di
Francesca Angeleri
La cantautrice e conduttrice: «Michelle Masullo? La prima volta che mi ha chiamato mamma mi sono arrabbiata moltissimo. Sono 30 anni che non mi fanno cantare in tv, e il problema è che le mie canzoni non passano neanche in radio. La moda? TOmo Ford mi chiamava “la top”»
Jo Squillo, chi chiamerebbe, oggi, a suonare tra le Kandeggina Gang?
«Le Kandeggina Gang… noi eravamo sbiancanti, nocive, pericolose. Oggi? Un po’ lo sono le Bambole di pezza (gruppo rock punk milanese con cui collabora, ndr), che sono giovanissime, toste, brave. Mi piacciono anche molto Elodie, Arisa, Gaia, Emma…».
Cosa le piace di loro?
«Sono vocalmente molto brave. Hanno imparato quello che mi diceva Mogol quando voleva che andassi a scuola da lui».
Perché non ci è andata a scuola da Mogol?
«Lo rimpiango… è stato un peccato non aver imparato bene la vocalità anche perché credo di avere delle belle potenzialità. Però io non avevo tempo di fermarmi e studiare. Lavoravo tanto. Alla fine degli anni ’90 ho aperto anche un canale di moda».
Perché la moda?
«È un’altra forma d’arte con cui ho sempre giocato. Negli anni ’80 ci chiamavamo look generation. Quando Versace ha creato Versus mi passava gli abiti, Oliviero Toscani mi aveva dedicato la copertina di “Moda” con il titolo “Io sono la moda”. La Sozzani mi voleva su Vogue. Mi chiamavano a presentare molti eventi del genere».
Allora?
«Ho iniziato a bussare a tutte le porte: “Ho in mente un’idea, vorrei fare un programma…”».
Porte chiuse?
«Tutte. E allora sai cosa ho fatto?».
Dica.
«Me ne sono andata a Parigi, dal capo di Eutelsat (una delle principali società europee che gestiscono satelliti per telecomunicazioni, ndr), era un mio fan. “Voglio aprire un canale di moda che supporti ogni genere di creatività e bellezza”. E mi diede le frequenze. Gratis. Aveva riconosciuto il mio valore. Per il resto, me lo sono sempre finanziato da sola».
Jo Squillo tra le «sofisticatissime» giornaliste di moda. Come è andata?
«La trasmissione era diffusa in 50 Paesi, era molto più conosciuta di me. Alle sfilate mi apostrofavano: “Ma tu non fai la cantante? Cosa vuoi qui?”. Mi chiamavano in tutto il mondo mentre in Italia mi davano della “riciclata”. Le Pr mi snobbavano, i geni creativi mi amavano».
Tutti?
«Mi ricordo una volta che Tom Ford, il Tom Ford di Gucci, si inginocchiò: “È arrivata la top”, disse. Karl Lagerfeld mi chiamava Miss Italia. Non sopportava rilasciare interviste ma con me gli piaceva chiacchierare e mi faceva passare davanti a tutti. Una volta mi sentii anche in imbarazzo perché rimanemmo a parlare per oltre 45 minuti, mentre le altre aspettavano fuori. Con tanti abbiamo costruito dei bei rapporti, veri».
Anche fuori dalle passerelle?
«Ricordo con gratitudine quando Vivienne Westwood venne a vedere il mio Wall of Dolls (progetto artistico contro la violenza sulle donne nato nel 2014, ndr), ci teneva molto a comprendere la mia azione sociale, anche lei era impegnata sugli stessi temi. Ho amato tanto Franco Moschino, finanziò il primo centro per malati terminali di Aids ad Abbiategrasso. Mi chiese di esibirmi e lo feci, fui l’unica ad aver avuto il coraggio di esporsi, di toccare quelle persone trattate come appestate. Ho imparato una lezione importante, che i giovani artisti di oggi difficilmente possono capire».
Quale?
«Che non si fa questo mestiere esclusivamente per i soldi».
E per cosa, anche?
«Per portare bellezza, per dare energia, per solidarizzare, per dare cazzotti nello stomaco, per aiutare le donne. Per tirarsi su dal divano quando fuori c’è una pandemia».
Lei in lockdown faceva il suo dj set dal vivo su Instagram quasi tutti i giorni.
«Una sera erano collegati in 150mila, uno stadio in pratica».
Ha vissuto la Milano punk degli anni ’80. Le manca quel periodo?
«Manca quell’atmosfera folle e veloce, che era quella degli intellettuali e dei creativi milanesi. Gente come Franco Bolelli, Gianni Sassi… io penso che fosse tutto fantastico anche perché eravamo tutti poveri».
Poveri?
«Poveri, sì. Io dividevo letteralmente il piatto di pasta con il mio compagno. Demetrio Stratos, che è stato il mio maestro, anche lui era povero… Non ci è mai interessato niente dei soldi. Noi pensavamo alla creatività, all’evoluzione, alla follia, alla gioia».
Artisticamente è cresciuta in un centro sociale.
«Sperimentavamo moltissimo, riscrivevamo la realtà con la creatività. Santa Marta era la casa occupata più attiva d’Italia, ci passava Mauro Pagani, c’era Alberto Camerini, c’erano dei grafici pazzeschi come Cardini… il mio primo produttore è stato Paolo Tofani degli Area».
Sente di aver ricevuto meno di ciò che merita dallo showbusiness?
«Io sono una outsider. È una scelta e l’ho pagata molto cara».
Cosa capita agli outsider?
«Sono trent’anni che non mi fanno cantare in televisione. E di canzoni ne ho incise almeno 150. Il problema è che non passano in radio».
Un sassolino che si vuole togliere?
«Penso che sia una vergogna che nelle radio ci sia un tale conflitto di interessi. È tutto lo stesso sistema: etichette, radio, concerti. Per entrare nel circuito devi pagare. Neanche Siamo donne era passata in radio, per dire».
A proposito: ma la Jo che arriva dal punk e dalla new wave, aveva un po’ la «puzza sotto il naso» per Sabrina Salerno?
«Semmai il contrario. Io la volevo moltissimo su quella canzone proprio perché era il mio opposto. È il bello del femminismo: abbracciare ogni tipo di femminilità. Lei era sexy, prosperosa, meravigliosa».
Come è andata?
«Andai da lei e le dissi: “Sabri questa è la mia canzone e vorrei che con me la cantassi tu”. Era titubante, non aveva mai cantato in italiano. Le sono molto grata, lei era veramente una superstar in quel momento, era prima in classifica in Inghilterra. È stata coraggiosa ad accettare di cantare quel brano, aveva un messaggio molto forte».
Siete ancora legate?
«Io la considero una sorella. Sono contenta perché l’avevo fatta smettere di fumare».
Rispetto a brani forti: lei ha scritto una canzone che si chiamava Violentami.
«Sempre negli anni ’80, una ragazzina in metro era stata violentata. Aveva la minigonna. Si diceva che se l’era cercata…».
Com’è avere una «figlia elettiva»?
«Con la maternità avevo chiuso. Avevo provato un’inseminazione artificiale ma non andò in porto. La ginecologa mi disse in modo molto brusco che non avrei mai potuto avere figli. Ho accettato il mio destino. Nell’adozione non mi sono cimentata perché c’è un’ingiustizia incredibile e una burocrazia senza senso».
Michelle Masullo quando arriva?
«Poco dopo la morte dei miei genitori. Stavo e sto malissimo (si commuove), mia sorella dice che devo andare in terapia… Avevo un mio spazio di moda dentro il programma Rai Detto Fatto. Lei mi faceva da modella. Lavorava sodo, andava avanti e indietro dal Friuli per due soldi, mi sono rivista molto in lei. L’accompagnavo in stazione, all’ostello… adesso viviamo insieme. La prima volta che mi ha chiamata mamma, dopo un mese che stava da me, mi sono arrabbiata moltissimo».
Perché?
«Non ero pronta. Ma lei non ha desistito, mi ha fatto capire che c’era per me questa possibilità… È un amore incredibile il nostro».
E con la madre vera, i rapporti come sono?
«All’inizio non è stato facile, c’è stata una rottura tra loro. Adesso Michelle sta capendo l’importanza di un buon rapporto anche con la sua mamma biologica».
Voi fate molte cose insieme, anche le tournée. Quali sono i vostri momenti più cari?
«La camomilla con la melatonina è il nostro rito serale. E le coccole la mattina. Con lei mi sono concessa di essere tenera».
29 agosto 2025 ( modifica il 29 agosto 2025 | 07:37)
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