di
Marco Bonarrigo

Milanese, una carriera da manager nel ciclismo professionistico: «Ora sento una grande responsabilità»

Venticinque anni dopo aver sconfitto i pregiudizi di un ambiente conservatore ostile all’idea di un ruolo operativo nel ciclismo professionistico per un diplomato Isef con un passato da semplice corridore dilettante, dopo una carriera travolgente in cui ha vinto tutto, dalle Olimpiadi alle grandi classiche come direttore sportivo, team e general manager e dopo aver sconfitto una grave malattia, a 53 anni Luca Guercilena, milanese, è il nuovo Direttore Generale del Giro d’Italia e di tutta l’area ciclismo di Rcs Sports & Events. In versione riveduta e corretta, il patron del Giro.

Luca, dal 1909 a oggi, da Armando Cougnet a Mauro Vegni, lei ha soltanto sei predecessori. Bella responsabilità.
«Me ne sono reso conto pienamente quando Rcs Sport ha ufficializzato la mia nomina. Sono stato travolto dai messaggi».



















































Nell’immaginario popolare il direttore del Giro è un mezzo busto che sporge dal tettuccio dell’ammiraglia, bandierina in mano.
«È un’immagine ovviamente superata. Io avrò un ruolo di coordinamento in un lavoro di squadra, portando 25 anni di esperienza internazionale per dare al Giro quella collocazione mondiale che merita e che hanno già le nostre classiche».

Strade Bianche, Sanremo, Lombardia ma anche la Tirreno-Adriatico se la battono ad armi pari con le corse francesi e belghe. Come possono migliorare ancora?
«Offrendo più servizi al pubblico sulla strada, penso al potenziamento dei tratti in circuito per vedere più passaggi nello stesso punto, e in tv e maggiore visibilità agli sponsor e agli atleti che sono da anni i più quotati sulla piazza».

Il Giro d’Italia è un evento che appare vincolato, anche psicologicamente, dalla presenza dei 4/5 grandi big del ciclismo mondiale che spesso gli preferiscono il Tour.
«Siamo un grande evento che deve liberarsi dalla sudditanza dal Tour e presentare con sempre maggiore anticipo un percorso bello e ben strutturato che offra certezze. Una posizione più avanzata in calendario ci permetterebbe di sfruttare il 2 giugno come in Francia fanno con il 14 luglio e di andare con più sicurezza di bel tempo sulle grandi montagne e maggior distanza dalle corse belghe per attirare più atleti».

Poi?
«Penso a percorsi equilibrati dove ogni categoria di corridore (scalatore, sprinter, cronoman, ruolo che amo moltissimo) possa avere il suo spazio e non sentirsi escluso a priori. Non dobbiamo andare a caccia di big, dobbiamo proporre una corsa che li attiri».

Pogacar resterà un faro per tutti.
«Di sicuro. Ma una corsa combattuta fino alla fine e con tanti ottimi atleti al via che esplori a fondo l’Italia può offrire uno spettacolo enorme anche quando Pogi non correrà più».

Le tappe del Giro che le sono rimaste nel cuore e che l’hanno ispirata di più?
«La prima volta sullo Zoncolan che sul piano psicologico per corridori e pubblico ha avuto un effetto dirompente, le vittorie di Quintana e Visconti sotto la neve sullo Stelvio e sul Galibier e la Potenza-Peschici del 2008 che rese l’idea della bellezza e delle potenzialità del nostro Sud».

Il Giro negli ultimi 25 anni ha fatto scuole per innovazione e coraggio, dagli sterrati alle salite come lo Zoncolan.
«Un tratto distintivo che deve rimanere ma con due punti fermi, sicurezza sempre garantita e inclusività. Una scelta di percorso non può tagliar fuori metà del gruppo».

Lei è passato dal ruolo di preparatore atletico a quello di manager di un colosso come Lidl, gestendo budget da decine di milioni? Mai avuto paura di non farcela.
«Parecchie volte. Alla firma del primo contatto da manager, durante il Covid dovendo garantire lo stipendio a 50 famiglie e con gli sponsor che pressavano per l’assenza di corse e di visibilità, quando mi resi conto della montagna di denaro che serviva per essere competitivi e quando dovevo gestire tutto da una stanza di ospedale o andando alle corse mentre faticavo anche solo a respirare. La paura è comprensibile, la rinuncia alla lotta assolutamente no».

I suoi maestri?
«Antonio La Torre, all’Isef di Milano, che oggi tutti osannano come il demiurgo dello sport italiano: a noi che pensavamo di essere modesti laureati in educazione fisica il prof diceva di sognare in grande. Aldo Sassi e il suo rigore scientifico alla Mapei, Patrick Lefevere patron duro e vecchio stampo in Quick Step, i manager americani della Trek che hanno visto in me qualità che non avevo, Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup, e Paolo Bellino, Ceo di Rcs Sport, che mi hanno offerto questa opportunità.

Quando si parte?
«Domani, per il nuovo Giro dell’Armenia. Il ciclismo non ha più confini».

8 settembre 2026