Giunta al saggio di diploma del Centro Sperimentale di Cinematografia, Paoli De Luca chiude con Revolver un trittico di opere in cui la riflessione sulla ricerca e affermazione di un’identità si fa anche sempre studio della forma e delle cangianti possibilità dell’estetica. Un lavoro maturo, già proteso in direzione della “lunga distanza”, che trova ospitalità nel concorso SIC@SIC della quarantunesima Settimana Internazionale della Critica.Gìrate, fatte veré ‘nu pocoNapoli. In un frenetico club techno – teatro di desiderio, dominio e sopravvivenza – i corpi si scontrano sotto le luci stroboscopiche. Al centro di tutto c’è Ronga, una go-go dancer trans che danza e ruota incessantemente dentro una gabbia di ferro; sui suoi tacchi a spillo, nutre la fame della folla. Attorno a lei orbitano Daniel, un fotografo attratto dalla sua bellezza cruda; Manuel, un’ossessione tossica e predatoria; e Medusa, l’enigmatica regina del club che domina dalla piattaforma più alta, con due mitragliatrici incastonate nel reggiseno: i suoi “Revolver”. Tra drink, ritmi incalzanti e giochi di potere, Ronga lotta per la propria dignità all’interno della crudele gerarchia del suo mondo notturno. [sinossi]
Le luci irrompono nel buio, sostenute o forse sospinte dall’incessante volume della techno che si spande nell’aria; non c’è bisogno di geografie o di corrette architetture quando la macchina da presa può soffermarsi sull’aria che si agita accanto all’umano, al suo vitale e disperato tentativo di sopravvivere al ritmo, di battere la musica che sta a sua volta battendo il tempo. L’incipit di Revolver è indicativo dell’ambizione di Paoli De Luca, ventisettenne cineasta napoletana fresca di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma: la voglia di spingersi sempre un passo oltre il già filmato, di reinventare il proprio sguardo alla stessa stregua dei modi in cui i personaggi che porta in scena dichiarano la propria identità, il proprio io nascosto/palese, l’immagine con cui vogliono essere visti, compresi, accettati dall’esterno. Era così già in Star, con il discorso che si irrobustiva in direzione del coming-of-age nel successivo Marina, con cui l’anno scorso De Luca ha vinto la sezione SIC@SIC che la Settimana Internazionale della Critica di Venezia dedica ai cortometraggi italiani. E proprio nella medesima competizione la regista torna ora con Revolver, spasmodico “viaggio al termine della notte” che si svolge in una discoteca partenopea e che di nuovo torna a rinchiudere e al contempo liberare i personaggi in scena in un luogo liminare, sia esso il set di un provino, una villa con piscina o per l’appunto un locale all’apice della bolgia umana che lo abita, e che De Luca osserva riducendo sempre di più il punto di distanza tra lei e l’oggetto dello sguardo. In tal senso vanno letti i ripetuti zoom che si affastellano durante la visione del cortometraggio, o l’utilizzo estremo di dettagli del viso e di parti del corpo. Come la sua protagonista, impegnata nell’agone per difendere la sua dignità da un mondo esterno che può e sa essere brutale, ecco che De Luca cerca di cogliere l’intimo per rappresentare il tutto, come se la camera potesse essere a sua volta il revolver da puntare contro i suoi spettatori o in difesa degli stessi.
Kammerspiel che agita i propri spettri d’immagine tra il John Cameron Mitchell di Shortbus, l’applicazione del verfremdungseffekt brechtiano da parte di Rainer Werner Fassbinder e qualche stilla di scuola partenopea – si veda alla voce Salvatore Piscicelli –, Revolver testimonia la maturità autoriale di Paoli De Luca, quasi si trattasse del bozzetto di un lavoro sulla lunga distanza; questo elemento, che pure appare evidente nel corso della visione, non inficia però la solidità narrativa di un cortometraggio che ambisce anche a rappresentare la disomogeneità nei rapporti di forza tra gli individui. Tutti i personaggi che abitano la discoteca epicentro del racconto sono costretti a fare i conti con la propria ossessione: c’è chi la ha nei confronti dello sguardo in quanto tale (il fotografo), chi nei confronti della carne (Manuel, elemento predatorio che domina il rapporto con Ronga), chi verso l’intera plebe che si affanna tra sudore, gocce di cocktail più o meno annacquati e una convulsa e affannosa autoproclamazione di vita e libertà che cozza con lo spazio cintato in cui è concesso agitarsi. Quando nel finale del corto giunge la luce naturale ci si rende conto dell’esistenza di un fuori campo che nessuno aveva preso davvero in considerazione fino a quel momento: il mondo esterno, quello che taluni definirebbero “la vita ordinaria”. La luce è l’ordinario, i lampi di strobo sono lo straordinario? Qual è il (non) luogo in cui si può rintracciare il proprio io, la determinazione del vivere, l’esistere al di fuori di schemi preconcetti? E in quale momento, infine, è lecito prendere in mano il revolver, il mitra, l’arma e puntarla idealmente contro qualcuno o qualcosa? Non sono domande banali quelle che Paoli De Luca pone al suo uditorio, senza pretendere di avere la risposta concreta, ma ponendosi nella condizione di poter – e dover – affermare il proprio punto di vista. Ed è dunque lei stessa Ronga, in qualche modo, che dalla gabbia dorata in cui può essere ammirata (ma che ne vincola i movimenti) può decidere altresì di liberarsi, di dominare e non essere dominata, di esistere come autrice in compiuta e completa libertà. Non è dato sapere al momento in quali direzioni si spingerà lo sguardo di questa giovane regista, ma l’impressione – già emersa con forza durante la visione dei suoi precedenti lavori brevi – è che l’immaginario al quale attinge sia vasto, arma utile a vivificare di volta in volta un interrogativo (quello sull’identità) che è invece per ora l’epicentro della sua indagine.
Info
Revolver sul sito della SIC.