La sorpresa è il venticello che soffia nel catino di Agnano con pietosa condiscendenza verso i trentacinquemila dell’ippodromo. La conferma è l’hellzapoppin di questo «Jova summer party», un beach party senza spiaggia, ma la gente si mette lo stesso in costume, le pupe più dei pupi, stende asciugamani e parei sull’erba, si muove dal palco principale a quello secondario, canta, balla, suda, si diverte. Caos totale o caos calmo che sia, l’ex ragazzo fortunato compirà 60 anni il 27 settembre, ma salta ancora come un adolescente, tira fuori una credibilissima versione di «‘O sarracino» da carosoniano doc e divide con l’amico maestro Enzo Avitabile «Salvammo o munno» e qualora il messaggio del testo non fosse abbastanza chiaro ci aggiunge del suo: «Scaccia il pregiudizio/ ogni giorno è un nuovo inizio/ Enzo Avitabile/ è inevitabile… Non si può vivere in un mondo senza cielo/ non si può vendere in un mondo chiuso». E se a qualche generale fischieranno le orecchie poco importa, qui funziona così: «Questa è Napoli, terra magica/ questa è Napoli, origine della musica».

APPROFONDIMENTI

Concetto espresso da Jovanotti sin dall’apertura del concerto grosso di ieri, introducendo uno scatenato Walter Ricci. Il meccanismo ormai è rodato: prima dello show conclusivo, c’è spazio per l’allegria contagiosa dell’Eyonle Brass Band, per l’elogio del ritmo e del dialetto di Avitabile con i Bottari e la Black Tarantella Band, per i Patagarri, per l’elettronica dei Parisi e quella dei Planet Funk (con ricordo degli scomparsi Sergio Della Monica e Domenico «Gigi» Canu). «Abballammo o messaggio e messaggiammo o groove», sintetizza l’uomo di «Soul express», altro regalo in scaletta per la supercoppia JovAvitabile.
Performer come pochi, Lorenzo si sente dj e mixa il concerto con parole, opere e (o)missioni, scegliendo ospiti del territorio e presentando al suo pubblico superpop artisti non poi così mainstream. Dalle botti e i tini della pastallessa all’house elettronica dei Parisi: il rappautore raggiunge il duo salernitano d’esportazione che aggiunge la cassa dritta a «Yes I know my way», poi li saluta e tira fuori il telefonino per mostrare una ripresa amatoriale delle prove del tour del 1994 con Pino Daniele ed Eros Ramazzotti.

Il Concerto di Jovanotti: «Una tribù che balla e pensa»: quelle voci dal villaggio inclusivo

Un omaggio al Nero a Metà, quasi immancabile per lui, ma originale, che vira sul chitarrista e non sul cantautore, con Adriano Viterbini alle sei corde sulle note di «Io ti cercherò», il brano del video in questione.
Quando inizia a scendere la sera, però, non ce n’è più per nessuno, il mattatore trova adrenalina da vendere nemmeno fosse un ragazzino e mette in fila i successi di una carriera ormai bella lunga. Se la voce, ogni tanto, cede un po’ c’è sempre la garanzia di una band straordinaria a mantenere alto il livello: il fido Saturnino al basso spaccattutto, il sopradetto Viterbini e Moris Pradella alle chitarre, Christian «Noochie» Rigano alle tastiere elettroniche e synth, Franco Santarnecchi al pianoforte e le tastiere analogiche, «Carmine «B-Dog» Landolfi alla batteria, Micol Touadi e Jennifer Vargas ai cori, Leo Di Angilla e Kalifa Kone alle percussioni etniche, Gianluca Petrella al trombone e la direzione della sezione fiati, Camilla Rolando alla tromba, Sophia Tomelleri al sax.

Spietate a far ballare il messaggio e messaggiare o groove arrivano inesorabili «Tanto», «Gimme five», «Penso positivo» (con la tarantella di Ross, ma anche «Mi fido di te» e «Bella», «I love you, baby», «Ciao mamma», «Il più grande spettacolo dopo il big bang», «L’ombelico del mondo», «Ragazzo fortunato», «A te»… Tra sorprese come l’immagine di Maradona che accompagna «Live is life» (si, proprio quella degli Opus). Il colore dominante dello show è quello del funky, che dilata la forma canzone, preme sulla fisicità del sound prima che sull’immediatezza del ritornello canaglia. I due set pre-serali e le ospitate varie non tolgono energia a Jovanotti, abbronzato come ogni ciclista che si rispetti, evidentemente divertito dal circo messo in piedi, del tentativo di sovvertire le dinamiche tradizionali del fronte del palco, di creare una condivisione con il pubblico che va oltre il karaoke, di potersi permettere di essere bianco e nero, diavolo e acqua santa, demonio e santità, pop e antipop, ritmo feroce e melodia zuccherina. Senza esagerare però con gli opposti e gli ossimori: alla fine lui e il popolo di Agnano sono sempre e soltanto «Gente della notte».
E di notte, con l’estate addosso proprio come Jova, si torna a casa o almeno ci si prova, che l’ippodromo di Agnano come spazio funziona, ma intorno il traffico impazzisce, prima e dopo lo show. Bisognerà provvedere se si vuole continuare ad usarlo e ancor più se, come si è detto, dovesse ospitare (nel 2028) un’arena ad hoc per i concerti.