{"id":107803,"date":"2025-09-14T11:55:35","date_gmt":"2025-09-14T11:55:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/107803\/"},"modified":"2025-09-14T11:55:35","modified_gmt":"2025-09-14T11:55:35","slug":"un-piccolo-gioiello-al-campiello-2025-inverness-di-monica-pareschi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/107803\/","title":{"rendered":"Un piccolo gioiello al Campiello 2025: \u201cInverness\u201d di Monica Pareschi"},"content":{"rendered":"<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-25834\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/inverness-pareschi-cover-collage.png\" alt=\"La copertina di Inverness di Monica Pareschi\" width=\"1200\" height=\"843\"  \/><\/p>\n<p>Voglio parlare di un libro molto bello che mi ha tenuto compagnia durante l\u2019estate: Inverness, di Monica Pareschi, uscito nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate (Polidoro Editore, Napoli 2025), raccolta di racconti a sorpresa inserita nella cinquina finalista del sessantatreesimo Premio Campiello.<\/p>\n<p>I racconti, si sa, non hanno in genere molta fortuna in Italia, ma io sono contenta che questa volta non sia cos\u00ec: non solo la forma breve mi pare molto adatta a una comunit\u00e0 di lettori e lettrici che assegna alla lettura tradizionale di libri un tempo pi\u00f9 corto di un tempo, ma la narrazione breve, quando \u00e8 riuscita come in questo caso, ha una precisione e una poeticit\u00e0 che nei romanzi \u00e8 distratta dalla trama.<\/p>\n<p>La cerimonia di premiazione del Campiello avr\u00e0 luogo sabato 13 settembre, a due giorni da questa mia nota. Se ho tardato, nel mio consiglio di lettura, \u00e8 perch\u00e9 questo calligrafico ed emozionante mosaico di storie mi ha tenuto compagnia per ben due volte e, ora che ne scrivo, voglio trovare un modo per muovere la curiosit\u00e0 senza guastare la sorpresa, che non manca mai a conclusione di ciascuno degli 8 racconti.<\/p>\n<p>Titolo e trama, per cominciare<\/p>\n<p>Inverness \u00e8 una citt\u00e0 dell\u2019estremo nord della Scozia e anche il titolo dell\u2019ultimo racconto. \u00abAndremo fino a Inverness\u00bb, dice la protagonista e io narrante all\u2019amica con cui sta pianificando un viaggio tra Interrail e autostop. \u00abP. mi guarda con aria interrogativa. E perch\u00e9? Mi piace il nome, rispondo. Quello che non dico \u00e8 che \u00e8 un nome pieno di sole e di luce ghiacciata, azzurra. Un nome che contiene l\u2019Inverno\u00bb. Una citt\u00e0 e un\u2019idea di inverno gelido e luminoso in piena estate, che per\u00f2 sono una specie di chimera, Eden astratto, ideale, illusorio.<\/p>\n<p>In genere i racconti non si leggono come un romanzo, ma in questo caso l\u2019unit\u00e0 \u00e8 data dalla multiforme e polifonica riflessione sulle relazioni, dove il termine \u201criflessione\u201d deve intendersi non tanto come articolazione del pensiero, o giudizio, quanto come atto di rispecchiamento della realt\u00e0 umana.<\/p>\n<p>Le protagoniste, mute o parlanti, a seconda della scelta narratologica e dell\u2019angolo di visuale, sono identit\u00e0 che misurano l\u2019attrito dell\u2019esistenza (e in effetti dei loro corpi, infantili, adolescenti o maturi) nell\u2019incontro con l\u2019altro, sia esso l\u2019amante, l\u2019amica, o, archetipicamente, il genitore. Non occorre definire la tipologia della relazione per riconoscere che in ogni storia si delinea un microcosmo nel quale si muovono principalmente due caratteri tra cui nasce o si esaurisce una tensione che per\u00f2 non trova soluzione nell\u2019incontro concreto, reale: non c\u2019\u00e8 coppia possibile (sentimentale o amicale), e neppure comunicazione; nella matematica delle relazioni secondo Monica Pareschi, 1 + 1 non d\u00e0 luogo a un 2.<\/p>\n<p>Il rischio dell\u2019amore<\/p>\n<p>Il primo racconto, I \u201cBaci\u201d di Munch, o la perfezione dell\u2019amore, offre sin dall\u2019incipit una chiave interpretativa, l\u2019allusione all\u2019incontro con l\u2019altro come minaccia d\u2019esistenza o pericolo mortale: \u00abLa nostalgia di s\u00e9, la perdita dell\u2019uno, l\u2019angoscia che attende la fusione indifferenziata \u00e8 tutta nell\u2019orecchio abbozzato, nella resa cruda della gola: nel baciare serriamo gli occhi, ottusi, sigillati, ciechi e sordi, badiamo a suggere, e a distruggere, la creatura nata morta\u00bb (pp. 10-11).<\/p>\n<p>La fuga che caratterizza la prima protagonista di questo libro si riverbera con modalit\u00e0 differenti un po\u2019 in tutta la raccolta, creando l\u2019illusione che al centro del discorso stia sempre la stessa persona, inseguita e ritratta in momenti diversi della vita. La troviamo infatti bambina smaniosa, istintiva e selvatica, davanti a una grassa coniglia separata dalla prole per l\u2019istinto (innaturale o naturale nonostante tutto?) di divorare i suoi piccoli. Alla scena fa eco il ricordo della madre umana, assediata dal pianto della bambina, ininterrotto fino ai tre anni: \u00abVolevo uccidermi. O forse: volevo ucciderti\u00bb (p. 18).<\/p>\n<p>Siamo nell\u2019estate in cui per la bambina tutto cambia, in un paesaggio agreste e silenzioso, con poche presenze umane, ripugnanti per et\u00e0 e voracit\u00e0. Il perturbante del racconto si fa largo tra piccoli segni, inquietanti o grotteschi, fino alla sorpresa finale che non disvelo e che ha i tratti di un sogno. Il titolo dice che questo \u00e8 il suo Primo amore, sconvolgente, crudele, con l\u2019aggiunta di un non detto che lascia incerti sulla direzione della crudelt\u00e0.<\/p>\n<p>In un altro racconto, Fiori, troviamo la fuga della protagonista davanti a quello che potrebbe essere il pi\u00f9 classico e pacifico dei corteggiamenti: una passeggiata, la bancarella dei fiori, un aperitivo da condividere su un tavolino forse troppo stretto, ma poi ecco i fiori in grembo, come una barriera, una difesa o una specie di alternativa. \u00abSembra che tutta la tua attenzione sia per questi fiori [\u2026]. C\u2019\u00e8 che questi fiori non chiedono niente. C\u2019\u00e8 che il loro amore \u00e8 muto, puro e perfetto, e il mio per loro lo stesso. Non ci scambiamo nulla, se non un po\u2019 d\u2019acqua, e piacere per giorni. Per questo il mio desiderio \u00e8 eterno. Loro non mi chiedono di essere vivi, mentre stanno morendo, non succhiano linfa da me per rimanere in vita perch\u00e9 sono gi\u00e0 morti\u00bb (p. 41).<\/p>\n<p>La voracit\u00e0 dell\u2019amore<\/p>\n<p>Ho fortunatamente letto e anzi consumato i racconti di Monica Pareschi nel formato cartaceo dell\u2019opera. Se avessi scelto la lettura digitale, forse avrei ceduto alla curiosit\u00e0 di rintracciare con pi\u00f9 precisione nel testo i riferimenti al cibo e all\u2019atto del mangiare, succhiare, ma anche espellere, rigurgitare. La scrittura di Pareschi \u00e8 intimamente corporea e mi pare che il cibo sia concreta metafora dell\u2019amore irrisolto, che dell\u2019impossibilit\u00e0 dell\u2019amore (o di quella che per la scrittrice \u00e8 proprio la sua perfezione) il cibo rappresenti un correlativo oggettivo. Troppo amore uccide \u2013 di qui la fuga, il ritrarsi, da quello come da ogni nutrimento.<\/p>\n<p>Tra baci rubati, incontri dolorosi, umiliazioni e rifiuti, si palesa una forma ricorrente nelle protagoniste: congelate o rallentate da una solitudine, che chi legge immagina necessaria a sopravvivere a un primo dolorosissimo rifiuto: \u00abPap\u00e0, penso. Poi lo ripeto forte, pap\u00e0. Le volte che non mi hai amata, le volte che non sono riuscita a farmi amare da te: Il respiro mozzato sempre, le pastiglie per respirare, le pastiglie per dormire: Sono stata brava, pap\u00e0. Un piede avanti all\u2019altro, ogni giorno, senza desideri, l\u2019ordine delle cose. Ho studiato, mi sono laureata, sono andata a insegnare in montagna. Sono tornata, ho lavorato, sono rimasta a casa. Non ho sbagliato mai, non mi hai visto mai sbagliare\u00bb. Per queste donne e bambine la diffidenza nei riguardi del cibo, talvolta il disgusto e poi il rifiuto, suggeriscono una risposta adattativa che interessa anche la sfera dei sentimenti.<\/p>\n<p>La lingua dell\u2019amore<\/p>\n<p>Secondo una leggenda molto nota di cui non saprei ora ricostruire l\u2019origine, l\u2019imperatore Federico II, pi\u00f9 assetato di conoscenza che pietoso, ordin\u00f2 un terribile esperimento: per conoscere la nascita del linguaggio naturale, furono selezionati alcuni neonati e si diede ordine alle madri e alle nutrici di non rivolgere ai bambini alcuna parola. I bambini, come \u00e8 noto, morirono tutti. Forse, oltre alle parole, si vietarono ai neonati anche altri contatti non strettamente essenziali alla sopravvivenza, in ogni caso l\u2019esperimento conferm\u00f2 l\u2019idea che le parole siano una forma essenziale di cura.<\/p>\n<p>Dell\u2019esperimento federiciano \u00e8 lecito dubitare, ma sappiamo con certezza che i neonati al cui pianto non sia data risposta, smettono di piangere. \u00c8 esperienza esistenziale dei troppi bambini che sperimentano precocemente l\u2019abbandono, ma anche di altri che, pur amati, sono stati privati di qualche abbraccio per un pregiudizio fin troppo diffuso nella storia della pedagogia occidentale: il pianto sarebbe fin dal principio un capriccio, e la tenerezza, lungi dal temprare il carattere, renderebbe deboli e viziate le piccole creature. Non mi dilungo, sono espressioni cos\u00ec diffuse nelle generazioni che ci hanno preceduto che possiamo considerarle patrimonio comune, senza stupirci che di tanto in tanto tornino in auge.<\/p>\n<p>Il punto per\u00f2 \u00e8 un altro: il bambino che non piange non \u00e8 un bambino ben educato, ma un cucciolo che rinuncia al suo richiamo perch\u00e9 ha perso fiducia nella risposta e perci\u00f2 si adatta a costruirsi e a sostenere da solo un esoscheletro che lo tenga in piedi e lo guarisca dal bisogno degli altri. La sua quiete \u00e8 una fuga che precorre l\u2019ipotesi di un secondo rifiuto, insostenibile.<\/p>\n<p>Mi scuserete se sono uscita dai sentieri collaudati e mi muovo su quelli pedagogici, infinitamente meno solidi per me, ma la storia dell\u2019umanit\u00e0, delle arti e della letteratura, mi sembra indicare che anche la risposta adattativa, l\u2019esoscheletro, contempla (spesso se non sempre) un enorme potenziale di bellezza. Tu, sanguinosa infanzia, \u00e8 il titolo di una raccolta di racconti di Michele Mari (Einaudi, Torino 1997). La associo a quella di Monica Pareschi (oltre che per la circostanza di aver conosciuto personalmente entrambi gli autori, una decina d\u2019anni fa, in una trasferta marchigiana, in occasione del Premio Letterario Fano) perch\u00e9 mi pare che ci sia in entrambi i libri l\u2019idea la prima stagione dell\u2019esistenza definisca un nucleo emotivo archetipico di altre successive esperienze, ma offra anche ad alcuni la cura della scrittura.<\/p>\n<p>Il linguaggio dei bambini, e anche quello degli adulti, \u00e8 l\u2019originalissima soluzione che distingue il genere umano da ogni altra specie vivente. La narrazione \u00e8 un modo per tenere insieme persone che altrimenti sarebbero estranee e c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 che incontrarsi nella scrittura\/lettura di un racconto permetta di riconoscere una prossimit\u00e0 superiore a quella che condividiamo con chi ci fa compagnia nella vita reale. Le storie raccontate uniscono chi scrive a chi legge ma anche i lettori fra loro, generando comunit\u00e0 del libro oggi sempre pi\u00f9 rare.<\/p>\n<p>Avete presente quando in un paese straniero sentite una parola italiana, o riconoscete una posa familiare, l\u2019abito o la scarpa che hanno tutti nella vostra citt\u00e0 d\u2019origine? Fuori dall\u2019Italia ci chiama al sorriso anche il concittadino a cui, a casa, non presteremmo attenzione. Quest\u2019esperienza di familiarit\u00e0 \u00e8 mille volte pi\u00f9 intensa quando ci si trova co-lettori di un autore o di un\u2019opera che ci ha profondamente toccato, come sono i classici che Pareschi ha tradotto, o come mi auguro sar\u00e0 questo suo libro. Sono certamente due esperienze differenti, ma entrambe riguardano identit\u00e0 e riconoscimento.<\/p>\n<p>Insomma quella relazione che, secondo le narrazioni di Pareschi, si incaglia nel mondo reale, in quello delle parole genera invece un\u2019eccezionale chance di prossimit\u00e0. C\u2019entra sempre la compassione. Ho gi\u00e0 scritto in altri articoli che questa \u00e8 per me la virt\u00f9 sovrana? Temo di averlo fatto anche troppo.<\/p>\n<p>Monica Pareschi \u00e8 una straordinaria traduttrice letteraria: sua \u00e8 la voce italiana di (tra gli altri) Doris Lessing, Willa Cather, James Ballard, Bernard Malamud, Alice McDermott, Shirley Jackson, Hisham Matar, Charlotte e Emily Bront\u00eb. Dall\u2019aver a lungo dialogato con la scrittura altrui l\u2019autrice ricava una prosa precisissima, dura (graffiante) quanto basta, ma poi a tratti lirica e leggera, tanto che il sorriso non manca. Io mi sono commossa leggendo e vorrei proprio testimoniare con queste poche righe che la letteratura \u00e8 ancora capace di questo.<\/p>\n<p>Non serve aver avuto esperienze identiche o simili a quelle dei personaggi per sentire che abitano la nostra coscienza. Leggere Inverness fa bene a quelle piccole ferite nascoste che, specie i pi\u00f9 giovani, possono sentire come una dotazione esclusiva, mentre, a ben guardare, sono il patrimonio, crudele ma anche generoso, dell\u2019umanit\u00e0 tutta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Voglio parlare di un libro molto bello che mi ha tenuto compagnia durante l\u2019estate: Inverness, di Monica Pareschi,&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":107804,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-107803","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/107803","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=107803"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/107803\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/107804"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=107803"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=107803"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=107803"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}