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Lunedì l’azienda automobilistica tedesca Volkswagen ha fatto un accordo non ancora definitivo per vendere lo stabilimento di Osnabrück al fondo d’investimento israeliano Aurelius, che avrà la maggioranza della proprietà, e allo stato tedesco della Bassa Sassonia, dove si trova la fabbrica.
Volkswagen ha detto che lo stabilimento verrà gradualmente trasformato in un centro per la produzione di tecnologie per la sicurezza e la difesa. Il primo progetto previsto riguarda sistemi e componenti per la difesa aerea, che saranno prodotti per la Germania e l’Europa. Aurelius e la Bassa Sassonia collaboreranno per questo progetto con l’azienda statale israeliana Rafael, che produce armamenti ed è nota tra le altre cose per aver costruito l’Iron Dome, il più noto sistema di difesa aerea di Israele.
Secondo la rappresentante dei lavoratori di Volkswagen Daniela Cavallo l’accordo permetterà di salvare il posto di lavoro ad almeno 1.200 dei circa 1.800 operai della fabbrica.
La vendita di uno stabilimento storico come quello di Osnabrück, che produce automobili da 125 anni, rientra nel piano di Volkswagen per risolvere una crisi che va avanti da molto tempo. In particolare, è la conseguenza dell’accordo che l’azienda trovò nel 2024 dopo mesi di negoziazioni e tensioni con IG Metall, l’influente sindacato tedesco dei metalmeccanici, e con cui s’impegnava a favorire una riconversione degli impianti in cui non era più prevista la produzione di automobili: a Osnabrück terminerà nel 2027.
Un’iniziale trattativa per la vendita dello stabilimento tra Volkswagen e Rafael era stata ostacolata dal fondo sovrano del Qatar, che è il terzo azionista dell’azienda automobilistica tedesca.

Oliver Blume (amministratore delegato di Volkswagen), Christine Benner (capa di IG Metall), Olaf Lies (presidente della Bassa Sassonia), Daniela Cavallo (rappresentante dei lavoratori di Volkswagen AG) e Jacob Tomer (co-fondatore del fondo Aurelius) durante l’annuncio dell’accordo per la vendita dello stabilimento di Osnabrück (Friso Gentsch/Volkswagen)
Per il momento comunque non è noto il prezzo a cui lo stabilimento sarà venduto, ma nemmeno la struttura societaria della nuova proprietà e i termini della collaborazione con Rafael. Questo anche perché per completare la vendita manca la firma di un accordo definitivo, che dovrà essere approvato anche dalle autorità tedesche che regolamentano i mercati e garantiscono la concorrenza.
Se dovesse andare a buon fine potrebbe essere un modello per altri stabilimenti di Volkswagen a rischio chiusura. La capacità tedesca di produzione di armamenti è insufficiente rispetto agli investimenti che il governo della Germania sta facendo in questo ambito negli ultimi anni. Dopo il 2024 peraltro la crisi dell’azienda automobilistica tedesca è peggiorata ulteriormente: sebbene nel 2025 abbia chiuso comunque con 6,9 miliardi di euro di profitti, l’utile era calato del 44 per cento rispetto ai 12,4 miliardi del 2024, circa la metà di quello del 2019. Nel secondo trimestre del 2026 i profitti sono calati ulteriormente del 33 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima.
A inizio settembre il consiglio di sorveglianza di Volkswagen, che è composto per metà dai rappresentanti dei lavoratori e per metà da quelli degli azionisti, aveva approvato un altro piano proposto dal consiglio di amministrazione per ridurre i costi. Il piano prevede di valutare una riconversione dei quattro stabilimenti (Emden, Hannover, Neckarsulm e Zwickau) che esauriranno i modelli in produzione tra il 2031 e il 2034, oltre all’eliminazione di altri 50mila posti di lavoro entro il 2030, in più rispetto ai 50mila che erano già concordati: resterebbero così circa 500mila dipendenti nel mondo. Questi stabilimenti però sono più grossi di quello di Osnabrück, che quindi non è detto che sia un buon modello per loro.
La crisi di Volkswagen rientra in quella più ampia del settore automobilistico in Europa, dovuta soprattutto alla forte competizione da parte delle aziende cinesi, alle difficoltà di riconvertirsi alla produzione di auto elettriche e ai dazi del 25 per cento imposti dal presidente statunitense Donald Trump sulle auto prodotte all’estero (che pesano soprattutto sui marchi di lusso).
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