Alla Mostra del cinema di Venezia 2025, Paolo Sorrentino porta La Grazia, un’opera  sospesa tra i ricordi del passato e le trappole del presente, tra il peso del potere e la leggerezza dell’amore. Toni Servillo è un Presidente ferito, divorato dal dubbio e dalla gelosia, alle prese con scelte che cambiano il destino altrui. Accanto a lui Anna Ferzetti, luminosa nel ruolo della figlia, e Milvia Marigliano, unica e tagliente: un’opera che fa del dubbio una forma di grazia

Paolo Sorrentino torna al Lido con La Grazia, film d’apertura della Mostra del Cinema di Venezia 82. Un’opera che, fin dai primi fotogrammi, si presenta come un sontuoso affresco ipnotico: la camera si perde nel cielo azzurro di Roma, segnato dalle Frecce Tricolori, e si abbassa fino alle mura del Quirinale, dove echeggiano articoli della Costituzione. È in questo spazio sospeso, tra solennità e malinconia, che prende forma il racconto di Mariano De Santis (un Toni Servillo di dolorosa perfezione), Presidente della Repubblica immaginario che si rivolge alla moglie defunta con la frase: «Aurora, mi manchi». Il politico è entrato nel semestre bianco, ha scongiurato 6 crisi di governo, ma quando scopre che viene soprannominato “cemento armato”, qualcosa si incrina nella sua quotidianità.

La grazia come motore narrativo

Sorrentino ha spiegato in conferenza stampa che l’ispirazione nasce da un fatto di cronaca: una grazia concessa da Sergio Mattarella in un caso di dramma familiare. Da lì la costruzione di un personaggio che non è copia di nessun presidente reale, ma sintesi poetica di molti. Mariano De Santis è innamorato della moglie che non c’è più, vuole molto bene alla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), ed è fedele al diritto e alle sue leggi che ha studiato per tutta la vita. È un uomo che esiste nel dubbio, nella sospensione, nella consapevolezza che la grazia non è mai solo un atto politico ma un atto d’amore.

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Amore, dubbio e gelosia

La Grazia è un film d’amore, ma non si tratta di un amore pacificato. Il Presidente Mariano De Santis vive sotto l’ombra di una gelosia che non si spegne: è convinto che la moglie Aurora lo abbia tradito, e che l’amante sia stato Ugo Romano, compagno di scuola e aspirante prossimo Presidente dela Repubblica. L’amore, allora, non è solo nostalgia ma ferita: la grazia diventa perdono mancato, sospetto che divora, come il mostro dagli occhi verdi immaginato da Shakespeare.

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Le due richieste di grazia

Sul tavolo presidenziale arrivano due storie che pesano come macigni. Isa Rocca, una donna colpevole di aver assassinato il marito violento nel sonno con una raffica di coltellate: un delitto nato dalla paura e dall’assenza di tutela. E poi Cristiano Arpa, professore di storia che ha ucciso la moglie ormai consumata dall’Alzheimer, per risparmiarle un’agonia senza fine. Due destini opposti, due richieste che trasformano il diritto in tragedia umana, e la giustizia in un campo di battaglia morale.

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Il decreto sull’eutanasia

A tormentare il Presidente c’è anche un decreto legge sull’eutanasia. Ogni parola sembra una condanna, ogni modifica una ferita. De Santis pensa: “Se non l’approvo, sono un torturatore. Se lo approvo, un assassino.” È il dubbio portato al parossismo: un uomo chiamato a decidere sul confine tra vita e morte, in un paese che chiede risposte ma non smette di dividersi.

Il tomo Himalaya K3

In questo labirinto morale, un’immagine colpisce e resta negli occhi: un tomo di diritto penale di oltre duemila pagine, scritto dagli studenti e soprannominato Himalaya K3. Un Everest cartaceo impossibile da scalare, metafora della legge e della sua impotenza davanti al dolore umano. Il Presidente lo sfoglia come chi osserva una montagna: immobile, inaccessibile, eterna.

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La solitudine del Quirinale

Sorrentino racconta il Quirinale come un “luogo di solitudine, con una veste meno istituzionale”. Non c’è il rituale sacrale de Il Divo, non c’è il bagliore mondano de La Grande Bellezza. Qui domina un senso di precarietà, di sconfitta silenziosa. Memorabile la scena in cui il Presidente del Portogallo, in visita ufficiale, scivola sul tappeto rosso sotto la pioggia: la politica come teatro fragile, sempre a un passo dal ridicolo.

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Servillo, Ferzetti e Marigliano

Servillo e Sorrentino non litigano mai, hanno raccontato entrambi. Si fanno “del bene reciprocamente”. Qui l’attore indossa il dubbio come seconda pelle: completo blu scuro, camicia bianca, cravatta dalle minute geometrie. Un uomo chiamato “cemento armato” dagli amici, ma fragile nel cuore. Non Gep Gambardella con i suoi abiti sgargianti: De Santis è un uomo che indossa le scelte come un esoscheletro per non cedere alla sensibilità.

Accanto a lui, Anna Ferzetti regala forse la sua interpretazione più intensa, nel ruolo della figlia Dorotea: composta e fiera, ma al tempo stesso attraversata da una fragilità che la rende profondamente umana. È lei, più di chiunque altro, a restituire al Presidente il senso di una grazia privata, un respiro che va oltre le carte e le leggi.

E poi Milvia Marigliano, unica e inimitabile nel ruolo della critica d’arte Coco Valori: una presenza scenica che squarcia il film con la forza di aforismi taglienti, lapidari e ironici come quelli di Karl Kraus. Ogni sua battuta è una stilettata di verità, capace di alleggerire e al tempo stesso illuminare i paradossi del potere.

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Musica, Maradona e Guè Pequeno

Il film sorprende anche per la colonna sonora, dove accanto agli alpini che intonano il celebre “33” compare la voce di Guè Pequeno, protagonista di un cameo ironico e straniante. È da antologia la sequenza in cui il Presidente stesso sembra ascoltarlo, persino ripeterne i versi, in un cortocircuito che intreccia palazzo e periferia:

“Sveglio le accarezzo il capello / sento l’extension, sognavo un milione di euro, almeno penso / Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore / chiedo dopo perdono non prima per favore / in testa un film splatter bevo cioccolatte come in Clockers / su una pila di soldi alta come un double whopper / l’incubo italiano se stai senza soldi / hai un mirino rosso in testa tipo Metal Gear Solid.”

È qui che la genialità di Sorrentino si avvicina alla serpentina di Maradona nel Mundial dell’86: un gesto imprevedibile e naturale, capace di ribaltare lo sguardo e lasciare lo spettatore senza fiato. Un dribbling estetico che trasforma il potere in poesia.

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Anna Ferzetti protagonista del film La Grazia di Sorrentino. FOTO

L’intervista a Vogue

Alla fine, Mariano De Santis concede un’intervista a Vogue. Non parla di politica, ma di abiti, di colori, di vita. Con ironia dichiara che non indosserebbe mai una giacca rossa con pantaloni bianchi — ed è Sorrentino stesso a strizzare l’occhio, evocando il look di Gep Gambardella ne La Grande Bellezza. Ma precisa che l’unica a osare era sua moglie: adorava l’azzurro d’estate e il verde d’inverno.
C’è un ricordo che brilla: Aurora un giorno mise una spilla sul vestito e lui le disse di toglierla, “così sembri una signora”. Lei ribatté: “E perché, non sono una signora?”. E lui concluse, con tenerezza intatta: “Non per me. Per me sei la mia ragazza”.

La lezione finale di Dorotea

Il film si chiude con la figlia Dorotea, giurista e donna indipendente, che decide di iscriversi a una scuola di danza. È un atto di grazia privata, un abbandono al vivere. Non è vero che la libertà conta poco con l’età, suggerisce Sorrentino: la libertà è proprio ciò che ci resta quando tutto sembra perdersi.

Sorrentino e Venezia, un ritorno inevitabile

Il rapporto tra Paolo Sorrentino e Venezia è fatto di ritorni e rivelazioni. Qui ha presentato L’uomo in più, qui ha portato È stata la mano di Dio — vincitore del Gran Premio della Giuria nel 2021 — e ora inaugura il concorso con La Grazia. È un legame che non riguarda solo i festival, ma la memoria stessa del suo cinema: ogni volta, una nuova tappa di un percorso che intreccia biografia e invenzione.

Un film nel solco della sua filmografia

La Grazia dialoga con l’intera filmografia del regista. C’è l’eco di Il Divo nel racconto del potere, ma senza il grottesco. C’è il riflesso di La Grande Bellezza, evocata con ironia nell’intervista a Vogue. C’è la malinconia sospesa di È stata la mano di Dio, che intrecciava intimo e collettivo. C’è la vertigine barocca di Loro, sublimata qui in visioni essenziali.

La certezza nemica della politica

Per Sorrentino il dubbio non è una fragilità, ma una virtù dimenticata. Nell’Italia contemporanea, dice, il potere è pieno di certezze, ma sono certezze senza ideologia, “strampalate”. La Grazia ribadisce che il dubbio dovrebbe essere una condizione necessaria per governare, non un ostacolo. E il Presidente De Santis diventa allora la sua figura-simbolo: un uomo che non smette di vacillare, e proprio per questo resta umano.

Un Sorrentino maturo

Rispetto ai fuochi d’artificio de La Grande Bellezza o al cinismo de Il Divo, La Grazia si presenta come un’opera più meditativa e matura, intrisa di malinconia e senso del limite. Non manca la cifra stilistica del regista, ma il tono è quello di un’elegia. È come una pizza d’asporto mangiata direttamente dal cartone: semplice, imperfetta, ma capace di saziare più di mille portate dietetiche e alla pagé. Perché a volte ciò che in apparenza può apparire pesante, rivela un incredibile leggerrezza.

I nostri giorni tra amore e incertezza

Con La Grazia, Paolo Sorrentino firma un film che interroga il presente attraverso il dubbio e la fragilità. Non una celebrazione del potere, ma un viaggio nella sua solitudine, un film che riconsegna al cinema la sua forza etica e poetica. Alla domanda tormentone del film — “Di chi sono i nostri giorni?” — Sorrentino risponde con un sorriso amaro: sono nostri solo se sappiamo abitarli con amore e incertezza. E ci lascia con una scena finale in cui ribasice il suo talento infinito per l’ronia e l’autoironia. Sarà sempre una risata che ci salverà. Dagli altri e da noi stessi.

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