di
Paola Di Caro

La linea è chiara: quello che conta sono i fatti, e le parole che definiscono la linea del governo sono affidati ai titolari della politica estera, non ad altri

Chiudere il caso il prima possibile. Abbassando i toni e cercando di minimizzare le parole di Salvini, per evitare uno scontro interno alla maggioranza — trattandosi pur sempre del vicepremier —, e per non mettere altra carne al fuoco nei rapporti non sempre facili con la Francia, che va invece rassicurata.

In pubblico, né la premier né il ministro degli Esteri hanno commentato l’uscita improvvida del leader leghista su Macron, quel suo «si attacchi al tram» che ha fatto infuriare i francesi. Che la posizione italiana sia contraria all’invio di contingenti militari in Ucraina in questa fase — semmai solo come forze di peacekeeping in una missione Onu ad accordi raggiunti, un futuro lontano insomma — lo hanno detto più volte e a chiare lettere sia Giorgia Meloni sia Antonio Tajani. Ma appunto, c’è modo e modo. Dal governo anzi si è anche accennato alla possibilità che altri Paesi, se vogliono, inviino le loro truppe, ma l’Italia non lo farà. Punto.



















































Bastava questa posizione per sottolineare le differenze fra i Volenterosi, ma Salvini ha voluto metterci il carico. E la premier e il ministro degli Esteri hanno istruito l’ambasciatrice italiana chiamata a giustificare l’uscita del vicepremier su cosa dire: «Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri hanno un dialogo frequente e intensissimo con Macron e il ministro Barrot. La politica estera la fanno premier e ministro degli Esteri».

Insomma, la linea è chiara: quello che conta sono i fatti, e le parole che definiscono la linea del governo sono affidati ai titolari della politica estera, non ad altri. Tajani d’altronde lo ripete spesso, ancora tre giorni fa in un’intervista al Corriere in cui replicava a Salvini è stata recapitata in Francia. E ha affidato a Deborah Bergamini l’incarico di ribadirlo. Lui peraltro ha sempre detto di avere «ottimi rapporti» con il suo omologo e il presidente francese, al di là di posizioni che possono essere diverse. Proprio ieri ha parlato con Barrot e il collega tedesco, in vista del G7 dei ministri degli Esteri di oggi sull’Ucraina, e ha chiaramente anche affrontato il caso Salvini, assicurando che oggi a Rimini ribadirà la linea la vicinanza e l’amicizia con la Francia, per chiudere definitivamente un caso spinoso.

Da Palazzo Chigi c’è ufficialmente silenzio, se irritato o no è da capire. Si cerca appunto di chiudere la faccenda senza strascichi. Non sembra che Salvini e Meloni si siano sentiti, e Meloni con chi ha parlato ha detto che «non si è occupata» della vicenda. Come a voler dire che sono cose non centrali in questo momento, non è la sua preoccupazione principale quella di cosa dice Salvini.

Minimizzare dunque, chiudere, senza poter bacchettare l’alleato in pubblico perché provocherebbe troppi problemi. Certo è che in questa fase, con l’Europa in condizione di debolezza e appena uscita da un vertice con Trump dove invece si è mostrata un’unità che non può e non deve essere incrinata, bisogna evitare di aprire nuovi fronti, al di là dei rapporti non sempre facili con i partner di peso. Come è la Francia, appunto.


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24 agosto 2025