{"id":110853,"date":"2025-09-16T00:19:09","date_gmt":"2025-09-16T00:19:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/110853\/"},"modified":"2025-09-16T00:19:09","modified_gmt":"2025-09-16T00:19:09","slug":"e-da-quarantanni-che-julio-velasco-rende-grande-il-volley-italiano-e-non-ha-ancora-finito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/110853\/","title":{"rendered":"\u00c8 da quarant&#8217;anni che Julio Velasco rende grande il volley italiano, e non ha ancora finito"},"content":{"rendered":"<p>Era la vigilia di Natale del 1989. Nella tradizionale rubrica su Repubblica (\u201cSette giorni di cattivi pensieri\u201d), Gianni Mura scrisse: \u00abDovessi scegliere uno sportivo dell\u2019anno, in Italia, sceglierei Julio Velasco (9), perch\u00e9 non ricordo un cos\u00ec radicale salto in avanti di una squadra. Le squadre, come dimostra la Nazionale di Vicini, possono anche fare salti indietro\u00bb. Tu chiamalo, se vuoi, sdoganamento. \u00c8 la data di nascita del personaggio mediatico. L\u2019allenatore di pallavolo, quello c\u2019era gi\u00e0. Aveva vinto quattro scudetti di fila con la Panini Modena, il cui nome ci riporta dritti agli anni Ottanta, ai derby con la Santal Parma. La pallavolo in Italia cominciava a rosicchiare visibilit\u00e0 alla pallacanestro. Ma con ogni probabilit\u00e0 la strada sarebbe stata ancora lunga se il volley di casa nostra non avesse incontrato lui. Quest\u2019argentino che ha conosciuto e vissuto sulla propria pelle la dittatura dei colonnelli: il fratello fu torturato. Arriv\u00f2 in Italia nel 1983. E qui ha fatto la sua fortuna (e soprattutto la nostra).\u00a0<\/p>\n<p>I puristi e gli storici della pallavolo fanno risalire al 1978 il primo boom popolare. \u00c8 vero. Ospitammo i Mondiali e quella squadra arriv\u00f2 in finale. Ma \u00e8 stato nel settembre 1989 che la pallavolo \u00e8 entrata nel quotidiano degli italiani, senza pi\u00f9 uscirne. Europei maschili a Stoccolma. In panchina c\u2019era lui: l\u2019argentino. L\u2019avventura cominci\u00f2 con qualche ritaglio sui quotidiani. Giorno dopo giorno, e vittoria dopo vittoria, lo spazio divenne sempre pi\u00f9 ampio. Cos\u00ec come le dirette tv furono via via trasferite su canali pi\u00f9 importanti. Gli azzurri persero una sola partita, inutile, contro la Francia. In semifinale presero a pallate l\u2019Olanda e in finale superarono in scioltezza la Svezia. Fu il trionfo. L\u2019inizio del mito.\u00a0<\/p>\n<p>Vale la pena ricordarli i giocatori di quella Nazionale: Anastasi, Bernardi, Cantagalli, De Giorgi, Gardini, Lucchetta, Margutti, Masciarelli, Passani, Tofoli, Zorzi. La spina dorsale di quella squadra che \u00e8 passata alla storia come la \u201cgenerazione di fenomeni\u201d. Altri, poi, se ne sono aggiunti: citiamo Papi, Giani, Bovolenta, Meoni, Gravina, Sartoretti, Bracci. Sono stati l\u2019equivalente di Panatta, Barazzutti, Zugarelli e Bertolucci nel tennis, di Tomba nello sci. Alcuni sono diventati veri e propri personaggi: su tutti Andrea Lucchetta. Hanno rivoluzionato la percezione e la diffusione di questo sport in Italia. Se dal 1989 la passione per la pallavolo \u00e8 costantemente cresciuta tra i giovani, se oggi abbiamo un movimento che in tanti ci invidiano, una buona fetta di merito va a loro. Ai pionieri della pallavolo ad alto livello. E a Julio Velasco, ovviamente, che ne era il leader indiscusso.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p>Pochi giorni dopo quel primo trionfo, Repubblica lo descrisse cos\u00ec: \u00abVelasco, dietro il suo aspetto bonario di professore di ginnastica pi\u00f9 bravo degli altri, \u00e8 un uomo che ama la scienza, la maturit\u00e0 e il conflitto. Non va mai a cena con i suoi giocatori, dice che non \u00e8 suo compito essere amico della squadra. Non \u00e8 disposto a nascondere le difficolt\u00e0, ma le grida forte, gli errori dopo le sconfitte vengono esposti, i panni sporchi vanno lavati in pubblico. I giocatori faticano a sostenere questo conflitto emotivo, ma li fa crescere, li costringe a capire se stessi e le proprie motivazioni. Velasco parla tanto, spiega gli esercizi, e alla fine riesce a ottenere quello che chiede ai giocatori. Ed \u00e8 questo che lo fa grande allenatore. Anche se i giocatori soffrono, anche se mugugnano, poi gli rispondono sul campo. Questi mesi non sono stati di pace completa, ma anche di scontri con i futuri campioni. Bernardi \u00e8 diventato a Stoccolma forse il miglior schiacciatore d\u2019 Europa: ma Velasco, una sera degli ultimi playoff, lo chiam\u00f2 bambino\u00bb.\u00a0<\/p>\n<p>Nasce la figura e il mito di Velasco educatore, formatore, filosofo, guru e per alcuni para-guru (l\u2019Italia, si sa, detesta chi \u00e8 bravo, vince e ha successo). \u00c8 certamente vero che noi italiani abbiamo il debole per la figura del santone, dell\u2019uomo Rockford, per citare uno spot pubblicitario in voga proprio negli anni Ottanta. Lui si prestava e si presta, con le sue frasi sugli occhi della tigre, la teoria degli alibi. Velasco \u00e8 stato al gioco mediatico, senza per\u00f2 confondere i piani. Ha parlato due linguaggi diversi. A ciascuno ha dato quel di cui aveva bisogno. Ai giornalisti le perle di saggezza del talentuoso comunicatore. Agli atleti e alle atlete l\u2019inflessibile allenatore che lavora con ostinazione, per non dire ossessivamente, sul gesto tecnico. Oltre a tanto altro. Rientra nella grandezza e nell\u2019intelligenza dell\u2019uomo. C\u2019\u00e8 un\u2019illuminante intervista in cui Myriam Sylla racconta Velasco: \u00abPer la ricezione mi ha detto \u201ctu devi sviluppare pi\u00f9 mielina\u201d (essenziale nella trasmissione degli impulsi nervosi, ndr), cio\u00e8 una membrana che ricopre\u2026 me l\u2019ha spiegata tutta col disegnino, perch\u00e9 devi continuare a ripetere il movimento, ripeti ripeti ripeti e poi piano piano tu inizi a ricordare e ti viene liscio. \u00c8 cos\u00ec Julio. Ti spiega queste cose qua\u2026\u00bb.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p>Ci ha anche provato, Velasco, a smontare l\u2019impalcatura che sorregge la figura dell\u2019allenatore. Poi, per\u00f2, si \u00e8 arreso. Ne parl\u00f2 a Gianni Mura. \u00abCredo che si carichi di troppe ideologie il nostro lavoro, come se dovessimo rispettare principi filosofici, politici, morali, culturali. L\u2019aggettivo su cui troppo spesso si sorvola \u00e8 uno: tecnico. Abbiamo un lavoro pragmatico. Come un architetto, che non \u00e8 tenuto a spiegare la filosofia della costruzione, ma deve sapere se le fondamenta vanno in terreno fangoso o secco. Non sono n\u00e9 Marx n\u00e9 Gandhi\u00bb. E ancora: \u00abPer gestire bene un gruppo serve una profonda conoscenza dello specifico, altrimenti si \u00e8 patetici e caricaturali. I ragazzi mi rispettano non perch\u00e9 ho carisma, ma perch\u00e9 so di cosa parlo. Nel volley\u00bb.<\/p>\n<p>La Nazionale di Velasco entr\u00f2 nelle case e nella vita del Paese. Si radic\u00f2 come un\u2019eccellenza del Made in Italy. Un\u2019aura che non venne intaccata nemmeno dal dolore e dalla maledizione di non essere riusciti a vincere l\u2019oro olimpico. Era considerata talmente imbattibile che la sconfitta contro l\u2019Olanda ai quarti di Barcellona 92 fu accolta con incredulit\u00e0. Non sembrava possibile che quella squadra, quegli uomini potessero perdere. E invece \u00e8 lo sport. Quelle due sconfitte (l\u2019altra fu in finale ad Atlanta, sempre contro l\u2019Olanda: 17-15 al quinto set) possono aver lasciato il segno a livello sportivo, sugli atleti, ma non sull\u2019aura di leggenda. E nemmeno su Velasco, che quando ha poi vinto l\u2019oro olimpico con le donne (lo scorso anno a Parigi), ci ha tenuto a precisare: \u00abNon sono Baggio che non ha pace perch\u00e9 ha sbagliato un rigore. Quella era una squadra straordinaria che ha perso per due palloni. Ho sempre accettato quel risultato sportivo\u00bb.<\/p>\n<p>Conclusa la fase magica della Nazionale maschile, e dopo una breve parentesi con quella femminile, Velasco \u00e8 un po\u2019 costretto a rinnegare le sue teorie. Intraprende un altro lavoro, immaginiamo remunerato decisamente meglio. \u00c8 richiestissimo dalle aziende. Cragnotti lo porta alla Lazio come direttore generale. Viene fin troppo semplice concludere che un uomo di sport come lui sta al calcio come l\u2019acqua sta all\u2019olio. Eppure \u00e8 un grande appassionato di football. E di Maradona, ovviamente. Avrebbe voluto giocare numero dieci. Ma il destino e i piedi hanno deciso diversamente. Anche Moratti lo assunse all\u2019Inter. Lasci\u00f2 il calcio italiano fondamentalmente senza aver mai lasciato il segno n\u00e9 essere mai stato preso in considerazione. Per qualcuno, anche questa \u00e8 una medaglia.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p>Velasco ha avuto tante di quelle vite che non basterebbe un libro, nemmeno due. Ha reso grande pure la Nazionale iraniana di pallavolo. Su quella panchina ci inflisse una memorabile sconfitta a Modena. Quando \u00e8 tornato ad allenare l\u2019Italia femminile, ha trovato una squadra con un tasso non indifferente di conflittualit\u00e0 interna. Utilizzando un\u2019iperbole poco cara a Julio, diremmo dilaniata. Mazzanti (il precedente ct) aveva fallito nel suo progetto di costruire una Nazionale senza Egonu o con Egonu notevolmente ridimensionata. Non scriviamo nulla di sorprendente se ricordiamo che non tutte digerivano il protagonismo mediatico \u2013 talvolta involontario \u2013 di Paola, che arriv\u00f2 sul palco del festival di Sanremo in qualit\u00e0 di ospite. Di certo lei e Mazzanti si sono scontrati pi\u00f9 volte. Velasco ha portato in dote la sua intelligenza. Non ci voleva un genio della pallavolo per rendersi conto del valore di Egonu. Il lavoro di Velasco \u00e8 stato quello di reinserire lei nella Nazionale e al tempo stesso far rendere conto a lei, alle altre, ai giornalisti e ai tifosi che quella Nazionale non era e non \u00e8 solo Egonu. Detta cos\u00ec, in quattro righe, sembra semplice. \u00c8 stata un\u2019impresa enorme, complessa, ad alto rischio. Ed \u00e8 stata un\u2019impresa riuscita. Il che fa di lui un allenatore monumentale. L\u2019Italia ha vinto Olimpiadi e Mondiali perch\u00e9 \u00e8 una grande squadra. Perch\u00e9 c\u2019\u00e8 Paola Egonu. Ma non c\u2019\u00e8 solo lei. Come peraltro \u00e8 stato confermato dagli ultimi palloni del tie-break contro la Turchia in finale: decisive sono state Sylla, Fahr, Antropova, Danesi, De Gennaro, Orro.\u00a0<\/p>\n<p>La differenza \u00e8 che Egonu \u00e8 un personaggio mediatico. Le altre, vuoi per scelta o per standing, non lo soni. O non del tutto. Miryam Sylla potrebbe a occhi chiusi essere protagonista nello show-business. Immaginiamo che lo sappia perfettamente, come dimostra la sua presenza a Sanremo nel dopo festival. Un po\u2019 dive probabilmente si nasce, come lo era Francesca Piccinini. Vale lo stesso per lo sci: Sofia Goggia buca lo schermo pi\u00f9 di Federica Brignone. Manuela Di Centa pi\u00f9 di Stefania Belmondo. Sono campi diversi. Oseremmo dire sport diversi. Loro, le campionesse della pallavolo, sono atlete. Come dice Velasco, il loro obiettivo \u00e8 giocare meglio a pallavolo, diventare pi\u00f9 brave. E lo sono diventate. Oggi sono famose e richiestissime perch\u00e9 hanno vinto. Ma hanno vinto perch\u00e9 si sono impegnate. Perch\u00e9 sono migliorate negli aspetti tecnici. Perch\u00e9 hanno imparato a fare cose nuove. A soffrire da squadra. Hanno lasciato il segno cos\u00ec, facendo al meglio il proprio lavoro. Il resto \u00e8 una conseguenza. Questa \u00e8 la lezione di Julio Velasco.\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Era la vigilia di Natale del 1989. Nella tradizionale rubrica su Repubblica (\u201cSette giorni di cattivi pensieri\u201d), Gianni&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":110854,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1474],"tags":[1537,90,89,245,244,1869],"class_list":{"0":"post-110853","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-volley","8":"tag-it","9":"tag-italia","10":"tag-italy","11":"tag-sport","12":"tag-sports","13":"tag-volley"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/110853","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=110853"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/110853\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/110854"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=110853"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=110853"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=110853"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}