Brutte notizie per chi vorrebbe vedere un horror nello stile di A24 realizzato in Italia. La casa di produzione e distribuzione con sede a New York (no, non a Hollywood) A24 ha contribuito alla reinvenzione del genere, allargandone il pubblico e incrementandone il prestigio, grazie a un’attenta resa formale e una centratura sulla metafora. Soprattutto all’inizio, questa metafora riguardava la disfunzionalità familiare. Pure L’estranea di Paolo Strippoli, presentato in concorso all’ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia, è un film di famiglie disfunzionali esteticamente pregiato, ma finisce in un cortocircuito, uno di quelli che fa comparire un grosso punto interrogativo sulla testa dello spettatore. È proprio quello che non dovrebbe succedere in film di genere puro, liscio e con il meccanismo narrativo al centro.

L’estranea arriverà in sala a partire dall’8 ottobre con 01 Distribution.

Strippoli è la nuova promessa dell’horror italiano. Del suo secondo film, Piove, si è detto che non sembrasse fatto in Italia (di questi tempi è un complimento). Il suo terzo film, La valle dei sorrisi, è stato presentato fuori concorso l’anno scorso a Venezia. Dodici mesi dopo, il regista torna al Lido, ma come uno dei cinque italiani nella selezione ufficiale di Venezia 2026, in corsa per il Leone d’Oro. La considerazione crescente di Strippoli tra critica, industria e impallinati dell’horror si riflette direttamente nel cast. In passato, il regista aveva lavorato con Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano (che ritorna in L’estranea), ma mai con Jasmine Trinca, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi tutti insieme. La storia inizia con il viaggio a Roma della madre (Trinca) per una visita a sorpresa alla figlia (Vergano). Lo scopo è convincere la ragazza che alcuni eventi tragici che hanno colpito la loro famiglia non sono stati accidentali ma il risultato di un patto con il diavolo.

L’estranea inizia con una citazione da Suspiria di Dario Argento, sebbene l’arrivo sotto la pioggia battente non sia a Friburgo ma, come si diceva, a Roma. Nei primi minuti ci sono già tre spirali (una tromba d’aria vista dall’alto, una liquirizia di quelle arrotolate, la tromba delle scale da una prospettiva a volo d’uccello), indizio di una rigida cura formale con l’ambizione di produrre del senso. Per almeno due capitoli (di quattro, compreso l’epilogo) Strippoli sembra in forma smagliante. Gli spunti di riflessione sono tantissimi e fuoriescono da una qualità altamente cinematografica del film, fuori scala rispetto alla media delle produzioni nazionali. Ad esempio resta impressa l’inquadratura della famiglia dall’alto, tutti nello stesso letto, con un pallone al centro, lo stesso pallone con cui il figlio Tobia ha fatto un gol poco prima. Oppure si riempie di significato il bianco candido di abiti e arredi durante una festa che sarà molto importante per lo scioglimento dell’intreccio. Nei panni del diavolo c’è Valeria Bruni Tedeschi. La sua interpretazione, che è la migliore di tutto il cast, riesce a essere sopra le righe e allo stesso tempo allineata a un film molto controllato, occasionalmente batte il tasto dell’umorismo. Quando succede, Strippoli sembra veramente in controllo totale del film, sembra stia dicendo allo spettatore: “Se voglio ti faccio anche ridere“.

L’estranea, più avanti mostra i suoi limiti

Però, dal terzo capitolo, quando si avvicina il momento di tirare le somme e tirare dritto (verso il finale), diventano chiari i limiti di una formula a metà strada. Da una parte c’è la costruzione di senso, con i temi della famiglia, del rapporto tra madre e figlia, degli scompensi socioeconomici, del disallineamento della ricchissima famiglia rispetto alle persone comuni, della responsabilità individuale rispettivamente ai privilegi ereditati, etc. etc. Dall’altra c’è il meccanismo narrativo appassionante, divertente e viscerale, una storia che coinvolge, che non deve incartarsi, altrimenti è un errore di scrittura. Sono due aspetti che possono convivere, qui invece finiscono per ostacolarsi a vicenda: nonostante la carne al fuoco, L’estranea non prende una direzione tematica chiara e il finale lascia diversi spunti di riflessione insufficientemente approfonditi. Fuori dalla sala inoltre, alla fine della proiezione, si discuteva del significato di un piccolo colpo di scena proprio alla fine, un indizio del fatto che evidentemente neanche il meccanismo narrativo ha funzionato come doveva.

family with dog enjoying outdoor meal in garden.pinterest

Andrea Miconi

L’estranea avrebbe beneficiato da una maggiore asciuttezza, per dirlo con parole diverse avrebbe beneficiato da una maggiore somiglianza con un horror A24. Strippoli ci sarebbe anche riuscito, a fare un film così, ma sembra che la sua ambizione sia un’altra: creare un horror molto moderno, molto internazionale, in linea con le ultime tendenze, che allo stesso tempo, però, sia anche molto italiano, dotato di una qualità inconfondibilmente nazionale. Purtroppo per gli appassionati e per il cinema italiano in generale la miscela non funziona, o meglio non funziona abbastanza, proprio come L’estranea non è un brutto film, certo, ma neanche uno da applausi.

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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).