di
Luigi Ippolito

Undici paesi europei e il Canada hanno deciso di prendere provvedimenti contro la violenza dei coloni nei confronti dei palestinesi

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Un ampio fronte internazionale, guidato dalla Gran Bretagna, per mettere un freno all’espansionismo e alle violenze dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata: con un comunicato congiunto dei rispettivi ministri degli Esteri, dodici Paesi tra cui Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito hanno confermato l’intenzione di introdurre sanzioni contro le colonie israeliane, o quanto meno di considerare di farlo.

«Le azioni del governo di Israele in Cisgiordania — si legge nel comunicato — stanno minando la possibilità di una soluzione basata sui due Stati. La situazione si sta deteriorando rapidamente nel mezzo di un livello senza precedenti di violenza dei coloni e di espansione degli insediamenti». Per questo il primo ministro britannico, Andy Burnham, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier canadese Mark Carney hanno annunciato simultaneamente il bando alle importazioni di beni dalle colonie israeliane e l’adozione di «misure mirate» contro di esse e chi le facilita.



















































Immediata la reazione di Israele: il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Gideon Sa’ar, ha denunciato le «vergognose bugie» e ha decretato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme, oltre a mettere al bando 11 deputati di Londra, fra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn e tutti i cinque rappresentanti dei Verdi, accusati di «attività anti-semite». «Il messaggio a ogni governo che ci danneggia è chiaro — ha aggiunto Sa’ar —: chiunque agisce contro Israele, Israele agirà contro di loro».
Anche l’ambasciatore americano presso lo Stato ebraico, Mike Huckabee, ha fatto planare l’ipotesi che ci possano essere ritorsioni commerciali da parte dell’amministrazione guidata da Donald Trump, schierata a sostegno di Israele senza esitazioni.

La mossa dei Paesi europei (più il Canada) è arrivata sull’onda dell’annuncio, da parte di Israele, dell’apertura della gara per la costruzione di 1.200 abitazioni nella cosidetta Area E1, una zona strategicamente importante della Cisgiordania a Est di Gerusalemme: lo Stato ebraico aveva finora tenuti fermi questi piani a causa delle pressioni internazionali e il loro scongelamento ha suscitato ampie critiche. Il ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, ha spiegato in Parlamento che il «nuovo approccio» si è reso necessario perché l’ampliamento degli insediamenti rendeva «impraticabile» la soluzione dei due Stati in quanto «taglia il cuore della Palestina».

Miliband ha usato parole senza precedenti per un governo di Londra: il ministro ha affermato che gli insediamenti in Cisgiordania rappresentano una «pulizia etnica» e che ci sono prove crescenti che Israele abbia commesso «crimini di guerra» a Gaza, anche se ha evitato di definirli un genocidio, dicendo che spetterà ai tribunali internazionali stabilirlo.
Miliband ha ripetuto che le sanzioni non sono dirette contro il popolo ebraico e ha cercato di sgombrare il campo da possibili accuse di antisemitismo, definendosi un «orgoglioso ebreo britannico» e rievocando la storia della sua famiglia, parte della quale venne sterminata dai nazisti. Ma il rabbino capo del Regno Unito, Sir Ephraim Mirvis, ha parlato di «un giorno nero per gli ebrei britannici» e ha denunciato la «mendace retorica anti-israeliana», che non fa che incoraggiare la gente che «usa l’odio come un’arma contro gli ebrei».

In Gran Bretagna negli scorsi anni c’è stata una recrudescenza di attacchi anti-semiti, sull’onda del risentimento per la guerra a Gaza, e gli ebrei vivono ormai in un clima di paura. Ma le preoccupazioni interne del nuovo premier, Burnham, sono di tutt’altro tenore: il suo primo pronunciamento in politica estera — campo che pure gli interessa molto poco — era stato proprio su Israele, per dirsi insoddisfatto della linea tenuta dal suo predecessore, Keir Starmer, giudicata troppo morbida.

Il timore dei laburisti è il crollo dei consensi fra l’elettorato musulmano, finora serbatoio sicuro di voti: l’opinione pubblica islamica in Gran Bretagna si è radicalizzata e si è spostata verso i Verdi, caratterizzati invece da una linea smaccatamente filo-palestinese. È anche per andare al recupero che fa gioco a Burnham fare la faccia dura con Israele.

9 settembre 2026 ( modifica il 9 settembre 2026 | 16:31)