di
Marta Blumi Tripodi
La rapper anglo-nigeriana in arrivo in Italia: si esibirà il 25 settembre all’Alcatraz di Milano
In oltre trent’anni di attività il Meltdown Festival di Londra ha avuto direttori artistici eccellenti, da Nick Cave a David Bowie, da Patti Smith a Yoko Ono. L’edizione 2025, che si è svolta a giugno, è stata affidata alla curatrice più giovane di sempre, la trentunenne anglo-nigeriana Simbiatu Ajikawo, in arte Little Simz.
«Per me è stato un onore enorme» sorride lei. «Oltre a ideare dibattiti, workshop e spettacoli ho potuto esibirmi con un’intera orchestra: non mi era mai capitato prima». È molto nota in una duplice veste: quella di attrice, con ruoli importanti in serie Netflix come «Top Boy», e quella di rapper, che la sta portando a esibirsi in tutto il mondo (arriverà anche all’Alcatraz di Milano il 25 settembre).
Il merito è di album profondi e pieni di sfumature come l’ultimo «Lotus», uscito all’inizio dell’estate. A livello di sound spazia tra hip hop, jazz, reggae, funk e afro; i testi, invece, sono uno spaccato di vita dei giovani britannici di seconda generazione, dagli aspetti più semplici (come in «Young», in cui racconta le difficoltà economiche dei suoi coetanei) ai più esistenziali (in «Blue» rivela dubbi, angosce e speranze). «Volevo fare un disco che portasse dentro di sé molta onestà e vulnerabilità, ma allo stesso tempo fosse godibile e ballabile» dice semplicemente.
Di recente Simz ha attraversato una grave crisi personale, che le ha fatto pensare che non valesse più la pena continuare a fare musica. «Ho pubblicato i miei primi brani a 14 anni e da allora non ho mai smesso, ma a un certo punto non sapevo più perché lo facevo. Mi sono detta: in fondo ho già fatto delle belle canzoni, sono felice, può anche bastare così» racconta.
«Oggi però sono fiera di me stessa per aver tenuto duro: non è stato facile». A destabilizzarla è stata la separazione dai suoi ex collaboratori – tra cui l’ex produttore Inflo, che ha querelato per non averle restituito un prestito da oltre un milione di sterline – e non il successo.
«La mia vita di tutti i giorni è molto tranquilla e riservata, quindi, anche se là fuori è tutto folle, la frenesia non riesce a penetrare più di tanto nella mia bolla» riflette. «E comunque non sono certo la prima persona al mondo che lavora sotto pressione e deve fronteggiare le aspettative».
Quelle per «Lotus», in effetti, erano piuttosto alte: con i cinque dischi precedenti aveva vinto quasi tutti i premi a disposizione in patria, tra Brit Awards, Mercury Prize e Mobo Awards. «Non è certo per questo che lavoro così duramente, ma il fatto che i miei sforzi vengano riconosciuti è molto gratificante» commenta. E ora c’è chi pensa che la prossima tappa saranno i Grammy Awards, il che sarebbe un fatto inedito per una rapper inglese, e per di più donna.
L’album prende il nome dal fiore di loto, che nasce e cresce nel fango. «Nella vita di tutti i giorni mi capita spesso di non riuscire a dire quello che vorrei: finisco per risultare ambigua, perché ogni parola può avere tanti significati diversi e molti non colgono le metafore» dice. «Stavolta, invece, sono riuscita a comunicare esattamente quello che desideravo».
Nella speranza che la musica torni anche a informare ed educare: «Credo che in questo momento sia la chiave di tutto. Non sto dicendo che là fuori siano tutti scemi, ma so quanto può essere spaventoso avere un’opinione, soprattutto in un mondo in cui chi ha una voce viene represso».
25 agosto 2025
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