Per quanto riguarda Qinwen Zheng c’è qualche dettaglio che va ricordato e non trascurato, e forse la sua storia è anche quella più entusiasmante ed eccitante da raccontare, se pensiamo che a Parigi, maggio di quest’anno, sembrava davvero in crisi dopo aver perso (4-6, 0-6) al primo turno contro una giovane sconosciuta polacca, Maja Chwalinska, che poi – sull’onda dell’inerzia – sarebbe arrivata a disputare la finale dello Slam sulla terra rossa.

Quel giorno, confessa oggi la cinese, le è servito. Come si dice? Solo chi cade può rialzarsi, e Qinwen ha fatto bagno d’umiltà, si è immersa e ha continuato a lavorare su stessa, a credere nel suo lavoro. Ha giocato le qualificazioni di ogni torneo, essendo scivolato ben oltre il centesimo posto. Ma non si è arresa: per due volte, a Flushing Meadows, si è trovata 0-5. Contro Madison Keys e contro Iga Swiatek: le lacrime delle due avversarie hanno certificato la resilienza della tennista cinese, degna erede di Li Na. Con gli attuali quarti di finale, Zheng è risalita al 52° posto, guadagnando 69 posizioni. Vincesse gli US Open, diventerebbe n. 13.

“Una partita alla volta, non penso più al punteggio” ha detto, per raccontare come avesse fatto a realizzare due rimonte impossibili. Stavolta però incrocia l’algida e fredda Rybakina, le cui espressioni in campo, i suoi sentimenti, non sono prevedibili. È lei la favorita: bisognerà scoprire quanta energia è rimasta in Qinwen. Comunque vada, Rybakina-Zheng è la risposta femminile allo Shelton-Alcaraz che ha entusiasmato l’Arthur Ashe Stadium: è uno di quei classici momenti che ci faranno dire, a chi la vedrà: “io c’ero”.