Con La Gioia, unico film italiano in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 2025, Nicolangelo Gelormini firma un’opera intensa e poetica, ispirata a un omicidio realmente accaduto. Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmine Trinca danno corpo a una tragedia che vibra di desiderio e annientamento. Un film che rifiuta i riflettori morbosi della cronaca e si affida alla sobrietà tagliente del cinema d’autore.
Questa volta non c’è L’arte in questa Gioia.
Non la saga televisiva diretta e amata da Valeria Golino, che ha conquistato Cannes con L’arte della gioia, ma un film che prende lo stesso nome e lo priva di felicità, per restituircelo come ferita. La Gioia di Nicolangelo Gelormini, unico titolo italiano in concorso alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia 2025, è un’opera che parte da un dramma di cronaca e lo trasfigura in parabola universale.
Una Madame Bovary piemontese
Il cuore del film è Gioia, interpretata da una straordinaria Valeria Golino, proteiforme e magnetica. È una donna single attempata che vive ancora con i genitori: un padre con l’Alzheimer e una madre protettiva, quasi beghina. Insegna francese, conosce a memoria i luoghi dove si amarono Rimbaud e Verlaine, ma veste con improbabili maglioni a fiorellini, tiene sul comò angeli di ceramica, bambolotti di pezza e la sciarpa della Juventus.
La sua felicità si riduce a una partita vinta dai bianconeri contro il Frosinone o a un gol di Bremer di testa. Non ha mai vissuto “il tempo delle mele” e ancora lo aspetta, perché nei sogni i frutti non marciscono mai. Nella colonna sonora, accanto a David Bowie e a Blue Monday dei New Order, c’è Pure Reality di Richard Anderson: un inno dolente, che restituisce il senso di una vita sospesa fra attesa e illusione.
Eppure non c’è dileggio nel racconto: Gelormini non guarda mai con ironia crudele a questa Madame Bovary piemontese, ma la filma con rispetto, perché le leggi del desiderio non conoscono morale.
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Alessio, l’angelo azzurro
L’irruzione di Alessio (Saul Nanni) nella vita di Gioia è detonazione pura. Un ragazzo di bellezza abbacinante, capace di sedurre uomini e donne con facilità. Vederlo in parrucca bionda, corpetto e calze a rete danzare in una scena del film è come trovarsi davanti a un Angelo Azzurro dei nostri tempi, una Lily Marlene riscritta per la contemporaneità.
Ma Alessio è anche un adolescente che si vende al miglior offerente , un giovane uomo in bilico tra sopravvivenza e autodistruzione. La sua sensualità è veleno, promessa di vita e condanna insieme. E quando incontra Gioia, la collisione diventa inevitabile: l’amore proibito si trasforma in abisso, in tragedia.
Cupio dissolvi e lo sguardo oltre i media
Nelle parole dello stesso Gelormini, il cuore di La Gioia è un cupio dissolvi, un desiderio di annientamento che attraversa i corpi e le anime dei suoi personaggi. È la pulsione segreta che lega Gioia e Alessio: lei con la purezza ostinata dei sentimenti, lui con il veleno sociale che lo divora.
Ma a differenza dei media che spesso trasformano i crimini in spettacolo, amplificandone i dettagli con toni morbosi e talvolta grotteschi, il film sceglie un’altra strada. Rigetta la spettacolarizzazione dell’omicidio, rifiuta la scorciatoia del sensazionalismo, eppure non smussa la realtà. La affronta di petto, con la forza austera e lirica del cinema d’autore.
Il punto di forza: il cast
Il film trova la sua potenza in un cast capace di imprimersi nella memoria. Valeria Golino offre una delle sue interpretazioni più vibranti, Saul Nanni si conferma un attore di magnetismo raro, Jasmine Trinca trasforma un ruolo fragile in un ritratto potente. Accanto a loro, Francesco Colella e Betti Pedrazzi (staordinaria nel ruolo di Gisella, la madre di Gioia, figura iperprottiva tra un bollito fatto a regola d’arte e un’omelia ascoltata alla radio) costruiscono figure memorabili, che completano un quadro umano ricco di sfumature.
È un film che resta dentro come una tragedia greca traslata nel nostro presente, ma senza eccessi, senza compiacimenti. Gelormini dosa le immagini con misura, affidandosi alla forza del vero cinema d’autore: quello che non urla ma che ti lacera con la precisione di un bisturi.
Uno sguardo entomologico e poetico
Gelormini osserva i suoi personaggi come un entomologo appassionato: mai con freddezza, ma con la curiosità di chi cerca di cogliere il mistero di ogni gesto. Così la macchina da presa indugia sugli oggetti quotidiani, sulle smagliature, sulle crepe: i pupazzi di pezza di Gioia, i top leopardati di Carla, i corpi di Alessio che si offrono e si negano.
Il film non giudica, non condanna, non assolve. Mostra. E nel mostrare rivela quanto il desiderio sia indifferente alle leggi sociali e morali, quanto sia specchio di sogni destinati a spegnersi all’alba o a soffocare in un Suv parcheggiato, mentre il lusso di Montecarlo e delle sue ville è lontano anni luce.
Quando la gioia si fa tragedia
La Gioia è un’opera che conuiga cronaca e mito, realtà e lirismo. Gelormini non ha paura dell’abisso: lo guarda, lo filma, lo trasfigura. Grazie a un cast memorabile e a una regia che dosa la tragedia con misura, La Gioia diventa un film che resta dentro, che non consola ma ferisce, che restituisce al cinema d’autore la sua funzione più alta: essere specchio dei nostri sogni infranti e dei nostri desideri indomabili.
E così, se L’arte della gioia era una celebrazione della vita, La Gioia ne è la controfaccia oscura: non la conquista del piacere, ma il suo annientamento. In entrambi i casi, il volto di Valeria Golino resta al centro: musa, attrice, regista, capace di incarnare la gioia e la sua assenza, l’arte e la tragedia.
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