{"id":105555,"date":"2025-09-13T08:00:12","date_gmt":"2025-09-13T08:00:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/105555\/"},"modified":"2025-09-13T08:00:12","modified_gmt":"2025-09-13T08:00:12","slug":"stefano-zenni-ovvero-il-jazz","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/105555\/","title":{"rendered":"Stefano Zenni, ovvero il jazz"},"content":{"rendered":"<p>Dopo la prima edizione del 2012, esce ora la nuova versione, aggiornata e ampliata, di un importante lavoro firmato da Stefano Zenni e intitolato, assai \u2018semplicemente\u2019, <a href=\"https:\/\/www.quodlibet.it\/libro\/9788822922748\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Storia del jazz<\/a> (Quodlibet, Macerata, 2025, p. 1000).<\/p>\n<p>A questo proposito diventa importante (per comprendere appieno la specificit\u00e0 di questo straordinario lavoro di ricognizione) guardare al sottotitolo del nostro volume, impegnativo e denso come pochi altri: \u201cUna prospettiva globale\u201d.<\/p>\n<p>S\u00ec, perch\u00e9 quella di Zenni \u00e8 anche una storia del jazz, ma \u00e8 soprattutto una topologia, una geografia del jazz, un\u2019analisi comparata, ma anche un vero e proprio sguardo panoptico (a partire da un occhio che tutto vede), e dunque globale, sul mondo del jazz; messo a fuoco a partire da molteplici, pi\u00f9 o meno specifici, punti di vista. Ognuno dei quali sembra venire esplicitamente concepito per illuminare influssi, intrecci culturali, movimenti e trasformazioni, contaminazioni e rimescolamenti che hanno ruotato e continuano a ruotare intorno al mondo del jazz; riuscendo a mostrarne, con grande lucidit\u00e0, la natura oltremodo complessa. ll fatto \u00e8 che, per comprendere davvero questa straordinaria tradizione musicale, appare assolutamente necessario dotarsi di competenze sociologiche, musicali, storiche, geografiche, antropologiche etc; ossia, competenze che vanno ben al di l\u00e0 della conoscenza dei generi che hanno caratterizzato la storia del jazz, a partire dal ragtime, dal New Orleans e dal Dixieland, passando attraverso lo Swing, il Be Bop, l\u2019Hard Bop, il Cool Jazz, sino alla rivoluzione operata dal Free Jazz da un lato e dal Jazz-Rock dall\u2019altro.<\/p>\n<p>Il Jazz \u00e8 molto di pi\u00f9, sembra volerci suggerire il nostro studioso. E per comprenderne davvero il senso \u00e8 necessario essere dotati \u2013 e Zenni lo \u00e8 al massimo grado \u2013 di una preparazione multiforme, conforme cio\u00e8 alla natura intrinsecamente multiforme della musica in questione.<\/p>\n<p>Convergenze, derive, influssi pi\u00f9 o meno sotterranei di tradizioni provenienti da molto lontano (lontano nel tempo e nello spazio), consentono a Zenni di disegnare quindi una fitta trama reticolare in rapporto a cui mostra di sapersi districare con grande agilit\u00e0, precisione e sorprendente capacit\u00e0 di sintesi. Anche il fenomeno del commercio degli schiavi, solitamente riassunto in poche righe (in molte pur significative Storie del jazz) viene qui analizzato e minuziosamente ricostruito, in tutte le sue molteplici fasi (anche attraverso significative mappe) mostrando quante e quali implicazioni avessero le diverse tradizioni di provenienza e le diverse ritualit\u00e0 che, nel Nuovo Mondo, avrebbero prodotto trasformazioni e sarebbero state a loro volta trasformate, dando vita a interessanti e quasi sempre inediti connubi tra universi linguistici e simbolici anche abissalmente distanti.<\/p>\n<p>Quello che Zenni ci mostra con grande efficacia sono dunque le mille diversificazioni prodotte da tali intrecci; che non si giustificano certo parlando genericamente di Africa e Stati Uniti.<\/p>\n<p>Intrecci che avrebbero reso tutto quanto meno doppio, ossia ambivalente, sul modello della doppiezza incarnata dal dio Legba \u2013 \u201cbriccone e bifronte\u201d (p. 43), lo definisce il nostro \u2013, rendendo nello stesso tempo possibili le molte traduzioni, spesso ironiche, della cultura con cui ci si sarebbe contaminati. Importante poi, la sottolineatura, operata sempre dal nostro \u2018storico\u2019, dell\u2019importanza che ebbe la danza nella tradizione destinata a svilupparsi a New Orleans.<\/p>\n<p>Il jazz \u00e8 infatti s\u00ec musica, ma anche danza, ballo, movimento, scatenamento \u2018tribale\u2019 (lo avrebbe capito anche Julius Evola, molto meglio, sicuramente, del progressista ma \u2018rigidino\u2019 Adorno) \u2013 insomma, musica che non pu\u00f2 evitare di far muovere s\u00ec i piedi all\u2019ascoltatore, ma anzitutto al musicista.<\/p>\n<p>Danza, e dunque spettacolo, destinati a diventare importantissime componenti di una concezione musicale che, di contro al divieto imposto ai neri africani di prendere posto a teatro, riusc\u00ec ad aprire nuovi spazi per schiavi destinati a diventare sempre pi\u00f9 clamorosamente protagonisti di una forma di minstrel show proteso a diffondere tutta una serie di importanti stereotipi \u201ctratti dal mondo della schiavit\u00f9\u201d (p. 57).<\/p>\n<p>Importante per la nascita del jazz fu poi l\u2019adozione di \u201cmodi espressivi della chiesa santificata nel repertorio profano e strumentale\u201d (p. 91).<\/p>\n<p>E, particolarmente interessante, il ruolo rivestito poi da un ambiente molto particolare e specifico (di cui nessuna storia del jazz aveva in realt\u00e0 ancora scritto): la bottega del barbiere. S\u00ec, non avete letto male!<\/p>\n<p>\u201cLa bottega era infatti un luogo fondamentale di ritrovo e intrattenimento \u2013 ci spiega Zenni \u2013: in cui, tra le altre cose, gli uomini, in genere quattro, cantavano melodie popolari armonizzandole l\u00ec per l\u00ec\u201d (p. 91).<\/p>\n<p>Sorprende poi l\u2019ampiezza delle conoscenze di Stefano, anche quando si sofferma sull\u2019analisi delle vicende e delle produzioni dei singoli musicisti; a partire da Duke Ellington, uno dei primi grandi eroi del jazz, esploso nel panorama musicale anche grazie al sodalizio con Irving Mills (uno dei manager pi\u00f9 potenti di New York), che lo fece incidere con importanti case discografiche, consentendo la veloce maturazione di uno stile compositivo e orchestrale che avrebbe dato vita a capolavori come In A Sentimental Mood, Take the \u201cA\u201d Train e It Don\u2019t Mean a Thing.<\/p>\n<p>Poi Zenni ci ricorda come fu proprio un critico \u2013 un critico della statura di John Hammond (attivo negli States a partire dagli anni Trenta) \u2013 a promuovere nuove dimensioni esecutive; che non potevano pi\u00f9 essere solo quelle orchestrali (fino a quel momento protagoniste assolute del panorama musicale). Bisognava dare spazio ai solisti e ai piccoli gruppi, rilevanti soprattutto per la loro costitutiva \u201cinformalit\u00e0\u201d \u2013 unica reale custode del vero spirito del jazz (ammesso che si possa parlare di un \u201cvero\u201d spirito del jazz).<\/p>\n<p>La piccola formazione permetteva infatti ai musicisti \u2013 ci spiega ancora una volta Zenni \u2013 di esprimersi con molta maggior libert\u00e0; inimmaginabile nel contesto dei \u201crigidi e standardizzati arrangiamenti per big band\u201d (p. 374).<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"677bb5d6-2451-4d43-9239-06f9518ed2a6\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mark-pecar-TlZkyKVUv90-unsplash.jpg\" width=\"780\" height=\"1170\" alt=\"k\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Ma poi il nostro storico analizza con cura e perspicacia anche le dinamiche sociali e antropologiche destinate ad animare le citt\u00e0, e a renderle protagoniste di una forma musicale tanto importante da esser ritenuta imprescindibile anche da compositori e musicisti classici come George Gershwin e Leonard Bernstein (per non parlare di Stravinsky).<\/p>\n<p>Si pensi, in questo senso, al ruolo rivestito da una strada in particolare, sita nel cuore della Grande Mela: la Cinquantaduesima Strada, che divenne \u201cl\u2019epicentro mondiale del miglior jazz\u201d (p. 375).<\/p>\n<p>Certo, nei locali newyorkesi si faticava a produrre una reale collaborazione tra bianchi e neri. I musicisti bianchi, infatti, non lavoravano spesso in modo formale con i musicisti neri, e dunque non si creavano molte situazioni in cui trattare professionalmente con loro.<\/p>\n<p>Fu solo nel 1935 che il gi\u00e0 citato John Hammond convinse Benny Goodman a \u201cformare un trio interrazziale con il pianista nero Teddy Wilson e il batterista Gene Krupa, a cui nel 1936 si aggiunse il vibrafonista nero Lionel Hampton\u201d (p.376).<\/p>\n<p>In ogni caso, tali barriere furono finalmente fatte cadere proprio nella Cinquantaduesima Strada.<\/p>\n<p>D\u2019altronde, il Jazz \u2013 ci mostra bene Zenni \u2013 \u00e8 musica vocata a rompere barriere e infrangere steccati. \u00c8 musica per natura polimorfa; e dunque priva di una natura identitaria realmente determinata o in qualche modo determinabile. Per questo il jazz, specialmente dopo la Seconda Guerra Mondiale, pot\u00e9 riscoprire le proprie origini africane, soprattutto (ma non solo) ad opera di artisti come Dizzy Gillespie; che le avrebbe riscoperte anche attraverso una interessantissima e azzardata ripresa delle declinazioni caraibiche (in particolare dei ritmi bantu) di quelle medesime origini.<\/p>\n<p>Insomma, ogni volta il jazz ha dimostrato di sapersi fare \u201cnuovo\u201d, e ha saputo indicare nuovi percorsi e nuovi orizzonti di senso proprio tornando a guardare al proprio passato, e in particolare alle proprie origini. D\u2019altro canto, non \u00e8 certo un caso che le cose dovessero andare in questo modo: quando, infatti, si pu\u00f2 essere realmente \u201cnuovi\u201d se non all\u2019origine? L\u00e0 dove nulla ci precede\u2026 obbligandoci a sentirci semplici \u2018eredi\u2019.<\/p>\n<p>Quando, cio\u00e8, nulla \u00e8 ancora \u2018stato\u2019 (ossia, all\u2019inizio) e tutto pu\u00f2 ancora essere. Ecco perch\u00e9 i grandi eroi di questa musica hanno saputo inventare e indicare nuovi percorsi sempre e solamente tornando a guardare alle proprie origini; ossia, riscoprendo l\u2019origine. E dunque \u201cfacendosi origine\u201d essi medesimi. S\u00ec da potersi proporre quali coraggiosi inventori di nuove linee di ricerca.<\/p>\n<p>Sarebbe accaduto anche con il free jazz; i cui protagonisti \u2013 ci dice il nostro studioso \u2013 non si dividono certo in conservatori o progressisti, ma si fanno piuttosto espressioni di \u201cmodi diversi di pensare e rinnovare un linguaggio condiviso\u201d (p. 680). Sempre guardando alle origini, in ogni caso.<\/p>\n<p>Si pensi solo al caso \u201cSun Ra\u201d, ben analizzato da Zenni. Coraggioso protagonista dell\u2019afrofuturismo musicale da lui battezzato guardando a ipotetiche origini egizie, volute anche per ridefinire la storia del popolo nero di l\u00e0 dai modi in cui la medesima \u201cveniva rappresentata dalle istituzioni accademiche e culturali nere\u201d (p. 676).<\/p>\n<p>Vera e propria esperienza dell\u2019origine, dunque, la sua; realizzata attraverso l\u2019assunzione di un\u2019identit\u00e0 aliena, valevole come \u2018prova\u2019 di un radicalissimo ritorno al vagito iniziale. Ossia, a quella condizione non somigliante a nulla di precedente (ch\u00e9 nulla pu\u00f2 appunto precedere l\u2019inizio), che avrebbe reso assolutamente \u201cunica\u201d l\u2019esperienza frammentaria e radicale della musica composta e orchestrata da Sun Ra.<\/p>\n<p>Stefano Zenni, insomma, ci mostra bene che il jazz altro non \u00e8 che un grande \u201cdispositivo\u201d; perfettamente conforme alla definizione elaborata da Deleuze, lettore di Foucault. Deleuze, infatti, intendeva il \u2018dispositivo\u2019 come una matassa; come un insieme multilineare, composto di linee di natura diversa, che non delimitano n\u00e9 circoscrivono sistemi di per s\u00e9 omogenei. Ma seguono direzioni e tracciano processi in perenne squilibrio; talvolta avvicinandosi, talvolta allontanandosi le une dalle altre.<\/p>\n<p>E cosa \u00e8 stato il jazz, se non un dispositivo come quello evocato dalla magistrale definizione deleuziana? Lo mostra perfettamente questo ricchissimo volume dedicato a una musica che ha davvero del \u201cmiracoloso\u201d: una musica capace di far propri il linguaggio della tradizione ebraica (come nell\u2019esperienza musicale di John Zorn), ma anche quello del flamenco (come nel caso di Tete Montoliu) o della tradizione indiana (ripresa con grande estro inventivo da Steve Lehman).<\/p>\n<p>Musica capace di diffondersi in uno scenario globalizzato \u201cdove nuove musiche afroamericane animano la scena, e in cui la diffusione capillare del jazz si \u00e8 sciolta in un sistema arterioso musicale in cui si intrecciano scuole regionali\/nazionali, gli ibridi trans-culturali della word music, la ritrovata centralit\u00e0 musicale dell\u2019Africa, le nuove sintesi della diaspora nera nelle realt\u00e0 urbane, la lingua franca dell\u2019elettronica\u2026 ma anche alcuni ambiti della musica colta europea\u201d (pp. 878-879). Una musica, insomma, cui questo volume restituisce finalmente la dignit\u00e0 che gli spetta, riuscendo a disegnarne l\u2019assoluta \u201cesemplarit\u00e0\u201d e il valore oltremodo paradigmatico in un mondo ormai irrimediabilmente privo di \u201ccentro\u201d o di qualsivoglia semplicistica linearit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Dopo la prima edizione del 2012, esce ora la nuova versione, aggiornata e ampliata, di un importante lavoro&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":105556,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,204,1537,90,89,1609,1539,74174],"class_list":{"0":"post-105555","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-libri","15":"tag-musica","16":"tag-stefano-zenni"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/105555","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=105555"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/105555\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/105556"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=105555"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=105555"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=105555"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}