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Stefania Ulivi, inviata a Venezia
L’attrice alla Mostra del Cinema con Yorgos Lanthimos. «Il successo? So gestirlo, ci sono io e l’avatar di attrice. Credo negli extraterrestri, non possiamo essere soli nell’universo»
VENEZIA «Come fate a essere sicuri che io non sia un’aliena?». La risata di Emma Stone, ormai un marchio di fabbrica, cesellato da anni di collaborazione con Yorgos Lanthimos, scalda il festival. Con Povere creature! fecero cappotto, Leone d’oro 2020 e quattro Oscar, compreso il suo. Tornano in gara con Bugonia. Lei, già Coppa Volpi nel 2016 per La la land, ne è anche produttrice (esce il 23 ottobre con Universal). Al centro, due cugini complottisti (Jesse Plemons e Aidan Delbis) che rapiscono la ad di una multinazionale farmaceutica, convinti che sia un’aliena in missione per annientare la specie umana.
È un remake di «Save the Green Planet!». Lì il manager era un uomo, è stata lei a suggerire il cambio?
«Ari Aster, con cui ho girato Eddington, è un fan del film originale e con il suo socio produttore ha commissionato la sceneggiatura a Will Tracy. A Yorgos è piaciuta. Per me è stata solo fortuna. È un cambio intelligente. Aumenta l’ambiguità della storia».
«Beh, una donna che viene catturata e legata da due uomini che la portano in uno scantinato crea una tensione che corre nel corso del film. Non voglio svelare nulla, ma vi assicuro che accadono un sacco di cose sorprendenti. È violento, ma non nel modo che uno potrebbe aspettarsi. Pensi che stia succedendo una cosa e poi un’altra rimette tutto in discussione. Anche in relazione ai personaggi. Pensi che abbiano buone intenzioni o che siano pazzi, poi tutto si ribalta completamente».
Sta dicendo che la sua ad non è una vittima?
«È una manager, abituata ad avere il comando. Cerca di assumere un ruolo dominante anche in quella situazione folle. È una maniaca del controllo. Anche della sua immagine. Come Steve Jobs indossa sempre le stesse cose: stesse camicie, stesso tailleur».
Quello con Lanthimos è un connubio di ferro, fin dai tempi de «La favorita».
«Ci capiamo al volo, ridiamo delle stesse cose. Per me è una gioia seguire le sue suggestioni. Anche quando, come qui, mi ha chiesto di rasarmi a zero. Di dà la possibilità di esprimerti al meglio. È un regista che ama fare squadra, siamo un po’ come una compagnia teatrale».
«Bugonia» è fantascienza ma riflette un presente in cui è facile manipolare e farsi manipolare. La spaventa?
«È vero, come dice Yorgos, che ci si chiude in bolle esaltate dalla tecnologia. Ma mi sembra che sia sempre stato così. Da quando è nata la religione, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci dica cosa fare. Cerchiamo di dare un senso alla vita, un significato. Tu mi racconti questa storia, io ci credo, mi ci aggrappo. Questo mi dà un senso di equilibrio in questa follia. La tecnologia lo ha esasperato, certo, c’è più possibilità di connettersi, l’algoritmo ti studia e ti ripropone le stesse cosa. Questo ha reso molto facile cadere in queste trappole. Penso soprattutto ai nostri adolescenti che passano tutto il tempo online, che vengono bullizzati, presi di mira per qualcosa, e cadono in queste tane del Bianconiglio come se questa fosse davvero l’unica realtà, l’unica esistenza. È terrificante? Sì, ma in realtà non credo che sia una novità».
Per chi è una star come lei o il protagonista di «Jay Kelly» è più difficile essere sotto gli occhi di tutti?
«Non ho visto Jay Kelly ma credo di saper gestire la popolarità. Credo che tutti ci confrontiamo con qualcosa di simile grazie ai social media. Le persone pensano di conoscerci, ma vedono solo una parte di ciò che siamo veramente. Per me esiste un avatar che sono io e un’altra versione di me. C’è la persona che è qui e un’altra che sta con gli amici e la famiglia. E questo mi permette di restare sana».
Ma lei ci crede negli alieni?
««Ebbene sì! Mi sembra troppo da narcisi pensare di essere soli nell’universo».
29 agosto 2025 ( modifica il 29 agosto 2025 | 12:30)
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