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Valerio Cappelli, inviato a Venezia

A Venezia il divo di «Jay Kelly» è stato colpito da una grave sinusite. Ma non ha rinunciato al tappeto rosso

VENEZIA Il forfeit di George Clooney, ieri. «Non può essere con noi, ha una sinusite grave, ma sarà sul tappeto rosso», annuncia la moderatrice della conferenza stampa nel primo pomeriggio. Poco dopo le 21 il divo mantiene la promessa: sfila con la moglie Amal.

Clooney aveva già annullato l’incontro ristretto con pochi giornali per il film Jay Kelly (è il nome del suo personaggio), previsto all’hotel Excelsior, sperava di farcela per quello ufficiale. Depennato anche quello. È rimasto rintanato nella suite dello stesso hotel, a cento metri dal Palazzo del cinema, spegnendo l’aria condizionata, per raffreddare l’aria di questi giorni, afosa, umida, malsana che fa molto Morte a Venezia. Lo assiste la moglie, Amal Alamuddin, sposata a Venezia 11 anni fa.



















































La coppia due giorni fa era sbarcata salutando fotografi e curiosi. Lo guardavano col naso all’ingiù, dal pontile che sovrasta l’approdo. George aveva il solito sorriso contagioso e complice, da vecchio compagno di scuola. Il malore è stato improvviso. La voce si è sparsa rapidamente e la folla di ragazze che lo aspettava nel consueto copione di idolatria pagana, malgrado la pioggerella che andava e veniva, più fastidiosa delle zanzare che qui d’estate mettono su casa, si è ritirata in buon ordine, rimettendo nello zaino i peluche che George ormai potrebbe aprire un negozio.

«George sta così male da non poter essere qui», dice Laura Dern, nei panni dell’ufficio stampa di Jay Kelly. Annuisce Emily Mortimer, che qui debutta come cosceneggiatrice, la ricordiamo cannibalizzata dalla sensualità di Scarlett Johansson, come fidanzata del maestro di tennis in Match Point di Woody Allen.

Clooney fa sapere che ci teneva molto a incontrare i giornalisti perché il suo film è stato girato in parte in Italia, in Toscana, dove Alba Rohrwacher gli fa da autista mentre gli organizzano un tributo. È una commedia amara targata Netflix . Interpreta se stesso, un divo del cinema. Mettendo a nudo gli egoismi e le vulnerabilità di una star. Fa un certo effetto la battuta che dice: «Solo in Italia danno un premio a uno di mezz’età». Toc toc, c’è una persona (vera) lì dentro? Lui è Jay Kelly, dà il titolo alla commedia di Noah Baumbach. Il tema è l’identità, come racconta il regista per la terza volta in gara.

Come ha recitato Jay Kelly la sua parte nella vita? «È la storia di un uomo che ripensa alla sua vita e riflette sulle sue scelte, successi, errori. Qual è lo scarto tra chi abbiamo deciso di essere e chi potremmo effettivamente essere, e cosa vuol dire essere se stessi?». Tutti i ricordi di Jay sono i film. Le figlie lo accusano di aver anteposto ambizioni e successo a loro.

Clooney raccontò che Jay Kelly «ha molti più rimpianti di quanti ne avrei io, per mia fortuna, la fama è arrivata molto più tardi nella mia vita, a 33 anni, e lavoravo da 12. Ho capito quanto tutto questo sia fugace, e quanto poco l’abbaglio del successo avesse a che fare con me; avevo capito come vivere la vita prima di dover capire come essere famoso, non credo che il mio eroe Jay abbia dovuto farlo. Per un attore di 64 anni, trovare ruoli come questo non è frequente. Se non fai pace con l’invecchiamento, meglio lasciare lo spettacolo e scomparire».

Ha le sopracciglia tinte. Jay Kelly è una star che si affaccia al tramonto, «deve farsi una ragione sul fatto che non è stato un grande padre».

29 agosto 2025