Il suo consiglio è di avvicinarsi agli alberi con lentezza, come fa lui, che dopo trent’anni da manager nella moda ha deciso di cambiare vita assecondando una vocazione al confine tra arte e natura. Luca Zampini, 64 anni, fotografo ferrarese, non si presenta come «ambientalista», ma nell’ambiente ha trovato un nuovo sguardo.
Si definisce “fotografo degli alberi”. Che cosa significa?
«Ho concentrato la mia ricerca fotografica attorno a questo soggetto. Da 15 anni mi occupo di fotografia. Avevo un archivio di 300.000 foto che ho ridotto a 16.000 e mi sono accorto che nelle foto importanti c’erano sempre gli alberi. In loro ho capito che poteva germogliare il mio pensiero».
Com’è nata questa chiamata?
«Non so se la mia data di nascita, il 21 marzo, primo giorno di primavera e giornata mondiale per le foreste, abbia inciso. Mia madre era Carolina Marisa Occari, pittrice e incisore di grande valore, allieva di Giorgio Morandi. Sono entrato in “crisi” dopo un viaggio in Islanda. Guardavo le mie foto di alberi a distanza e mi son detto: ma questo è un controsenso. Sto fotografando alberi che non sfioro nemmeno».
E com’è cambiato l’approccio?
«Osservo l’albero, lo respiro, dialogo con lui. E mi avvicino lentamente, scattando fino a quando sono contro la corteccia. Poi sovrappongo le foto in un’unica immagine dinamica, in bianco e nero, che condensa tutte le mie emozioni rivolte all’albero».
Lei fotografa ed espone alberi singoli. E l’albero, come singola entità, è diventato una fonte di dibattito. O addirittura di scontro.
«Fotografo singoli esemplari perché ho bisogno di un contatto diretto, a tu per tu. Ma capisco l’interesse crescente per gli alberi “al singolare”. L’albero è la metafora della lentezza e della resistenza. Si ribella in silenzio al vortice degli eventi. Diventa una sorta di proiezione del nostro bisogno di mettere radici, in un mondo in cui è sempre più difficile affondarle».
È cambiato il nostro modo di guardare gli alberi?
«Penso che non siano più solo un simbolo di beneficio climatico. Gli alberi risvegliano l’inconscio della nostra infanzia, perché tutti, da bambini, abbiamo avuto a che fare con loro. Per molti è un legame affettivo. E questo cerco di ritrovare nelle mie foto. Decisivo fu Nino Migliori, che mi fece capire che con una foto non si fotografa un oggetto, ma un pensiero».
Ha mai partecipato a qualche sit-in per salvare un albero?
«Amo la natura ma non sono per le azioni violente. Ho partecipato a una biciclettata per protestare contro l’apertura dell’ennesimo centro commerciale, ma non riesco a fotografare a comando. E non fotografo mai alberi urbani, perché soffro quando vedo alberi che soffrono, chiusi in un recinto antropizzato. La cosa più bella che mi è stata detta in una mostra è stata: “Non mi ero mai accorto in vent’anni di quell’albero e ora non posso fare a meno di osservarlo”».