Attacco al deposito di armi: strage alle porte di Kiev. La furia di Zelensky: «Gravi negligenze da parte nostra»
(Marta Serafini) Era già successo poche settimane fa a una manciata di chilometri di distanza. Un drone russo ha centrato un deposito di armi nel villaggio di Myla, nel distretto di Bucha, alle porte di Kiev, provocando una strage: almeno 37 morti, oltre quaranta feriti, almeno quattro dispersi, case danneggiate, evacuazioni e soccorsi andati avanti per ore tra incendi e detonazioni successive. Il magazzino colpito custodiva, secondo le autorità ucraine, munizioni, mine, droni e altro materiale esplosivo. Un obiettivo militare, dunque, ma collocato in un’area abitata. In particolare la maggior parte delle vittime erano residenti di una casa di riposo per anziani che si trovava nelle vicinanze. L’attacco, inoltre, non si è esaurito in un solo momento. L’allarme e le esplosioni sono andati avanti per ore: prima il raid, poi gli incendi, quindi le deflagrazioni secondarie del materiale custodito nel deposito, che hanno reso più difficile l’intervento dei soccorritori e prolungato l’emergenza ben oltre l’impatto iniziale. È una dinamica che spiega anche l’alto numero di vittime e la gravità dei danni nell’area circostante.
In questo quadro pesa anche il tipo di mezzo usato da Mosca. Sempre più spesso la Russia impiega droni a propulsione, velivoli più veloci e con un profilo diverso rispetto ai droni lenti di fabbricazione iraniana. Sono apparecchi che possono rendere più difficile l’intercettazione e che si prestano meglio a colpire obiettivi puntuali e sensibili, come infrastrutture, magazzini e snodi logistici.
Quello di Myla non è un episodio isolato, ma il secondo caso nel giro di poco più di un mese e a una ventina di chilometri di distanza. A luglio era già successo a Vyshneve, sempre alle porte di Kiev, dove un altro attacco contro un deposito di munizioni aveva provocato vittime e gravi danni alle abitazioni. Su quel caso la magistratura ucraina ha aperto un’inchiesta per accertare eventuali negligenze nelle modalità di stoccaggio del materiale esplosivo vicino ai centri abitati. A Kiev, e non solo a Kiev, la presenza di depositi militari in zone densamente popolate sta diventando un problema sempre più visibile.
La reazione più dura è arrivata da Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino ha parlato apertamente di «grave negligenza», sottolineando che quel deposito non avrebbe dovuto trovarsi in quel punto e ordinando accertamenti sulle responsabilità.
Sul piano operativo, il raid si colloca in un quadro che a Kiev viene letto come sempre più minaccioso. A evocarlo è stato Pavlo Palisa, vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino e figura che segue da vicino i dossier militari e di sicurezza. È lui ad aver sostenuto che Vladimir Putin avrebbe ordinato di pianificare operazioni su Kiev e Chernihiv, cioè sul nord del Paese e sulla direttrice della capitale. In quest’ottica l’attacco a Myla appare non come un episodio isolato ma come un tassello di una pressione più ampia: colpire depositi, logistica e infrastrutture militari attorno a Kiev, aumentando insieme l’impatto psicologico e la vulnerabilità civile.
In parallelo Putin ha ricevuto Alexander Lukashenko a Novo-Ogariovo, la residenza presidenziale fuori Mosca, per una visita che il Cremlino ha definito informale ma che cade in una fase di strettissimo coordinamento tra Russia e Bielorussia. Il presidente russo ha rivendicato la crescita della cooperazione economica tra i due Paesi, parlando di un interscambio arrivato lo scorso anno a quasi 52 miliardi di dollari e cresciuto ancora nel primo semestre. Ma il significato dell’incontro va oltre i numeri: mentre a nord di Kiev si concentrano nuovi timori, l’asse Mosca-Minsk viene ribadito come un blocco politico e strategico pienamente operativo.
C’è infine il riflesso europeo di questa fase della guerra. Secondo Politico , il cancelliere tedesco Friedrich Merz si prepara ad attribuire alla Russia la responsabilità del tentato attacco con drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle e ad annunciare nuove sanzioni. Secondo le ricostruzioni, il drone avrebbe dovuto colpire un cargo Antonov ucraino impiegato anche per il trasporto di equipaggiamento militare.
Se Berlino formalizzerà davvero questa accusa, il significato politico sarà netto: la pressione russa non verrà più letta soltanto come minaccia sul fronte ucraino, ma come fattore diretto di destabilizzazione della sicurezza europea. E altrettanto netto è l’avvertimento del premier polacco Donald Tusk dopo un colloquio col segretario della Nato Mark Rutte. «L’escalation russa sta progredendo», ha commentato. «E i prossimi sei mesi saranno decisivi» .