Fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 82, After the Hunt segna il ritorno di Luca Guadagnino al Lido. Nel cast Julia Roberts, Andrew Garfield, Ayo Edebiri, Michael Stuhlbarg e Chloë Sevigny. Ambientato nell’università di Yale, il thriller psicologico intreccia accuse di molestie, segreti sepolti e conflitti di potere. Un film che sorprende per complessità, sostenuto da una colonna sonora di Trent Reznor & Atticus Ross, e che interroga verità, femminismo e fragilità contemporanee

Inizia come un chiacchiericcio salottiero tra calici di rosso, martini d’ordinanza, frizzi su Michel Foucault e lazzi su Friedrich Nietzsche. Un prologo che sembra una festa intellettuale, piena di fiumi di parole, e che si chiude con uno svenimento improvviso: Guadagnino sorprende ancora, spiazzando con un avvio fatto di schermaglie verbali prima che accuse, difese e controaccuse si rovescino sull’aula accademica come onde di tempesta. Persino un brano di Morrissey e degli Smiths fa capolino, a ricordarci che l’università non è così diversa da un agone infernale.

“Le persone non mentono mai tanto quanto dopo una caccia, durante una guerra o prima di un’elezione”, scriveva Otto von Bismarck. Non è una battuta del film, ma l’epigrafe scelta dal pressbook per presentare After the Hunt. Ed è un viatico perfetto: avverte lo spettatore che qui la verità sarà mobile, che ogni personaggio custodisce una propria menzogna necessaria, e che il cinema non offrirà risposte ma domande.

Alma Imhoff, l’enigma Julia Roberts

Per la prima volta al Lido, Julia Roberts appare credibile, fragile, irrisolta. La sua Alma Imhoff è una professoressa di filosofia di prestigio, prossima a ottenere la cattedra, ma tormentata da un trauma giovanile mai davvero sedato e da improvvise fitte lancinanti allo stomaco che tradiscono una fragilità fisica tanto più feroce quanto più nascosta. La sua vita si incrina quando la studentessa modello Maggie (Ayo Edebiri) accusa un collega e amico, Hank Gibson (Andrew Garfield), di molestie.

Roberts non interpreta un’eroina, ma una donna imperfetta, in bilico tra intelletto e autodistruzione. “Non credo che After the Hunt minacci il femminismo, al contrario: rianima vecchie discussioni, costringe a guardare in faccia ciò che non vogliamo vedere” ha dichiarato. Alma diventa così un prisma ambiguo, specchio delle nostre incertezze più intime.

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Julia Roberts alla conferenza stampa di After the Hunt

Il  cinema delle zone grigie

Guadagnino costruisce un’opera che sembra un orologio inesorabile: il tic-tac di una lancetta invisibile accompagna lo spettatore, ricordando che i conflitti esplodono anche quando si tenta di nasconderli, e che l’arte di spazzare la polvere sotto il tappeto non funziona più dai tempi di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman.

Il film rifiuta le soluzioni nette: non ci sono colpevoli assoluti, ma un groviglio di verità parziali, di poteri che si sovrappongono, di desideri repressi. Se in Challengers la partita si giocava sul desiderio, qui la partita è tutta sul potere: chi lo possiede, chi lo esercita, chi lo perde.

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Garfield, Edebiri, Sevigny, Stuhlbarg: un cast corale

Se Roberts regge il film con una forza magnetica, il resto del cast non è da meno. Andrew Garfield porta sullo schermo un professore magnetico e pericolosamente vanitoso, capace di sembrare sincero e manipolatore nello stesso respiro. Ayo Edebiri, reduce dal successo di The Bear, incarna Maggie, l’allieva modello che cerca in Alma una madre spirituale e trova invece tradimento.

Emblematica una scena di scontro diretto tra i due: “La vostra generazione ha paura di dire la cosa sbagliata. Da quando offendere qualcuno è diventato il massimo peccato capitale?” provoca Hank/Garfield. E Maggie/Edebiri, con una lucidità tagliente, ribatte: “Forse da quando la tua generazione ha iniziato con le generalizzazioni indiscriminate sulla nostra.” Una schermaglia che fotografa l’anima del film: non lanciare proclami, ma accendere il fuoco del dialogo.

Chloë Sevigny, irriconoscibile come la collega Kim Sayers, presta sarcasmo e cinismo a una figura che ricorda Judith Butler filtrata da Fran Lebowitz: pungente, disillusa, pronta a schernire le derive della cancel culture. E Michael Stuhlbarg, nei panni del marito di Alma, offre una delle prove più struggenti: Frederik è devoto fino all’annullamento, un uomo che ama anche quando non è ricambiato, e proprio per questo diventa il cuore segreto del film.

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After the Hunt, tutto sul film di Luca Guadagnino con Julia Roberts

L’accademia come teatro del dubbio

Il campus universitario ricreato da Stefano Baisi non è solo un luogo, ma un campo di battaglia. Yale, con il suo motto “Light and Truth”, diventa qui terreno di ombre e sospetti: biblioteche gotiche, appartamenti borghesi, sale da pranzo e uffici si trasformano in ring morali. I costumi di Giulia Piersanti donano ad Alma una silhouette iconica: blazer e pantaloni androgini che evocano Diane Keaton e Gena Rowlands.

Ogni dettaglio – un libro, un gesto, una piega della giacca – diventa simbolo di una guerra sotterranea fatta di accuse, sospetti, rivendicazioni.

Il suono come personaggio aggiunto

La colonna sonora, come sempre nei film di Guadagnino, è un’arma segreta. Dopo Queer e Challengers, tornano i geni Trent Reznor e Atticus Ross, che cesellano un tappeto sonoro fatto di pianoforti spezzati, elettronica abrasiva, citazioni colte. A tratti la musica sembra un respiro, altre volte un’incrinatura che graffia l’immagine. È una partitura che non accompagna, ma aggredisce, insinuando dubbi in ogni scena.

Guadagnino e la politica del non detto

Con After the Hunt, Guadagnino riafferma la sua poetica: nessuna sentenza, nessun proclama, solo la restituzione della vita nel suo disordine. Come Pirandello e come Saramago, più che raccontare una storia lineare, mette in scena il meccanismo stesso della narrazione, mostrando quanto sia fragile e manipolabile.

 il cinema come conversazione

Il film non consola, non chiude, non pacifica. Si conclude in sospensione, lasciando il pubblico con più domande che risposte. Julia Roberts lo ha detto con chiarezza: “Il dono del film è che non ti consegna risposte. Ti lascia domande. È quel cinema che ti fa voltare verso chi ti siede accanto e dire: Tu come l’hai visto?”.

Ed è forse questo il gesto politico più radicale: restituire al cinema la sua funzione originaria, quella di aprire spazi di confronto, di abitare il dubbio. Perché la verità, come la caccia evocata da Bismarck, non è mai un bottino conquistato, ma un campo di battaglia che ci attraversa, tra calici di vino, cocktail shakerati, filosofie discusse e ferite che non si rimarginano.

After the Hunt è un cocktail Boulevardier

Non è un film da Martini limpidi, ma da Boulevardier: bourbon, vermouth rosso, Campari. Un parente più scuro e febbrile del Negroni, nato a Parigi ma intriso di America, come l’accademia di Guadagnino. Nel bourbon c’è la bruciatura calda di Julia Roberts, luminosa e segnata da un trauma che non smette di pulsare; nel vermouth il dolce-amaro delle complicità spezzate; nel Campari il rosso feroce delle accuse che incendiano il campus. È un cocktail che cambia gusto mentre lo bevi, ambiguo, irrisolto, proprio come il film: credi di afferrarlo, e già ti sfugge.

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