di
Gaia Piccardi
A New York, tra Central Park e i quarti contro Shelton, Alcaraz rivendica il proprio bisogno di leggerezza: «Non voglio essere il prossimo Federer, Nadal o Djokovic. Né l’avversario di Jannik. Voglio essere il nuovo Carlos Alcaraz»
DALLA NOSTRA INVIATA
NEW YORK — Sarebbe piaciuta a Kundera, l’insostenibile leggerezza dell’essere Carlos Alcaraz, mai uguale a se stesso per paura di annoiarsi. Non è irrequietezza: è uno stato d’animo. Tristezza, per favore vai via. Ieri era a spasso per Central Park con la famiglia e gli amici, un gruppone di turisti spagnoli impegnati a fare foto con i grattacieli alle spalle e al centro lui, il ragazzo magico che stanotte affronta il quarto più bollente dell’Us Open: se questo fosse un film, Carlitos contro gli Stati Uniti d’America, gli toccherebbe il cattivo, Ben mano fredda Shelton.
Gli altri a Flushing, fedeli alla routine dell’allenamento pre-match, e Alcaraz a inseguire frammenti di vita. Ibiza dopo le grandi vittorie, il pollo asado della domenica, a piedi (non nudi) nel parco, per costruire ricordi fuori dalla scatola del campo.
Dei criceti che girano nella grande ruota del tennis, Alcaraz è il più talentuoso. E ribelle. L’ha capito nell’arco di quei 139 giorni in cui è rimasto ai box per colpa del polso, l’infortunio che lo priverà del piacere di giocare a golf fino all’anno prossimo. «La salute fisica e mentale prima di tutto. Per giocare bene ho bisogno di divertirmi e per divertirmi devo staccare spesso, sennò lo sport diventa un’abitudine — ha spiegato —. Prenderò pause, anche di un mese o due: l’Atp vorrebbe che giocassimo sempre e ovunque. È impossibile». Per produrre tennis, ha la necessità che il tennis gli manchi. Come in quegli amori in cui la quotidianità diventa soffocante. Il segreto di una lunga relazione, è frequentarsi poco.
Comunque finisca a New York, dove lo spagnolo ha portato in trasferta il suo accentone murciano senza aspettarsi niente («L’obiettivo è arrivare in fondo al torneo senza farmi male…»), la rarefazione di Alcaraz — contrapposta alla serialità di Sinner, che non è più così certo di farcela per l’Atp 500 di Pechino, quando è sano —, renderà Carlitos ancora più prezioso.
Ogni volta un look diverso: ha 23 anni, si diverte a giocare con barba e capelli. Le celebrazioni qui a Flushing, l’arco e le frecce e la citazione di Dragon Ball, sono una richiesta del fratellino Jaime, che sta seguendo le sue orme. Solo il sorriso non cambia. È sempre felice, è il primo che saluta, ha un potere taumaturgico sul pubblico, che per lui, come per Harry Styles al Madison Square Garden, pagherebbe qualsiasi cifra. Un curandero di Murcia, che ha raggiunto la volontà di fare del bene innanzitutto a se stesso.
Gerulaitis cercava amore allo Studio 54, all’epoca la luce (stroboscopica) più brillante delle mille di New York. Nick Kyrgios ha scelto la via chimica più veloce verso una fasulla felicità, la cocaina. McEnroe comprava quadri di Andy Warhol e suonava la chitarra elettrica, una volta anche con i Rolling Stones. Federer ha trovato presto la sua dimensione nella famiglia: fare bene il marito e il padre gli dava l’ordine mentale per essere il miglior tennista del pianeta.
Alcaraz ha deciso che la sua pace mentale viene prima dei risultati: «Per me sono importanti i pensieri con cui vado a letto, perché sono gli stessi con cui dormirò e mi sveglierò il giorno seguente». Vale anche per lo stato di salute del suo tennis, naturalmente: al terzo turno dell’Us Open, con il cinese Wu, ha commesso 33 errori non forzati, molti di dritto. Non si è piaciuto. Subito dopo è tornato in campo a fare cesti: «Avevo la sensazione di non aver colpito bene la palla durante il match. Desideravo tornare in albergo con un bel feeling addosso».
Parlare di mental health, solo dieci anni fa, era tabù. Gli atleti nascondevano il lavoro con gli psicologi, al massimo era ammissibile un mental coach. A Parigi, nel 2021, ritirandosi in lacrime e rifiutandosi di rispondere alle domande della stampa, Naomi Osaka piazzò l’argomento al centro del villaggio. Oggi Alcaraz è il primo a dichiarare di voler proteggere fisico e testa dalle tossine della pressione che, forse, non è tutti i giorni un privilegio. Parlare per frasi fatte, non aiuta. «Non voglio essere il prossimo Federer, Nadal o Djokovic. Nè l’avversario di Jannik. Voglio essere il nuovo Carlos Alcaraz». Rinnovarsi quotidianamente è una disciplina che ha come conseguenza la polarizzazione dei temi che riguardano Carlitos. Da quando è arrivato a New York, reduce dall’infortunio più lungo della carriera, abbiamo parlato dei suoi capelli lunghi, tenuti fermi dal cerchietto; del nipple-gate, cioè della sottomaglia che ha chiesto allo sponsor perché la canottiera da cestista è troppo scollata; Carlitos, inoltre, non ha negato l’indiscrezione del Times: unirsi alla protesta guidata dai numeri uno, Sinner e Sabalenka, per una maggior partecipazione agli introiti degli Slam, in questo momento non è la sua priorità. È rimasto fermo quattro mesi, ha saltato il Roland Garros e Wimbledon dopo aver conquistato l’Australia, ricostruire una versione aggiornata di se stesso gli interessa di più.
E fin qui non abbiamo ancora parlato di tennis giocato. A New York è partito cauto con Safiullin, ha perso un set con Farias, ha scherzato con Wu, non ha lasciato scampo a Tommy Paul. Che ha detto: «Un tempo, se gli tiravi un rovescio incrociato in slice, Carlos rispondeva con un rovescio incrociato in slice. Oggi, lo aggira per rimandarti un dritto, spesso vincente. Ha mille frecce al suo arco, è migliorato in ogni aspetto del gioco».
La crescita di Harry Potter a questo Us Open, è sotto gli occhi di tutti: ha iniziato facendoci pescare una carta dal mazzo, per indovinarla. Al quarto match, ha ricominciato a estrarre conigli dal cilindro. Nello zoo con Shelton, gli serviranno da alleati. Adelante, Carlos, con juicio.
8 settembre 2026 ( modifica il 8 settembre 2026 | 07:42)
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