La formula è latina: fetus in fetu. Ha il pregio, o il difetto, di mettere subito in moto l’immaginazione, che in faccende mediche è spesso un’impiegata zelante e quasi sempre arriva prima dei documenti. «Feto nel feto», dunque. Ma calma: nessun uomo incinto, nessun essere umano nascosto per quarantasette anni in un appartamento abusivo dell’addome. La biologia, quando vuole essere spettacolare, non ha bisogno di Netflix.

La storia è questa. Un uomo di 47 anni aveva dalla nascita un rigonfiamento nella parte superiore dell’addome. Non faceva male, non provocava disturbi, non sembrava crescere. Se ne stava lì con la discrezione di certi oggetti di casa: sono presenti da così tanto che nessuno ricorda più quando siano arrivati e, finché non intralciano il passo, diventano parte del paesaggio.

Poi venne la tomografia computerizzata. E dentro quella che avrebbe potuto sembrare una cisti comparvero strutture meno accomodanti: una massa di circa 20 centimetri, collocata nel retroperitoneo, cioè nella zona più profonda dell’addome; liquido, capelli e una formazione ossea lunga una decina di centimetri. Soprattutto, un asse vertebrale con alcune costole. Non proprio il contenuto consueto di un rigonfiamento beneducato.

I chirurghi asportarono la massa e il caso, pubblicato nel 1992 sulla rivista Surgery, fu identificato come il primo fetus in fetu descritto, a quell’epoca, in un uomo adulto. Gli autori riferirono che durante quei quarantasette anni la formazione non aveva mostrato crescita, complicazioni o trasformazioni maligne. Aveva taciuto. Ma, come vedremo, il silenzio in medicina non costituisce un certificato: al massimo è una sala d’attesa.

Conviene sgombrare il tavolo dalle immagini più rumorose. Quella formazione non era un individuo vivo e l’uomo non ospitava un altro essere umano. Si trattava di tessuti embrionali malformati e non vitali, interamente dipendenti dall’organismo nel quale si trovavano. La spiegazione oggi più accreditata risale alle primissime fasi di una gravidanza gemellare monozigotica: due embrioni geneticamente identici avrebbero condiviso la placenta; il più piccolo sarebbe stato inglobato nel corpo dell’altro, organizzando per qualche tempo ossa e tessuti, prima che lo sviluppo si arrestasse.

Un progetto biologico cominciato e lasciato a metà, insomma. Non una seconda vita, ma un cantiere embrionale chiuso quando erano già comparsi alcuni muri portanti. La natura non lascia cartelli con scritto «lavori sospesi»; lascia vertebre, costole, capelli, e affida il verbale ai patologi.

La rarità è considerevole: la stima tradizionale parla di circa un caso ogni 500 mila nascite. La maggior parte viene scoperta nel primo anno di vita, spesso perché la massa comprime l’intestino, i reni o altri organi. Una revisione sistematica del 2024 conferma che la sede più frequente è il retroperitoneo e che le diagnosi in età adulta rimangono eccezionali. Il quarantasettenne, dunque, non rappresenta la regola; rappresenta precisamente ciò che la regola, ogni tanto, dimentica in fondo a un cassetto.

Resta il problema più delicato: come distinguere il fetus in fetu da un teratoma? Anche il teratoma può contenere capelli, cartilagine, denti e ossa, poiché deriva da cellule germinali capaci di differenziarsi in numerosi tessuti. Un inventario impressionante, certo, ma l’inventario da solo non basta. Bisogna vedere come la merce è disposta.

Nel teratoma gli elementi tendono infatti a presentarsi come una mescolanza disordinata; nel fetus in fetu compare invece un principio di architettura corporea, con vertebre e altre strutture organizzate attorno a un asse. Nel caso pubblicato su Surgery, furono proprio la colonna vertebrale e le costole collegate a fornire l’indizio decisivo. Il corpo, anche quando non riesce a compiersi, conserva talvolta una specie di sintassi.

Il confine, tuttavia, non è tracciato col righello. Esistono formazioni senza una colonna vertebrale riconoscibile ma dotate di notevole organizzazione, e la letteratura discute ancora se fetus in fetu e teratoma siano due condizioni nettamente separate oppure punti diversi di uno stesso spettro. Una risposta definitiva non c’è, e gli specialisti evitano giustamente di forzarla. Oggi la diagnosi nasce dall’incrocio tra immagini, esame anatomopatologico e, quando possibile, analisi genetiche: radiologi, chirurghi, patologi e genetisti osservano lo stesso reperto da angolazioni diverse, finché la sua architettura comincia a parlare.

La distinzione non è una disputa da anticamera universitaria. Il fetus in fetu è generalmente benigno; il teratoma ha un potenziale tumorale più importante. Sono state comunque descritte rare associazioni e recidive maligne. Per questo il trattamento prevede l’asportazione completa della massa e della membrana che la racchiude, seguita da controlli clinici e, quando indicato, dal monitoraggio di marcatori quali alfa-fetoproteina e beta-hCG. La prudenza, qui, non è allarmismo: è semplicemente il modo educato con cui la medicina evita di fidarsi delle apparenze.

E veniamo al cittadino comune, al suo specchio e al rigonfiamento che ieri forse non c’era. La morale non è che in ogni pancia si nasconda un gemello incompiuto; quasi sempre, grazie al cielo, è vero il contrario. Non occorre trasformare ogni nodulo in una serie TV embriologica né presentarsi dal medico con una diagnosi confezionata in casa, fra il caffè e la bolletta.

Ma una massa nuova, dura, fissa, in aumento, oppure associata a dolore, senso di pienezza, vomito, disturbi intestinali o urinari e perdita di peso, merita una valutazione medica. Una visita e, se necessario, un’ecografia o un’altra indagine possono chiarire se si tratti di una formazione benigna, di un’ernia, di una cisti o di qualcosa che richiede cure. Assenza di dolore non significa innocuità: significa soltanto assenza di dolore.

Quell’uomo ebbe la fortuna di convivere per quarantasette anni con una delle anomalie più rare dell’embriologia senza pagarne conseguenze. Fortuna, appunto. Non diagnosi. Anche il silenzio, prima o poi, va visitato.

Dagradi AD, Mangiante GL, Serio GE, Musajo FG, Menestrina FV. “Fetus in fetu removal in a 47-year-old man”. Surgery, 1992;112(3):598-602. PMID: 1519175.

Palo S, Mangla M, Gabbeta S, Motwani R. “Demystifying Fetus-in-fetu: A Systematic Review of Its Clinical and Pathological Attributes”. Journal of Indian Association of Pediatric Surgeons, 2024;29(5):406-416. DOI: 10.4103/jiaps.jiaps_67_24.

Palo S et al. “Fetiform teratoma: a systematic review with insights into concepts and controversies in differentiating it from fetus-in-fetu”. Pediatric Surgery International, 2025;41:170. DOI: 10.1007/s00383-025-06087-7.