L’incontro ad Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin aveva come obiettivo quello di porre le basi per una futura pace in Ucraina, mettendo fine al conflitto scoppiato nel febbraio 2022 dopo l’invasione russa. Solo in un secondo momento sono stati coinvolti il presidente Ucraino Volodymyr Zelensky e l’Unione Europa: come ha visto quest’ultima i colloqui tra Usa e Russia? Quale ruolo si aspetta di giocare nella complicata partita in corso su scala globale?

Lo abbiamo chiesto agli europarlamentari bergamaschi Lara Magoni (Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei) e Giorgio Gori (Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo).

Secondo lei, quali sono i segnali più importanti emersi dai colloqui di Anchorage e, soprattutto in un’ottica europea, dal successivo vertice alla Casa Bianca tra i leader continentali, Trump e Zelensky?

Lara Magoni: I vertici hanno rappresentato un passaggio positivo e tutt’altro che scontato, aprendo, dopo oltre tre anni di conflitto, i primi veri spiragli di dialogo. Come sottolinea Giorgia Meloni, la chiave resta l’unità del mondo occidentale: senza compattezza e senza il sostegno determinante degli Stati Uniti non è possibile garantire pace e sicurezza durature. Grazie a questa coesione, si può costruire una prospettiva solida e credibile sia per l’Ucraina sia per l’intera Europa.

Giorgio Gori: L’incontro in Alaska tra Trump e Putin è andato aldilà delle peggiori aspettative. Putin ha ottenuto tutto ciò che voleva: nessun impegno sul cessate il fuoco, quindi tempo per continuare a bombardare l’Ucraina, disponibilità a considerare il riconoscimento alla Russia di ampie porzioni di territorio ucraino e, soprattutto, una totale riabilitazione simboleggiata dall’accoglienza principesca che il presidente americano gli ha riservato. Difficile immaginare un esito più negativo. Al confronto del quale l’incontro alla Casa Bianca è servito a bilanciare almeno in parte il risultato. L’atteggiamento di Trump nei confronti di Zelensky è stato nettamente più cordiale di quanto non fosse stato in occasione del loro precedente incontro; si è ragionato delle garanzie che Stati Uniti ed Europa potrebbero offrire a tutela della sicurezza dell’Ucraina, una volta che si riuscisse a far tacere le armi; e in tutto questo, forse per la prima volta, si è avuta l’impressione che la rappresentanza europea schierata a fianco di Zelensky avesse un qualche peso nella vicenda.

⁠Quanto è vicina la pace in Ucraina? Putin vuole trovare un’intesa? Quale potrebbe essere la sede di un trilaterale Trump-Putin-Zelensky?

M: Siamo solo all’inizio di un lungo percorso che si auspica possa portare a una pace definitiva. Attualmente la Russia controlla circa il 75% delle quattro province orientali autoproclamate annesse, ma sul terreno la situazione è in stallo, condizione che potrebbe favorire l’avvio di negoziati. Tuttavia, Putin ambisce a ottenere il 100% di questi territori in cambio della cessazione delle ostilità, richiesta che gli ucraini non sono disposti ad accettare.
Si tratta di un percorso complesso e che richiederà tempo. Diverse opzioni sono allo studio per la sede di un possibile vertice trilaterale, cercando un luogo che risulti accettabile per tutte le parti coinvolte.

G: Non siamo purtroppo alla vigilia della pace e neppure di una sospensione delle ostilità, per la semplice ragione che Putin non vuole né l’una né l’altra. A Putin la guerra serve perché è essenziale per il mantenimento del suo potere. Finge il contrario solo per guadagnare tempo e per evitare che Trump prenda troppo nettamente le parti dell’Ucraina, ed evitare nuove sanzioni. Non so quindi dove potrebbe tenersi l’ipotizzato vertice a tre, ma dubito fortemente che possa portare a sviluppi positivi.

⁠Come valuta la posizione che l’Europa ha saputo (o non ha saputo) esprimere tramite la coalizione dei “volenterosi”?

M: Ci sono state proposte poco realistiche, come l’invio di truppe occidentali in Ucraina avanzato dal Presidente francese Macron, per le quali il governo italiano è contrario e che difficilmente potrebbero essere accettate dalla Russia. In questo contesto, l’Italia ha confermato il proprio approccio pragmatico, presentando soluzioni concrete e attuabili, capaci di incidere realmente sul percorso verso la pace e la sicurezza nella regione.

G: Per la prima volta – come ho detto – la rappresentanza europea è parsa in grado di ottenere un minimo di considerazione e di modificare almeno in parte la situazione. Rappresentanza composita e inedita: c’era la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen per l’UE, c’era il segretario generale della Nato Mark Rutte. Ma c’erano soprattutto i leader della coalizione dei Volonterosi: presidenti o primi ministri di Germania, Francia, Gran Bretagna, Finlandia e Italia, e sono loro che hanno fatto la differenza. Ed è importante che la premier italiana, inizialmente distante da questa iniziativa perché convinta di poter giocare un autonomo ruolo di “cerniera” tra Europa e Stati Uniti, si sia convinta ad aderirvi. Sappiamo infatti che l’Unione Europea – che non ha competenza per la politica estera e di difesa – dipende dagli orientamenti dei 27 Stati membri, e non è nella condizione di assumere una posizione se non sostenuta dal consenso unanime degli Stati membri – che purtroppo è difficile determinare. La formazione dei Volonterosi agisce in questo quadro come l’embrione di un gruppo caratterizzato da “cooperazione rafforzata” tra i propri membri. È presto per dirlo, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova fase.

⁠Ha visto una vera “politica estera europea” o ha avvertito divisioni interne nell’Unione?

M: Al vertice è emerso chiaramente il peso determinante dell’Italia. Il Presidente del Consiglio ha individuato il punto centrale: senza il sostegno americano per garantire la sicurezza, nessuna strategia europea può essere efficace. L’iniziativa italiana, ispirata all’articolo 5 della NATO, è stata la proposta centrale delle discussioni e rappresenta un modello di pragmatismo e unità occidentale, confermando il ruolo attivo del nostro governo nella definizione del percorso di pace. Alle velleità di Macron, l’Italia risponde con soluzioni concrete.

G: La compattezza dell’Unione Europea è minata dalla posizione di Stati – come l’Ungheria, o la Slovacchia – che rispetto alla vicenda ucraina si sono spesso mossi in sintonia con gli interessi della Russia. Anche per questo nasce la coalizione dei Volonterosi: per superare i vincoli dell’unanimità, sostenere concretamente l’Ucraina e concorrere – insieme agli Stati Uniti – a che la sicurezza di quel Paese possa essere garantita anche in futuro. È fondamentale che vi faccia parte anche la Gran Bretagna, che insieme alla Francia detiene strumenti di deterrenza nucleare. La compattezza tra i Volonterosi si è vista ed è stata molto importante.

⁠Può questo essere un punto di svolta epocale per l’UE — protagonista oppure spettatrice?

M: Gli Stati europei, per la loro posizione strategica e il peso politico, devono avere un ruolo centrale nel processo di pace. La presenza dei leader europei accanto al Presidente USA e a Zelensky non è solo simbolica: è la prova concreta che l’Europa sa farsi ascoltare quando propone soluzioni operative e realizzabili. Questa capacità di incidere è in larga misura merito della determinazione e dell’influenza dell’Italia e dei rapporti stretti che il nostro Premier ha con Donald Trump.

G: Mi piacerebbe rispondere affermativamente, ma è troppo presto per dirlo e non è detto che sia così. Negli ultimi anni, di fronte al ritorno della forza come principio di relazione tra i protagonisti della scena mondiale, ci siamo purtroppo ritrovati ad essere testimoni con poca voce in capitolo. Pesa come ho ricordato la dimensione politico-istituzionale dell’Unione Europea, ancora troppo frammentata e condizionata dagli interessi nazionali, ma contano alcune oggettive, decisive fragilità: da quella economica a quella energetica, da quella tecnologica a quella militare. Su ognuno di questi fronti L’Europa non è in grado di competere alla pari con i big del mondo, e in alcuni casi dipende direttamente da loro. È questo che ci costringe ad accettare la prepotenza di Trump sui dazi e ad avere scarsa rilevanza geopolitica. L’iniziativa dei Volonterosi potrebbe mettere in modo qualcosa di nuovo o rivelarsi fragile e velleitaria. Lo capiremo strada facendo.

Come ha interpretato il comportamento di Giorgia Meloni durante il vertice e nelle dichiarazioni alla stampa?

M: Giorgia Meloni ha avuto un’influenza decisiva nel vertice grazie all’iniziativa da lei avanzata, che è diventata il fulcro delle discussioni tra i leader internazionali. Questo dimostra come l’Italia non si limiti a essere spettatrice, ma si affermi come protagonista sulla scena mondiale, con la premier al centro del dibattito e guida di iniziative diplomatiche concrete e influenti. Di questo gli italiani non possono che essere orgogliosi.

G: La nostra premier sembra aver capito che il preteso ruolo di “ponte” tra l’Europa e Trump finirebbe per logorarla. Del resto, quando Trump impone dazi del 15% a tutte le esportazioni europee, non è facile prenderne le parti (a meno che non ci si chiami Salvini). Dopo l’iniziale freddezza ha dunque scelto di partecipare all’iniziativa dei Volonterosi, e di giocare “in squadra” con gli altri leader europei. È un fatto positivo, purché prosegua su questa strada. Del successivo incontro con la stampa mi ha invece colpito il consiglio dato a bassa voce a Trump, e tuttavia catturato dai microfoni. Mi è parso un segno di debolezza: chi mostra insofferenza per le domande dimostra di temere la libera stampa.

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