di
Marina Visentin

Il racconto dell’estate della scrittrice che, con un braccio rotto, non può guidare e allontanarsi dalla città. Da un quadro appena scoperto ai ricordi di famiglia: «Sollievo durante un agosto difficile»

Odio l’estate. Agosto, soprattutto. In special modo a Milano.
Ma ho un braccio rotto, non posso guidare. E i treni li odio, quasi quanto l’estate.

Quando la fuga è impossibile, tanto vale rassegnarsi, chiudo porte e finestre e alzo al massimo l’aria condizionata. Resisto due giorni, prima di strisciare fuori in cerca di qualcosa che somigli a una terra promessa.
Gironzolo incerta, rasente ai muri, nelle viuzze del centro c’è ancora qualche brandello di ombra. Mi ritrovo davanti alla Pinacoteca di Brera, l’ingresso è al primo piano. Una fatica minima, subito ripagata dall’aria fresca che mi avvolge.



















































Mi aggiro per le sale silenziose della Pinacoteca, senza sapere cosa guardare. Dopo la cupa e luminosa Cena in Emmaus di Caravaggio, con il Cristo risorto che fatica a farsi riconoscere dai soliti discepoli distratti, inciampo in un’Ultima Cena di un autore a me ignoto: Daniele Crespi. È verticale, stramba; somiglia al cenacolo vinciano, ma come se avessero malignamente ristretto la prospettiva. È sormontata da un cartiglio, allusione alla manna che cade dal cielo. La terra promessa dove scorrono latte e miele?
E mi viene in mente mia madre. A ogni raffreddore, mal di gola, accenno di influenza, come un rintocco di una campana a morto: ci vuole il miele! L’odiato miele, stucchevole, appiccicoso, insistente.

Faceva la sua comparsa a dense cucchiaiate aggressive, che si tuffavano nel latte e agitavano appena la superficie bianca, venandola di una bava dorata che velava la parete fragile del bicchiere.
L’intruglio era bollente, e guai a farlo raffreddare, pena la perdita di ogni virtù taumaturgica. Bisognava berlo subito, a piccoli sorsi, soffiando in continuazione per non scottarsi. Le istruzioni per l’uso erano tanto nette quanto contraddittorie: bevilo bollente, ma non ti scottare. E come si fa?
Niente di più facile, secondo mia madre. L’inevitabile corollario, ogni volta, era l’amara constatazione di un piccolo fallimento.

L’unica scelta che avevo era come fallire: ingoiare il latte caldissimo e scottarmi, oppure evitare l’ustione ma berlo tiepido. Due modi ugualmente sbagliati, agli occhi di mia madre. Con il primo mi dimostravo ubbidiente ma incauta, maldestra, inadeguata; con il secondo confermavo la mia invincibile predisposizione alla ribellione, potevo sì sentirmi meno stupida, ma il prezzo da pagare era la rinuncia a un pezzetto (ogni volta un po’ più grande) del cuore della mamma.

Sì, perché ogni volta che disubbidivo il cuore della mamma sanguinava e andava in pezzi, e l’unico modo per impedirlo era ottenere il suo perdono.
Non so dire chi me l’avesse messa in testa, questa idea orribile. Non credo mia madre. Non mi raccontava favole crudeli né si divertiva a mettermi paura. Forse era annoiata dai miei capricci di bambina e tentava di farmi smettere, per conquistare un po’ di pace per le sue amate letture, alzando muri di silenzio davanti alle mie petulanti richieste e tenendomi a distanza. Non che sia bello, per una bimba, sentirsi tenuta a distanza dalla mamma, però una madre crudele è molto peggio.

E temo che mia madre avesse avuto proprio questo in sorte: una madre, mia nonna Ada, che della durezza aveva fatto la sua bandiera. Di lei non ricordo carezze o sorrisi, ma solo una ragnatela di regole, in cui tutti erano destinati a impigliarsi, e al cui interno io, la sua unica nipote, sempre guardata a vista — se dovessi sintetizzare la mia infanzia in un’immagine, dovrei scegliere questa — rischiavo sempre di soffocare.
Come soffocherò tra poco, all’uscita dal museo, schiacciata dal caldo milanese, denso e dolciastro come l’odiato latte e miele.


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30 agosto 2026