di
Virginia Nesi

La docente Carmen Aina: «Il caldo fa aumentare l’aggressività, in estate si registra un picco di richieste d’aiuto»

Titolo: «Burning Rage: How Heat Shapes Gender-Based Violence». Traduzione: «Rabbia ardente: come le alte temperature influenzano la violenza di genere». In 56 pagine, tre docenti italiani hanno dimostrato che il caldo può alimentare conflitti e richieste d’aiuto. Lo studio, ultimato quest’anno, lo firmano Carmen Aina, professoressa di Politica economica all’Università del Piemonte Orientale; Lavinia Parisi, professoressa di Economia politica all’Università degli Studi di Salerno; e Matteo Picchio, professore di Economia Politica all’Università Politecnica delle Marche. Sono loro che per mesi hanno incrociato le chiamate delle donne in difficoltà al numero nazionale antiviolenza 1522; i femminicidi censiti nei report dell’associazione Casa delle donne di Bologna con le informazioni metereologiche e atmosferiche del programma europeo Copernicus. 

Il campione: 109 province italiane, circa 55.900 osservazioni settimana per settimana, dal 2013 al 2022. Risultato: «Troviamo una relazione tra temperature elevate e due indicatori di violenza contro le donne: le richieste di aiuto al 1522 e i femminicidi», precisa Carmen Aina al Corriere. 



















































L’economista del lavoro aggiunge: «I dati preliminari Istat del 2025 ci dicono che 6,4 milioni di donne tra 16 e 75 anni hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale. Allo stesso tempo, nei Paesi mediterranei, Italia compresa, l’esposizione a temperature elevate è destinata ad aumentare. Ci siamo quindi chiesti se il caldo possa rappresentare un ulteriore fattore di rischio, capace di aggravare situazioni di vulnerabilità già esistenti».

Il caldo è un’aggravante?
«Sì, può esserlo. Anche in un Paese ad alto reddito come il nostro, il caldo, che è un elemento di stress ulteriore, emerge come un possibile amplificatore del rischio. Il nostro studio osserva cosa accade nella stessa provincia quando, in una determinata settimana, le temperature sono più elevate rispetto a quanto è abituale in quel territorio e in quel periodo dell’anno».

Che cosa accade?
«In questo contesto, quando la media settimanale delle temperature massime supera i 28 gradi, stimiamo un tasso di chiamate al 1522 circa del 19–21% più alto rispetto alle settimane comprese nella fascia di riferimento tra 6 e 8 gradi».

È un segnale rilevante.
«Sì, ma da interpretare con cautela: le chiamate misurano il ricorso al servizio, non direttamente il numero degli episodi di violenza».

Con l’aumentare delle temperature, crescono i femminicidi?
«Sopra i 30 gradi di massima media settimanale stimiamo un aumento del rischio di femminicidio rispetto alla fascia termica di riferimento. Ma è un dato che va letto con prudenza, sono eventi statisticamente molto rari. Le proiezioni climatiche indicano una crescente esposizione al caldo, soprattutto nell’area mediterranea. I risultati mostrano che gli stress climatici possono entrare anche nel disegno delle politiche di prevenzione e supporto».

A partire da questi dati, che cosa proporrebbe?
«Il primo passo è considerare il caldo anche nella programmazione della prevenzione. Nei periodi di temperature elevate possiamo rafforzare l’informazione sul 1522 e sui servizi disponibili, aumentare l’attenzione delle reti territoriali e predisporre una maggiore capacità di risposta alle richieste d’aiuto».

Faccia un esempio.
«Quando vengono diffuse le indicazioni per affrontare le giornate più calde, si potrebbe incorporare anche un messaggio sociale: ricordare che il 1522 è attivo 24 ore su 24 e rendere più visibili i servizi disponibili sul territorio. Dovremmo pensare a politiche trasversali, mettendo in comunicazione prevenzione climatica, sanità, servizi sociali e rete antiviolenza».

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Clina

29 agosto 2026