Perché se Botero è diventato celebre (ma anche criticato) per le sue serafiche figure espanse, dietro c’è una cosa molto semplice e precisa: la sua straordinaria conoscenza delle tecniche pittoriche e uno smisurato amore per l’arte antica.
Se infatti osserviamo uno dei quadri esposti a Palermo, Equilibriste, notiamo un dettaglio: le sue figure non sono pesanti, ma leggerissime, sembrano galleggiare nell’aria sorrette da una bellezza che si espande senza volgarità. All’origine, insomma, c’è una solida conoscenza del senso dell’armonia e delle proporzioni, la somma lezione di Raffaello. Le sue donne sono rotonde e quasi aeree, figure strappate a un sogno. I suoi toreri non hanno nulla di aggressivo, paiono quasi gentili verso gli animali.
È proprio questa la grandezza dell’artista colombiano nato nel 1932 e morto nel 2023 nel Principato di Monaco: un misterioso equilibrio tra volumi espansi e leggerezza, uno stile che lui costruì tassello dopo tassello, attraverso un lavoro umile e durissimo. In Italia rimase folgorato: Giotto, Mantegna. Studiando l’armonia delle figure rinascimentali, eredità della cultura classica, capì che da decenni l’idea di volume era scomparsa: il Novecento era fatto di immagini bidimensionali. Allora riformulò l’idea di antico, riprendendo le figure di Piero e di Rubens, ma rendendole più leggere, liriche, quiete. Il mito di Botero nacque qui. E pazienza se i detrattori parlano di «astuto marketing»: il suo candore attraversa i decenni senza macchia.
rscorranese@corriere.it
29 agosto 2026
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