{"id":121023,"date":"2025-09-21T02:45:19","date_gmt":"2025-09-21T02:45:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/121023\/"},"modified":"2025-09-21T02:45:19","modified_gmt":"2025-09-21T02:45:19","slug":"perche-sono-strutturali-le-cause-economiche-della-crisi-nella-francia-macroniana-report","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/121023\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 sono strutturali le cause economiche della crisi nella Francia macroniana. Report"},"content":{"rendered":"<p>La crisi dei conti pubblici della Francia, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Fran\u00e7ois Bayrou \u2013 \u00e8 stato il terzo a lasciare l\u2019incarico in poco pi\u00f9 di un anno -, c\u2019entra solo in parte con la politica fiscale e con l\u2019indisponibilit\u00e0 dell\u2019opinione pubblica a sopportare misure restrittive. Piuttosto, \u00e8 la conseguenza \u201cdi una traiettoria economica che il Paese ha imboccato da oltre due decenni, e che ha condotto all\u2019accumularsi di debito sia pubblico sia privato\u201d. Sono le conclusioni di uno studio di Banca del Fucino, realizzato da <a href=\"https:\/\/www.startmag.it\/author\/giacche_tonoletti\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Vladimiro Giacch\u00e9 e Michele Tonoletti<\/a> e intitolato\u00a0Non solo debito pubblico: perch\u00e9 le difficolt\u00e0 della Francia sono strutturali.<\/p>\n<p>LA SITUAZIONE DELLA FRANCIA<\/p>\n<p>Nel 2024 il deficit pubblico della Francia \u00e8 ammontato al 5,8 per cento del prodotto interno lordo, e per il 2025 \u00e8 previsto al 5,4 per cento. A differenza delle altre principali economie d\u2019Europa, che dopo il periodo di grande spesa pubblica durante la pandemia di coronavirus hanno lavorato per ridurlo, in Francia invece il debito pubblico \u00e8 rimasto intorno al 110 per cento del Pil, un valore grossomodo uguale a quello del 2020 (114,9 per cento).<\/p>\n<p>\u201cIl risultato di questa situazione\u201d, si legge, \u201c\u00e8 stato un progressivo rialzo dei rendimenti sui titoli di Stato francesi, con lo spread Oat-Bund a 10 anni cresciuto da circa 30 punti base a fine 2019 ai circa 72 del 16 settembre 2025; non distante, quindi, dai livelli dell\u2019Italia, che ha visto lo spread Btp-Bund a 10 anni ridursi progressivamente dai quasi 150 punti base di settembre 2022 agli 81 del 16 settembre 2025\u201d.<\/p>\n<p>Il 13 settembre, inoltre, l\u2019agenzia di rating Fitch ha declassato il merito creditizio dello Stato francese da AA- ad A+, una valutazione comunque ben pi\u00f9 elevata di quella italiana (BBB), nonostante il crescente allineamento dei rendimenti.<\/p>\n<p>COM\u2019\u00c8 MESSA LA BILANCIA DEI PAGAMENTI E QUELLA COMMERCIALE<\/p>\n<p>Il problema della Francia con il debito, spiega il rapporto, \u201c\u00e8 solo in apparenza una mera questione di politica fiscale. Il problema fondamentale risiede piuttosto nell\u2019evoluzione dell\u2019intero sistema economico nazionale, cio\u00e8 nella perdita di peso relativo nell\u2019industria, non controbilanciata a sufficienza dalla crescita del settore dei servizi avanzati. L\u2019economia francese necessita insomma di un riaggiustamento strutturale, che potr\u00e0 per sua natura realizzarsi soltanto nel medio lungo termine\u201d.<\/p>\n<p>La Francia ha un problema innanzitutto con la bilancia dei pagamenti, in rosso dal 2007 con le sole eccezioni di 2019, 2021 e 2024. Anche in quest\u2019ultimo caso, comunque, il risultato non \u00e8 stato entusiasmante: \u201cnel 2024\u201d, si legge, \u201cil saldo \u00e8 risultato positivo per 2.665 milioni di euro, a fronte di un -29.395 milioni nel 2023, che seguiva un -37.662 milioni del 2022\u201d.<\/p>\n<p>In negativo, da ben diciannove anni, \u00e8 anche la bilancia commerciale: l\u2019ultima volta che le esportazioni francesi hanno superato in valore le importazioni \u00e8 stato infatti nel 2005. Nel 2022 il deficit commerciale francese ha raggiunto il massimo di 72,5 miliardi di euro; nel 2023 \u00e8 ammontato a oltre 48 miliardi e a circa 10 miliardi nel 2024. Le prospettive per il 2025 non sembrano buone. \u201cPer un confronto, anche l\u2019Italia nel 2022 ha visto la bilancia commerciale scendere in territorio negativo (-36,3 miliardi di euro); tuttavia, gi\u00e0 nel 2023 il Paese era tornato in surplus per 30,5 miliardi\u201d.<\/p>\n<p>Il deficit commerciale francese \u00e8 legato interamente ai beni, mentre nei servizi il paese \u00e8 in surplus da venticinque anni. \u201cQuesto significa\u201d, notano gli autori dello studio, \u201cche alla radice dei problemi macroeconomici che sta affrontando oggi l\u2019economia francese si rintraccia un problema di competitivit\u00e0 internazionale nel comparto industriale; la maggior competitivit\u00e0 sul fronte dei servizi non si \u00e8 complessivamente dimostrata sufficiente a controbilanciare il deficit venutosi a creare sui prodotti della manifattura\u201d.<\/p>\n<p>LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE<\/p>\n<p>A partire dagli anni Novanta l\u2019economia francese ha sperimentato una deindustrializzazione anche pi\u00f9 profonda di quelle dell\u2019Italia e della Germania.<\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-334018 size-full\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"356\" height=\"374\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Immagine-2025-09-19-115737.jpg\"\/>\u201cIn base ai dati della World Bank, nell\u2019anno 1995 la quota di valore aggiunto derivante dalla manifattura sul totale del Pil era del 20,2% in Germania, del 19,2% in Italia e del 14,7% in Francia; a 24 anni di distanza, nel 2024, la quota tedesca era scesa al 17,8% (-2,4 pp), quella italiana al 14,6% (-4,6 pp), quella francese al 9,4% (-5,3 pp)\u201d.<\/p>\n<p>In Italia, nonostante la deindustrializzazione, il sistema produttivo ha mantenuto una certa vocazione manifatturiera. Mentre, secondo Banca del Fucino, \u201clo stesso non pu\u00f2 dirsi per la manifattura francese, la cui risposta di fronte alle sfide poste dall\u2019emergere di nuovi competitor internazionali (in primis\u00a0 la Cina) e dall\u2019avvento della moneta unica \u00e8 stata un\u2019intensa delocalizzazione produttiva e un generale spostamento del sistema economico nazionale verso i servizi\u201d.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>INVESTIMENTI TECNOLOGICI INSUFFICIENTI<\/p>\n<p>Nonostante la maggiore competitivit\u00e0 della Francia sul fronte dei servizi, questa non \u00e8 basta a coprire le importazioni. Peraltro, gli investimenti nelle tecnologie dell\u2019informazione e della comunicazione (Ict), e in particolare nella ricerca, sono cresciuti ad un ritmo insufficiente a compensare l\u2019impatto negativo della deindustrializzazione.<\/p>\n<p>\u201cIl sistema economico francese\u201d, notano Giacch\u00e9 e Tonoletti, \u201cda un lato ha perso gran parte della vocazione manifatturiera ma dall\u2019altro non \u00e8 riuscita ad intercettare pienamente i nuovi driver della ricchezza legati al settore dei servizi\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-334015 size-full\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"571\" height=\"382\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Immagine-2025-09-19-115420.jpg\"\/>Il grafico mostra il numero di robot industriali impiegati in alcune delle maggiori economie europee. Al netto del settore automobilistico, il gap tra Francia (da un lato) e Italia e Germania (dall\u2019altro) si \u00e8 ampliato significativamente rispetto alla met\u00e0 degli anni Novanta.<br \/>\nIL RECUPERO DI COMPETITIVIT\u00c0 CHE NON C\u2019\u00c8 STATO<\/p>\n<p>\u201cIn un regime di cambi flessibili, deficit commerciali persistenti quali quelli registrati dall\u2019economia francese si traducono in genere in una svalutazione, che ha come conseguenza un recupero di competitivit\u00e0\u201d, spiega il rapporto.<\/p>\n<p>Questo recupero pu\u00f2 avvenire o attraverso un aumento significativo della produttivit\u00e0 oppure attraverso una diminuzione \u2013 altrettanto significativa \u2013 dei costi di produzione, e in particolare di quelli del lavoro. \u201cNel caso della Francia di oggi, la prima strada appare difficile da percorrere, dal momento che un aumento della produttivit\u00e0 presuppone ingenti investimenti produttivi, mentre oggi \u00e8 proprio la capacit\u00e0 di investimento ad apparire problematica. Altrettanto problematica risulta per\u00f2 anche la seconda opzione \u2013 quella della compressione dei costi del lavoro, in particolare quelli indiretti \u2013, in quanto pu\u00f2 comportare rilevanti effetti indesiderati in termini di indebolimento della domanda interna, oltre a implicazioni in termini di consenso politico\u201d.<\/p>\n<p>Inoltre, attualmente pi\u00f9 della met\u00e0 \u2013 il 53,1 per cento del totale nel 2024 \u2013 del debito pubblico francese \u00e8 in mano a non residenti.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-334025 size-full\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"361\" height=\"285\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Immagine-2025-09-19-120824.jpg\"\/><\/p>\n<p>\u201cDi fronte al peggioramento della situazione debitoria\u201d, concludono gli autori dello studio, \u201ca lungo nel tempo la Francia ha potuto mantenere una posizione relativamente privilegiata, in virt\u00f9 in particolare della sua centralit\u00e0 geopolitica all\u2019interno dell\u2019UE, che ha posto il Paese al riparo da tempeste finanziarie. I mercati appaiono per\u00f2 sempre pi\u00f9 propensi a prezzare i titoli di Stato francesi esclusivamente sulla base dei fondamentali economici\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La crisi dei conti pubblici della Francia, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Fran\u00e7ois Bayrou \u2013&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":121024,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[172],"tags":[178,81830,177,4300,1537,90,89,51158],"class_list":{"0":"post-121023","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-affari","8":"tag-affari","9":"tag-banca-del-fucino","10":"tag-business","11":"tag-francia","12":"tag-it","13":"tag-italia","14":"tag-italy","15":"tag-newsletterweekend"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/121023","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=121023"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/121023\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/121024"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=121023"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=121023"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=121023"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}