Sei orologi, nessuna lancetta. Li immagino appesi nella stessa stanza d’ospedale, sopra quarantadue sedie, mentre osservano il sangue dei pazienti e dichiarano, ciascuno con i propri calcoli e senza essersi messo d’accordo con gli altri, che il tempo sta tornando indietro. È una scena consolante; forse troppo. Ma questo, ridotto alla sua mobilia essenziale, è il risultato dello studio pubblicato il 7 settembre su Nature Biotechnology.

Gli orologi, naturalmente, sono algoritmi. Non fanno tic tac e non hanno un quadrante da fissare sperando che rallenti: esaminano migliaia di proteine circolanti nel sangue e da quelle stimano la cosiddetta età biologica. I ricercatori ne hanno adoperati sei per rianalizzare i campioni di un trial clinico sul rentosertib, farmaco sperimentale contro la fibrosi polmonare idiopatica. I pazienti avevano in media 67,1 anni e sono stati seguiti per dodici settimane. Nei gruppi trattati, tutti e sei i modelli hanno visto scendere l’età prevista; nel gruppo placebo, invece, il calendario restava più o meno al suo posto oppure riprendeva la consueta direzione, che è poi quella meno gradita.

Il momento più teatrale arriva dopo quattro settimane. Con 30 milligrammi due volte al giorno, diversi modelli stimavano un’età biologica inferiore di circa tre o quattro anni; uno, più sensibile degli altri, arrivava vicino ai sei. Ora, davanti a sei anni apparentemente evaporati in un mese, il cittadino comune ha diritto di domandare dove si firmi. Calma. Il punto serio non è la cifra, che ha ancora la consistenza di una stima computazionale, ma la convergenza fra strumenti costruiti in maniera diversa: ProtAge, due versioni di OrganAge, PAC, ipfP3GPT e PAOPAC. Sigle poco memorabili, ma modelli con architetture e obiettivi differenti.

Eppure il segnale compariva in tutti. Fra le decine di confronti eseguiti incrociando dosi, tempi e modelli, 21 oltrepassavano la soglia statistica fissata dai ricercatori; 11 si raccoglievano proprio intorno alla quarta settimana. Non è una prova definitiva, ma neppure una notifica comparsa per errore sullo schermo di un singolo algoritmo. Quando sei strumenti diversi puntano nella stessa direzione, il dato merita almeno di essere seguito. Non significa ancora sapere dove conduca.

Il rentosertib, del resto, non era entrato in laboratorio con la qualifica di elisir. È una piccola molecola progettata per bloccare TNIK, una chinasi coinvolta nei processi fibrotici e individuata come possibile bersaglio mediante piattaforme di scoperta farmacologica basate sull’intelligenza artificiale. La faccenda nasce dunque dal polmone, non dalla fontana della giovinezza. L’IA ha aiutato a trovare un bersaglio; il farmaco è stato sperimentato contro una malattia; soltanto dopo qualcuno ha aperto il cassetto dei campioni e ha chiesto agli orologi: «Scusate, che ora biologica fate?».

Per capire se la risposta riguardasse qualcosa di più generale del miglioramento polmonare, gli autori sono scesi dalle lancette alle proteine. Ne hanno analizzate 2.841 e hanno osservato che 326 cambiavano significativamente traiettoria durante il trattamento. Poi hanno confrontato queste variazioni con i profili d’invecchiamento di oltre 55 mila persone della UK Biobank. Nel regime da 30 milligrammi due volte al giorno, le modificazioni associate al farmaco tendevano a muoversi in senso contrario rispetto a quelle normalmente legate all’avanzare dell’età.

Anche alcune firme molecolari della senescenza cellulare apparivano attenuate. La senescenza, detta senza convocare un congresso, è la condizione di cellule danneggiate che smettono di dividersi senza però uscire davvero dalla conversazione: restano nei tessuti e continuano a inviare segnali capaci di influenzare ciò che accade intorno. Una specie di account biologico che non pubblica più nulla di nuovo ma continua a riempire le notifiche degli altri. Ridurne le tracce può essere interessante. Può perfino essere compatibile con un effetto geroprotettivo. Compatibile, però, è una parola educata: non significa dimostrato.

Qui bisogna togliere lo champagne dal frigorifero e rimetterci le medicine. Un biomarcatore può assumere un aspetto più giovane senza che l’organismo abbia davvero recuperato anni di vita biologica. Gli algoritmi leggono proteine, non il destino; stimano un’età, non restituiscono compleanni. Un contatore che scende sullo schermo non basta, insomma, a dimostrare che il corpo abbia davvero premuto “indietro di sei anni”. È esattamente la distanza che separa un risultato affascinante da una scoperta sulla longevità.

C’è poi la malattia. Tutti i partecipanti soffrivano di fibrosi polmonare idiopatica, una patologia strettamente intrecciata con numerosi processi biologici dell’invecchiamento. Se il trattamento migliora la malattia, può modificare proprio le proteine che gli orologi usano per attribuire l’età. Che cosa hanno visto, dunque: un organismo diventato biologicamente più giovane oppure un organismo malato che rispondeva alla terapia? Gli stessi autori riconoscono che, con questi dati, non è possibile separare con certezza le due cose. Forse l’orologio misura il tempo; forse misura il fatto che nella stanza si respira meglio.

I limiti non sono nascosti dietro una tenda, e conviene contarli: 42 pazienti, appena dodici settimane di osservazione, un’analisi in larga parte computazionale. È un campione piccolo e un intervallo breve, soprattutto quando l’oggetto dichiarato della curiosità è l’invecchiamento, faccenda che di solito non ha fretta e non si lascia interrogare in tre mesi. Serviranno studi più grandi, più lunghi e indipendenti. Non è una formula di cortesia scientifica; è la differenza fra un segnale promettente e una conclusione.

C’è infine il capitolo degli interessi, quel foglietto che spesso si legge dopo aver ammirato il dépliant. Il primo autore, Alex Zhavoronkov, è fondatore e amministratore delegato di Insilico Medicine, l’azienda che sviluppa il rentosertib; diversi coautori lavorano per la stessa società. Questo non annulla i risultati, sarebbe sciocco sostenerlo. Impone però una verifica indipendente: chi vende o sviluppa l’orologio può dire l’ora esatta, ma è prudente guardare anche il campanile.

Non abbiamo quindi una pillola capace di restituire sei anni. Abbiamo qualcosa di meno miracoloso e forse, alla lunga, di più utile: la dimostrazione che un trial clinico potrebbe osservare insieme l’andamento di una malattia e alcuni processi biologici associati all’età. Se il segnale resisterà a numeri maggiori, tempi più lunghi e controlli esterni, quei sei orologi avranno davvero indicato una direzione. Per adesso segnano un’ora interessante; nessuno, per favore, sposti ancora il calendario.

Zhavoronkov A., Galkin F., Chen S. et al. “Integration of proteomic aging clocks in a phase 2a clinical trial supports simultaneous geroprotective assessment”. Nature Biotechnology, 7 settembre 2026. DOI: 10.1038/s41587-026-03286-y.

Link alla pubblicazione