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Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Communications ha concluso che la vita sul nostro pianeta è estremamente vulnerabile quando la terra cambia bruscamente di «stato climatico». Le somiglianze tra le crisi del passato, come la Grande moria, e l’attuale riscaldamento globale sono, a dir poco, sorprendenti.

Ogni volta che pensiamo a un’estinzione di massa, cerchiamo automaticamente un colpevole. Per esempio, quando parliamo dell’estinzione alla fine del Cretaceo, immaginiamo un asteroide colossale che colpisce il golfo del Messico; se invece torniamo alla fine del Permiano, visualizziamo le apocalittiche eruzioni vulcaniche della Siberia.

Fu il preludio perfetto alla peste nera

E così via. Tuttavia potrebbe esserci un fattore che non avevamo considerato fino in fondo. I ricercatori hanno analizzato gli ultimi 539 milioni di anni della storia della terra (l’eone Fanerozoico) e hanno scoperto che il clima del nostro pianeta e il suo ciclo del carbonio non sono cambiati in modo graduale, bensì attraverso bruschi salti.

Terra stato clima
I cinque «mega-stati» climatici della terra

I ricercatori, dell’Università di Vilnius, della Open University e dell’Istituto di Potsdam, tra gli altri, hanno scoperto che la terra è rimasta ancorata a soli cinque regimi climatici e del carbonio di lungo periodo. Hanno denominato questi periodi intervalli «Haggis» (in omaggio al famoso piatto scozzese, per la struttura a blocchi dei loro grafici).

Ciò che accade è che, per decine o centinaia di milioni di anni, il pianeta rimane in uno stato di equilibrio grazie a meccanismi di retroazione tra l’atmosfera, gli oceani e la vita stessa. Ma, di tanto in tanto, il sistema supera una soglia critica e passa bruscamente a un nuovo regime. È proprio durante queste rapide transizioni che la vita diventa straordinariamente fragile e vulnerabile.

Per individuare questi indicatori, i ricercatori hanno creato un «indice di vulnerabilità della biosfera», incrociando i dati sugli isotopi del carbonio e dell’ossigeno con i dati del registro fossile. I dati hanno mostrato che i picchi di massima vulnerabilità biologica coincidevano in modo sorprendente con le grandi estinzioni di massa, le famose «Big Five» (l’estinzione dell’Ordoviciano, l’estinzione del Devoniano, l’estinzione del Permiano, l’estinzione del Triassico e l’estinzione del Cretaceo). Sembra che, quando il sistema climatico si riorganizza, gli ecosistemi non abbiano il tempo di adattarsi alla combinazione di stress termico, acidificazione e perdita di habitat.

La Grande Moria: asfissia e calore negli oceani

Per capire come si manifesta concretamente questa vulnerabilità, è interessante dare un’occhiata alla più grande catastrofe di tutti i tempi: l’estinzione del Permiano-Triassico, avvenuta 252 milioni di anni fa e conosciuta come la Grande Morìa, che spazzò via il novantacinque per cento delle specie (quasi tutte le specie marine e il settanta per cento dei vertebrati terrestri).

In effetti, uno studio parallelo pubblicato sulla rivista PNAS da scienziati dell’Università di Stanford ha fornito nuovi dati sui meccanismi fisiologici alla base di questa tremenda strage. Confrontando la tolleranza di trentotto specie marine, i ricercatori hanno scoperto perché alcuni animali sopravvissero e altri no. La fauna del Paleozoico (come i brachiopodi), caratterizzata da un metabolismo lento, fu spazzata via perché non riuscì a sopportare la letale combinazione di un drastico aumento della temperatura dell’acqua e del crollo dei livelli di ossigeno (ipossia).

Vista generale del sito archeologico di Çatal Hüyük

Al contrario, la fauna più «moderna» (come i molluschi e i ricci di mare), dotata di una maggiore capacità di adattamento aerobico, riuscì a sopravvivere e a ereditare gli oceani. Il riscaldamento globale di quell’epoca, alimentato da massicce emissioni di gas serra di origine vulcanica, fece aumentare le temperature tra otto e dodici gradi centigradi. Uno scenario che, purtroppo, ci risulta piuttosto familiare.

Siamo sull’orlo di un nuovo abisso climatico alla luce dei dati storici?

Attualmente viviamo nel Cenozoico, o era Cenozoica. È l’ultima era geologica della terra e, secondo l’indice di vulnerabilità elaborato dai ricercatori, è la più «tranquilla» e resiliente degli ultimi 539 milioni di anni. Tuttavia la velocità con cui stiamo immettendo anidride carbonica nell’atmosfera non ha precedenti nella storia geologica recente.

I modelli matematici dello studio hanno mostrato che, prima di un cambiamento di regime, i sistemi emettono «segnali di allerta precoce», come il fatto che le perturbazioni impiegano più tempo a svanire e che il clima «lampeggia» in modo irregolare. Fenomeni estremi come siccità prolungate, tempeste sempre più intense e oceani che perdono ossigeno sono sintomi di un sistema che fatica a mantenere il proprio equilibrio. E questi segnali che emergono dalla storia non ci sono affatto estranei oggi.

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