“Intendiamo aumentare la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari, perché non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata”. Questa è forse l’unica ‘notizia’ nel discorso pronunciato da Giorgia Meloni in occasione della propria celebrazione a Bari come premier del governo più longevo della storia repubblicana.
Dal palco pugliese la presidente del Consiglio ha lanciato una nuova idea di politica energetica per fornire una risposta ai cittadini che, tra guerra in Ucraina e blocco dello Stretto di Hormuz, fanno i conti con i rincari delle bollette. Il nostro Paese possiede un piccolo tesoretto in riserve di idrocarburi, ma la premer deve scontrarsi con una realtà complicata: i ritrovamenti sono fermi, le perforazioni sono in stallo e le nostre risorse sono limitate.
Quanto valgono le nostre riserve
Partiamo dalle basi. Come riporta la relazione “La situazione energetica nazionale nel 2025” del ministero dell’Ambiente (Mase), il nostro fabbisogno di petrolio è stato pari a 44.594 Ktep (migliaia di tonnellate equivalente di petrolio). L’offerta nazionale ha contribuito per circa il 9 per cento. Ciò vuol dire che quasi la totalità della nostra domanda viene colmata importando le risorse dall’estero. Per quanto riguarda il petrolio greggio la Libia è la principale fornitrice (24 per cento), seguono Azerbaigian (16,6) e Kazakistan (13,1). La domanda di gas, invece, è stata pari a 63,4 miliardi di metri cubi (la produzione nazionale si è fermata a 3,4 miliardi). E dall’Algeria è arrivata buona parte del gas: 22,2 miliardi di metri cubi (valori provvisori).
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Come abbiamo visto le nostre riserve contribuiscono a una frazione marginale del fabbisogno energetico. Nel 2025, comunica l’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, è stato registrato un incremento della produzione nazionale di gas naturale del 12,2 per cento, mentre c’è stato un rallentamento in quella di olio greggio (-11 per cento). Lo sfruttamento dei nostri giacimenti ha comportato una riduzione delle riserve italiane di idrocarburi.
Quando si parla di riserve si entra nel campo delle probabilità. Le riserve, infatti, si distinguono secondo una classificazione internazionale in: certe, probabili e possibili. Nel primo caso si tratta di quantità stimate di idrocarburi che potranno, con ragionevole certezza (probabilità maggiore del 90 per cento) essere prodotte nelle condizioni esistenti al momento considerato. Per le probabili si parla di risorse che potranno essere recuperate con ragionevole probabilità (maggiore del 50 per cento). Infine, le “possibili” rappresentano gli idrocarburi che si stima di poter recuperare con un grado di probabilità molto contenuto (di gran lunga inferiore al 50 per cento).
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Considerando la produzione 2025, le riserve di gas ammontano a 34.674 milioni di metri cubi (-11,7 per cento) e a 76,9 milioni di tonnellate di petrolio (-1,6 per cento). Facendo un rapido calcolo con il prezzo del greggio intorno ai 100 dollari al barile, le riserve italiane di petrolio varrebbero circa 48 miliardi. Risorse che possono essere utili per far risparmiare i cittadini e sostenere il tessuto industriale in questo periodo di rincari della benzina.
La produzione italiana
Nel 2025 la produzione nazionale di gas naturale ha raggiunto i 3,2 miliardi di metri cubi di gas naturale e i 3,8 miliardi di chili di olio greggio. L’estrazione delle risorse viene portata avanti attraverso permessi di ricerca e concessioni di coltivazione. I primi sono titoli minerari esclusivi che permettono di effettuare uno o più pozzi esplorativi alla ricerca di un nuovo giacimento. Quando questo viene individuato si deve presentare domanda per la concessione di coltivazione che consente la sua messa in produzione. Al 31 dicembre 2025 in Italia c’erano 44 permessi di ricerca e 182 concessioni di coltivazione, onshore e offshore. Nelle concessioni erano presenti 1.554 pozzi attivi, di cui 1.492 produttivi (573 eroganti e 919 non eroganti).

Negli ultimi anni i titoli minerari, conferiti con decreto del ministero dello Sviluppo economico, erano diminuiti. Nel 2022 erano 226 (248 nel 2021), l’anno dopo sono scesi a 213 e nel 2024 sono calati ancora a 195, per poi tornare a 226 nel 2025. A questa altalena nella ricerca e nell’estrazione delle risorse si somma uno stallo di ritrovamenti di nuovi giacimenti di idrocarburi. È dal 2024 che non si trovano pozzi di gas da sfruttare, mentre per il petrolio la “sete” dura dal 2009.
I giacimenti di idrocarburi sono patrimonio indisponibile dello Stato. Un’impresa privata che, grazie alla concessione, effettua la produzione deve versare royalties allo Stato, alle Regioni ed ai Comuni interessati dalle attività legate al giacimento. Nel 2025 gli operatori hanno versato più di 256 milioni di euro in aliquote, di cui poco più della metà è andata alle Regioni. Eni è il principale operatore avendo concessioni, anche in joint venture, per 1.054 pozzi (sui 1.556) per la coltivazione di idrocarburi. Un totale che tiene conto anche dei giacimenti in cui opera Eni mediterranea idrocarburi. Perciò la partecipata statale versa la maggior parte delle royalties (105,4 milioni di euro), seguita dalla controllata italiana della britannica Shell (64,5 milioni) e dalla controllata italiana della francese TotalEnergies (41,5 milioni).

Per evitare che le riserve italiane si assottiglino sempre di più è necessario che la produzione nazionale venga quantomeno compensata da nuove scoperte. Ma le perforazioni a scopo esplorativo sono ferme da anni. L’ultima a terra risale al 2018, mentre in mare al 2024. Lo stop alle attività è la combinazione della moratoria del governo Conte I (2019) e del Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (2022) annullato con alcune sentenze del Tar del Lazio a febbraio 2024. Ora il governo vuole invertire la tendenza.
Dove si trovano i giacimenti
La Basilicata, come ha ricordato Meloni, è un buon punto di partenza. Per quanto attiene all’ubicazione delle riserve certe, quelle di petrolio ricadono per il 94,2 per cento in terraferma, per la maggior parte in Basilicata. Nel 2025 nella regione si sono prodotte 3.293 migliaia di tonnellate contro le 241 della Sicilia, 16 dell’Emilia-Romagna e 5 del Molise.

In provincia di Potenza, in Val d’Agri, nel 1987 è stato scoperto il più grande giacimento petrolifero sulla terraferma di tutta l’Europa occidentale. È composto da circa 40 pozzi, e tutti sono sotto concessione di una joint venture di Eni e Shell Italia E&P. Il Centro olio Val d’Agri, come scrive Eni nel suon report locale di sostenibilità datato 2024, vanta una capacità nominale di trattamento di 104mila barili di petrolio al giorno e 4,6 milioni di metri cubi al giorno di gas associato al greggio. La produzione giornaliera complessiva di idrocarburi raggiunge le 34,4 migliaia di barili di petrolio.
La produzione nel Texas italiano
Sempre in Basilicata, a Gorgolione (Matera), c’è il giacimento petrolifero di Tempa Rossa. Scoperto nel 1989, si estende in un’area di oltre 290 chilometri quadrati e interessa il territorio di 13 comuni lucani. Fino a ora sono entrati in funzione 6 pozzi mentre altri 2 sono in fase di realizzazione, per scopi di ricerca e per assicurare la stabilità della produzione. La concessione è suddivisa tra TotalEnergies Ep Italia (50 per cento), Mitsui E&P Italia (25 per cento) e Shell Italia E&P (25 per cento). Dal 1° gennaio 2022 sono stati estratti 53,9 milioni di barili di greggio e 204,8 milioni di metri cubi di gas (al 6 settembre 2026). Nel giacimento, secondo le stime più accreditate, ci sarebbero 480 milioni di barili di greggio.

Un altro giacimento molto importante è quello di Campo Vega formato da 21 pozzi, tutti con operatore Energean Italy. Vega è un giacimento petrolifero offshore situato nel Canale di Sicilia, 20 chilometri a sud di Pozzallo (Ragusa). Energean detiene una partecipazione del 100 per cento dopo aver acquisito la quota di Eni del 40 per cento nel 2020. La piattaforma Vega A è attiva dal 1984 e, con una profondità di 124 metri, è la più grande d’Italia. La piattaforma ha una capacità di lavorazione di 60mila barili di petrolio al giorno ed è supportata dalla nave cisterna Leonis con funzioni di stoccaggio e scarico. Un’indagine di settore ha stimato riserve pari a 17,3 milioni di barili equivalenti di petrolio e gas naturale.
Quanto al resto delle concessioni presenti in Italia, la pianura Padana e in particolare l’Emilia-Romagna in passato hanno fornito un contributo fondamentale per la produzione nazionale. Ma la loro centralità è andata diminuendo e a oggi l’Emilia-Romagna vale lo 0,44 per cento della produzione nazionale di greggio e l’8,3 per cento di quella di gas (zone marine escluse).
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