Rimini, 30 agosto 2026 – Simona Ventura, 61 anni, giornalista e conduttrice televisiva, originaria di Bentivoglio (Bologna). Giovanni Terzi, 62 anni, giornalista e scrittore milanese. Si sono sposati il 6 luglio 2024 al Grand Hotel di Rimini. Dal 2019 la città malatestiana è il loro luogo del cuore per le vacanze di agosto. Ventura e Terzi tornano oggi per raccontarci un’altra tappa del loro viaggio a Rimini, la città che li ha uniti. Dall’iniziativa “La Terrazza della Dolce vita” alle vacanze trascorse con figli e genitori. Settimana dopo settimana, sveleranno tutte le bellezze di Rimini fino alla fine dell’estate. 

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Sul molo di Rimini c’è un locale che si chiama Rockisland, e ogni volta che ci vado, guardando il mare da quella palafitta sospesa, penso alla stessa follia: un ingegnere bolognese di nome Giorgio Rosa, che nel 1968 lì vicino, a undici chilometri da riva, ci proclamò uno Stato. Una storia che tanti hanno riscoperto grazie al film L’Incredibile storia dell’Isola delle rose di Sydney Sibilia, ma che io mi porto dentro da prima. Sì, uno Stato vero, o quasi. Quattrocento metri quadrati d’acciaio, piloni piantati nel fondale, e la faccia tosta di dichiarare l’indipendenza dall’Italia il primo maggio 1968, con tanto di banchetto ufficiale: nasce la Repubblica Indipendente dell’Isola delle Rose.

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Bandiera, francobolli con valuta propria (il Mill), e come lingua ufficiale l’esperanto, scelta apposta per non essere di nessuno. Vi immaginate la faccia di Roma? Un buco di sovranità in mezzo all’Adriatico, cinquecento metri fuori dalle acque territoriali. Cominciano a girare leggende assurde: un casinò, una radio pirata, perfino spie sovietiche.

La storia dell’Isola delle Rose

Mai provato niente, ma bastano a far salire la tensione. E lo Stato italiano non aspetta: due mesi, il 25 giugno arrivano Capitaneria di Porto e Guardia di Finanza e bloccano tutto. Nessuno entra, nessuno esce. Rosa prova a difendersi in tribunale.

Sul molo di Rimini c’è un locale che si chiama Rockisland

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Perde, ovviamente. A febbraio del ‘69 la Marina Militare fa brillare l’esplosivo sulla piattaforma. È qui la parte che mi diverte di più: quella cosa resiste. Resiste al primo carico, resiste al secondo. E alla fine, non è la dinamite a piegarla, ma una burrasca, settimane dopo, il 26 febbraio. Il mare, non l’uomo, chiude la storia.

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Ci penso spesso: due mesi, un’idea sola, e mezzo mondo a parlarne ancora oggi. Ed è bello che questa storia continui ancora a girare tra chi non la conosceva. Magari qualcuno viene apposta a Rimini per questo. E allora quando passo lì, al Rockisland, con la musica che sale dal molo e il sole che scende sull’acqua, penso sempre alla stessa cosa: che la vera follia romagnola non è mai stata arrendersi prima di provarci. Nemmeno quando, alla fine, a vincere è il mare.