{"id":107260,"date":"2025-09-14T05:19:09","date_gmt":"2025-09-14T05:19:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/107260\/"},"modified":"2025-09-14T05:19:09","modified_gmt":"2025-09-14T05:19:09","slug":"il-core-de-roma-si-chiama-sora-lella-una-regina-tra-i-fornelli-e-pure-sul-set","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/107260\/","title":{"rendered":"Il core de Roma si chiama Sora Lella. Una regina tra i fornelli e pure sul set"},"content":{"rendered":"<p>Prima puntata del viaggio alla scoperta di quel talento naturale e poliedrico di Elena Fabrizi. Mamma Angela da piccola la portava al mercato: qui nacque l\u2019amore per la cucina popolare. Affinata in tutti i suoi ristoranti.La sua vita, per certi versi, \u00e8 corsa a paso doble, percorsa con impegno e passione, oltre all\u2019immancabile sorriso, fra le trame dei film che l\u2019hanno resa celebre al grande pubblico cos\u00ec come abile regina tra sala e cucina nel suo locale, all\u2019Isola Tiberina, e cos\u00ec nella vita quotidiana con chiunque avesse il piacere di incontrarla.Di Elena Fabbrizi (con la doppia \u00abb\u00bb registrata all\u2019anagrafe), al secolo \u00abSora Lella\u00bb, ne d\u00e0 una bella sintesi introduttiva quello che lei aveva nominato suo nipote adottivo, ovvero Carlo Verdone, che la volle nei suoi film e di cui parleremo dopo. Sono parole scritte nella presentazione del bel libro curato da Francesca Romana Barberini Annamo bene, con il contributo dei quattro nipoti che ora ne continuano la missione. \u00ab\u00c8 stata la nonna di tutti\u00bb grazie a caratteristiche che la rendevano inconfondibile: \u00abQuel suo viso, una mole dall\u2019andatura un po\u2019 dondolante\u00bb, quel modo di parlare \u00abschietto, pieno di espressioni dialettali, quasi ottocentesche\u00bb sono ingredienti unici e ideali a condensare in lei \u00abuna vera donna del popolo di altri tempi\u00bb, con la giusta dose di \u00absaggezza, buonumore\u00bb, ma anche \u00abfilosofica rassegnazione, battute taglienti, sguardo sornione\u00bb quasi a darne l\u2019immagine di \u00abquelle matrone della Roma antica\u00bb ben descritte da Federico Fellini nel suo Satyricon.Questa \u00e8 la Lella mediatica, poi c\u2019\u00e8 quell\u2019altra, quella pi\u00f9 quotidiana, nella trincea dei fornelli. \u00abLa sua abilit\u00e0 e creativit\u00e0 in cucina erano proverbiali\u00bb. Per lei \u00abnulla era banale, neanche un piatto di cicoria. Aveva sempre un segreto che rendeva anche la pietanza pi\u00f9 semplice assolutamente speciale\u00bb. Un\u2019antologia che poi andremo a gustare di papille curiose. Ma nel suo pedigree c\u2019era anche ben altro, la \u00abconvivenza\u00bb, artistica, ma anche un po\u2019 umana, con il fratellone Aldo, protagonista indiscusso della commedia all\u2019italiana. La stampa dell\u2019epoca si divertiva a ironeggiare su di una ipotetica rivalit\u00e0 tra i due. L\u2019uno, oramai al tramonto dopo una brillante carriera; lei, donna matura in ascesa costante come una giovanetta di belle speranze. \u00c8 lei stessa a troncare ogni possibile equivoco, perdonandogli qualche scappatella verbale che pur gli era scivolata dalla gola profonda, assediato da qualche penna guascona in cerca del gossip gratuito. \u00ab\u00c8 un brontolone, ma va capito. Tutti l\u2019attori grandi ci hanno un caratteraccio\u00bb.Torniamo alle origini. Giuseppe Fabbrizi e Angela Petrucci misero al mondo sei figli. Il primogenito maschio, Aldo, classe 1905, e cinque sorelline, con Lella ultima arrivata, nel giugno del 1915. Pap\u00e0 Giuseppe faceva il carrettiere e, con il suo mulo, andava nelle campagne a procurarsi frutta e verdura che poi portava ai banchi del mercato, con mamma Angela che ne gestiva uno in Campo dei Fiori. Un malaugurato giorno scivol\u00f2 in un fossato e mal gliene colse. Dopo alcune settimane mor\u00ec di polmonite. Aldo lasci\u00f2 gli studi e si improvvis\u00f2 tutore delle sorelle, con Lella ancora ai primi passi. Per tenersela buona, la mamma se la portava al mercato e la lasciava giocherellare dentro una cesta vuota che usava per le patate. Anche da qui nacque, probabilmente, quell\u2019imprinting per profumi, colori, anima \u00abdi quella cucina popolare romana che ti entra sottopelle\u00bb e non ti abbandoner\u00e0 poi mai pi\u00f9.In questo clima del far tesoro di tutto quanto a disposizione per sbarcare il lunario quotidiano, Lella diventa una ragazza che non passa inosservata, tanto da convolare a nozze, nel 1935, con Renato Trabalza. E qui si aggiunge un altro ingrediente al formarsi di quella Sora Lella divenuta poi un\u2019icona nazionale. Renato lavorava all\u2019 ammazzatora, cos\u00ec era chiamato il mattatoio del Testaccio e, come avveniva a quel tempo, parte del salario era corrisposto in forma edibile, ovvero avanzi della lavorazione del bestiame, interiora e quant\u2019altro.Su queste basi Lella affina la sua arte nel dare qualit\u00e0 e sostanza a piatti che fanno parte della pi\u00f9 radicata tradizione romana: guanciale, coda alla vaccinara, trippe intriganti, animelle da lasciarci il cuore. Nel 1936 viene al mondo Aldo, il nome omaggio allo zio che fece da balia a mamma Lella anche se, in realt\u00e0, venne sempre chiamato Amleto, rimando al fratello paterno. Non sono anni facili. L\u2019autarchia, figlia del regime, costringe le famiglie a concentrare le loro energie nel valorizzare al massimo quanto si trova a dimensione locale, ovvero con la tessera annonaria, e su questo la Lella cuciniera affina ancora di pi\u00f9 arte e fantasia. Nei rari momenti in cui se lo potevano permettere, frequentano una trattoria in piazza della Cancelleria, a due passi da quella chiesa di San Lorenzo in cui si erano promessi amore eterno.Spesso Lella faceva omaggio all\u2019anziano titolare, tale Pietro, di alcuni piatti che lei si divertiva a preparare tra le pareti domestiche. Talento che lui colse e apprezz\u00f2 sino al punto da offrire loro la possibilit\u00e0 di rilevare un\u2019attivit\u00e0 a cui lui, oramai, non era pi\u00f9 in grado di provvedere. Fu un\u2019autentica sfida in quegli anni, gravati dal peso di un conflitto che loro stessi vissero in diretta. Dopo il rastrellamento del ghetto ebraico da parte delle Ss, capit\u00f2 che i Trabalza-Fabrizi dessero rifugio a una famiglia scampata alla deportazione. Con gli avanzi di quel che restava in cucina, la nostra Lella diede loro vitto e alloggio per diverse settimane, compresa la trasferta per dare rifocillo a un\u2019altra famiglia nascosta in una cisterna dell\u2019ospedale Fatebenefratelli. Sebbene avessero usato tutte le possibili attenzioni, un giorno entr\u00f2 nel locale un uomo in divisa e, armato, minacci\u00f2 i due di feroce rappresaglia se non gli avessero detto dove si trovavano i rifugiati. Per fortuna venne in loro soccorso un vecchio cliente locale che, pur facendo parte della milizia romana, rassicur\u00f2 i rastrellatori del momento che, in quel locale, non c\u2019erano ebrei nascosti e, quindi, se ne potevano andare a cercare altrove.La trattoria sopravvisse agli \u00abstrabalzi\u00bb del tempo, ma il rapporto di coppia tra Lella e Renato dovette affrontare altre altalene e il locale chiuse la serranda nel 1946. Senza mai mollare la presa, mamma Elena conduce un negozio di alimentari nei dintorni. Con Renato ritornato sulla retta via, rilevano altri due locali, dapprima in via dei Balestrari, nei pressi di Campo dei Fiori, e poi nel quartiere San Lorenzo, ma la vera occasione, quella che dar\u00e0 una svolta alla loro vita, capita nel 1959. Anche qui c\u2019\u00e8 un vecchio gestore che vuol passare la mano. Siamo nell\u2019Isola Tiberina, a due passi dal Fatebenefratelli. \u00c8 un locale che non gode di particolare fama, ma le condizioni sembrano buone per provarci. Tra i tavoli c\u2019\u00e8 un cameriere di lungo corso che sembra in libera uscita da una scena di Roberto Rossellini: calvo, con le orecchie a sventola e il tovagliolo sotto l\u2019ascella. Volava sornione tra i tavoli tanto da essersi guadagnato il nome d\u2019arte di \u00abaeroplano\u00bb.Gli inizi sono un po\u2019 difficili. Gente di passo, con molti che si recano a trovare i parenti in ospedale, quindi con ben altre priorit\u00e0 che godersi una pajata o una cacio e pepe. Ma Lella si impegna, ci mette l\u2019anima e il cuore come sempre. L\u2019idea di chiamare il locale \u00abSora Lella\u00bb viene al figlio Aldo \u00abAmleto\u00bb che, nella vita, avrebbe voluto fare l\u2019architetto ma che poi divenne il suo erede. L\u2019anno prima, nel 1958, Lella aveva debuttato, seppur con un ruolo secondario, ne I soliti ignoti di Mario Monicelli. L\u2019altro debutto, invece, quello ai fornelli, presentava difficolt\u00e0 che, progressivamente, andarono a mettere duramente alla prova la passione e la tenacia di Sora Lella e del suo Renato. Si fanno coraggio e chiedono un incontro con il titolare che aveva problemi quotidiani ben diversi dai loro, sommerso da debiti della vecchia gestione che non riusciva a onorare. Arrivarono a un patto tra gentiluomini: se la giovane coppia lo avesse tolto dai guai saldandogli i vecchi debiti, lui avrebbe ceduto loro gratuitamente tutto il locale. Per sapere come va a finire, appuntamento a sabato 27.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Prima puntata del viaggio alla scoperta di quel talento naturale e poliedrico di Elena Fabrizi. 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