Un gruppo di ricercatori danesi ha confrontato l’età registrata all’anagrafe con quella, assai meno evidente, che sembra affiorare dall’intestino: ne è risultato che il microbiota, cioè l’insieme dei microrganismi che popolano il nostro apparato digerente, è associato alle condizioni immunitarie e fisiologiche dell’organismo più fortemente di quanto non lo sia, per molti dei valori esaminati, il semplice numero degli anni. Non è ancora un orologio biologico e tanto meno una macchina capace di ringiovanirci. Ma la differenza lascia di stucco.
Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha riguardato 1.199 adulti fra i 20 e i 72 anni, appartenenti alla coorte di popolazione DanFunD. Di ciascuno sono state sovrapposte, per così dire, tre mappe: la composizione del microbiota fecale; la concentrazione nel sangue di 30 citochine, le molecole che consentono alle cellule del sistema immunitario di scambiarsi segnali; infine 19 parametri biochimici e fisiologici. In tal modo gli studiosi hanno potuto mettere a confronto ciò che dice la carta d’identità con ciò che rivelano batteri, infiammazione e metabolismo.
Le cifre spiegano la portata dell’osservazione. L’età cronologica era associata al 40 per cento delle citochine infiammatorie e alla maggior parte delle variabili fisiologiche — un risultato, questo, tutt’altro che sorprendente —; tuttavia, nel confronto diretto, la composizione dell’ecosistema intestinale mostrava un’associazione più forte nel 97 per cento delle citochine e nell’84 per cento dei parametri fisiologici considerati.
Che cosa significa? Non che i batteri sappiano contare i nostri compleanni. Significa, piuttosto, che due persone di 50 anni possono portare lo stesso numero sulla carta e condizioni interne assai diverse: nell’una un metabolismo relativamente efficiente e una modesta infiammazione, nell’altra caratteristiche più comuni nelle età avanzate. Per intenderci, l’anagrafe segna la distanza percorsa; il microbiota potrebbe rivelare in quali condizioni ha viaggiato la macchina.
È qui che compare l’inflammaging, termine con il quale si indica la lenta infiammazione sistemica, persistente ma di basso grado, che tende ad aumentare con l’età ed è studiata in rapporto alla fragilità e a numerose malattie croniche. Le citochine funzionano come messaggi spediti fra le difese dell’organismo; quando certi segnali pro-infiammatori diventano più numerosi, il sistema mantiene una sorta di allarme sommesso. Non una sirena improvvisa, dunque, ma un ronzio continuo che accompagna l’invecchiamento.
A rendere sconcertante il confronto è stato soprattutto un profilo intestinale denominato Bacteroides 2 (Bact2). Precisiamo: un enterotipo non è un batterio isolato, bensì una configurazione complessiva della comunità microbica, come se si descrivesse una città non attraverso un solo abitante ma contando quartieri, varietà e densità della popolazione. Bact2 era già conosciuto per la presenza relativa generalmente elevata di Bacteroides, per la minore ricchezza di specie e per una ridotta abbondanza complessiva di microrganismi.
Nel nuovo studio, gli adulti con questo enterotipo presentavano, fin dalla prima età adulta, concentrazioni più elevate di citochine pro-infiammatorie e condizioni metaboliche meno favorevoli. In alcuni confronti, il profilo di inflammaging legato a Bact2 compariva addirittura fino a 37 anni prima rispetto a quello osservato negli altri enterotipi. Un anticipo clamoroso, se così vogliamo chiamarlo, che non rimaneva chiuso nelle provette.
Durante il successivo periodo di osservazione, infatti, Bact2 risultava associato a un rischio maggiore di sviluppare nuove malattie in differenti sistemi dell’organismo. L’hazard ratio, l’indice utilizzato per confrontare nel tempo la frequenza con cui si verificano gli eventi nei diversi gruppi, era pari a 1,21: in altre parole, il tasso relativo di insorgenza di nuove malattie risultava circa il 21 per cento più elevato nelle persone con questo enterotipo.
All’estremo opposto si trovava un microbiota molto diversificato, associato a livelli inferiori d’infiammazione e a un minore rischio futuro di malattia. Il contrasto è netto: da una parte una comunità meno ricca, accompagnata da segnali metabolici e immunitari sfavorevoli; dall’altra un ecosistema più vario, legato a un quadro migliore. Sarebbe però prematuro trasformare tale differenza in una prescrizione.
Lo studio dimostra infatti associazioni, non causalità. Alimentazione, farmaci, attività fisica, ambiente, malattie già presenti e caratteristiche individuali possono modificare nello stesso tempo il microbiota e lo stato di salute; distinguere il motore dall’effetto, in questa rete di influenze, è assai complesso. Nulla prova, per ora, che alterando artificialmente i microrganismi intestinali si possa rallentare l’invecchiamento o restituire giovinezza al corpo.
Eppure il microbiota non appare più soltanto come uno spettatore silenzioso. Se studi longitudinali e interventistici riusciranno a dimostrare un rapporto di causa ed effetto, quei microrganismi potranno forse diventare indicatori dello stato reale dell’organismo. Resta da vedere se raccontino soltanto come stiamo invecchiando oppure se, almeno in parte, contribuiscano a decidere la velocità del viaggio.

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Eriksen C., Chatzigiannidou I., Dehli R.K. et al. “Gut microbiota composition outperforms chronological age in predicting systemic inflammation and incident disease risk”. Nature Communications, 8 settembre 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-77499-9.

