{"id":121384,"date":"2025-09-21T08:02:11","date_gmt":"2025-09-21T08:02:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/121384\/"},"modified":"2025-09-21T08:02:11","modified_gmt":"2025-09-21T08:02:11","slug":"esther-kinsky-vedere-piu-lontano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/121384\/","title":{"rendered":"Esther Kinsky: vedere pi\u00f9 lontano"},"content":{"rendered":"<p>Si riemerge dalla lettura del romanzo di Esther Kinsky, <a href=\"https:\/\/iperborea.com\/titolo\/698\/di-luce-e-polvere\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Di luce e polvere<\/a> (Iperborea, 2025), come se nel frattempo fossimo stati ammessi a vedere qualcosa di cos\u00ec intimo alle nostre vite da risultare, proprio per questo, spesso invisibile. Raramente come in queste pagine la scrittura \u00e8 capace di evocare il nostro rapporto con le immagini. Un rapporto tanto confidenziale da risultare quasi carnale.<\/p>\n<p>Del resto, le immagini sono la materia di cui \u00e8 fatta la maggior parte dei nostri ricordi. Cos\u00ec, quelle che abbiamo visto al cinema finiscono per mescolarsi indelebilmente con quelle che appartengono alla nostra memoria. Ha luogo una sorta di osmosi permanente, in cui memoria ed esperienza cinematografica si contaminano a vicenda, al punto da non sapere pi\u00f9 dove inizi l\u2019una e dove finisca l\u2019altra. Di alcune cose non si sapr\u00e0 pi\u00f9 se le abbiamo viste in un film o se le abbiamo vissute realmente \u2013 come direbbe la nostra lingua comune \u2013 uno di questi giorni o una di queste notti.<\/p>\n<p>La scrittura del romanzo ci porta vicini a quel punto in cui si consuma il confine presunto tra le immagini vissute e le immagini viste, perch\u00e9 tutte le immagini diventano ricordi. Diventano la memoria, vera e inventata al tempo stesso, che d\u00e0 forma all\u2019esistenza. Non solo: i ricordi di ciascuno si mescolano con i ricordi di un altro e, in generale, con immagini che vengono da altrove. Questo altrove \u00e8 stato, e per certi versi \u00e8 ancora, il cinema.<\/p>\n<p>Di luce e polvere ci conduce cos\u00ec su quel crinale di densit\u00e0 in cui le immagini si fanno prossime, tutte apparentate da un\u2019affinit\u00e0 elettiva segreta, e finiscono per ritrovarsi intrecciate le une alle altre, al punto da risultare inseparabili. Cos\u00ec i ricordi di un amore prevedono anche i film che si sono visti insieme, e le immagini di una citt\u00e0 si colorano dei cinema che abbiamo frequentato\u2026<\/p>\n<p>Le vicende del libro ci portano in un piccolo centro abitato dell\u2019Ungheria. \u00c8 l\u00ec che la protagonista \u2013 una straniera \u2013 s\u2019imbatte in un edificio abbandonato, con una scritta scolorita sulla facciata: Mozi. Cinema. Da quel momento, seguiamo il lento formarsi \u2013 e poi il compiersi \u2013 dell\u2019idea di acquistarlo, per restituirlo alla citt\u00e0 come luogo di cultura e di vita condivisa. Un gesto quasi anacronistico, che riattiva memorie, relazioni, desideri.<\/p>\n<p>Nel farlo, la sua storia incontra quella dell\u2019uomo che apr\u00ec il cinema nel dopoguerra e dei suoi compagni di strada: come Ljuba, la donna che si innamor\u00f2 di lui quando un fulmine interruppe una proiezione o J\u00f3zsi, l\u2019ex proiezionista che ora ripara biciclette. Di questi personaggi sapremo solo dettagli all\u2019apparenza marginali \u2013 frammenti, deviazioni, episodi minimi \u2013 ma proprio per questo capaci di evocare una presenza. Di farceli vedere, come appunto accade in un film. E le storie di queste persone sono a loro volta intrecciate con i film che passavano dallo schermo del Mozi.<\/p>\n<p>La sala cinematografica \u00e8 uno dei protagonisti del libro e proprio questo costringe chi legge a confrontarsi con una serie di preziosi anacronismi. Che si tenti di far rinascere il Mozi in un presente dominato da visioni domestiche, solitarie, digitali, segnala come la visione cinematografica come esperienza collettiva appartenga ormai al passato, superata dall\u2019affermarsi di nuove abitudini. Non a caso, dopo la sua nuova chiusura, il Mozi sar\u00e0 destinato a diventare una sala da bowling \u2013 ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno \u2013 dell\u2019assurdit\u00e0 apparente di voler riaprire un cinema abbandonato da anni.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/alex-quezada-fpwg_zG6jkM-unsplash.jpg\" data-entity-uuid=\"d9e65d35-fe6a-40ad-9fca-597997e75d5f\" data-entity-type=\"file\" alt=\"j\" width=\"780\" height=\"1170\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Cos\u00ec, quando la protagonista torner\u00e0 tra le rovine di quello che un tempo era stato \u201cil suo\u201d cinema, si trover\u00e0 davanti una scena emblematica: tutte le poltroncine ammassate contro la parete, rivolte verso il muro anzich\u00e9 verso lo schermo. Nel destino di questi arredi si condensa una potente allegoria del passaggio tra le epoche: \u201cCos\u00ec com\u2019erano, le poltrone avevano quindi distolto lo sguardo dalla lontananza, rimanevano numerate ma ridotte alla cecit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 anche un secondo livello di anacronismo che attraversa la scrittura di Esther Kinsky: una sorta di saggezza delle cose e delle loro relazioni segrete. Ogni vita \u00e8 se stessa, certo, ma esiste soltanto nel dialogo \u2013 consapevole o meno \u2013 che intrattiene con altre vite, con altre storie. Per remote che siano \u2013 come quella di Deutsch L\u00e1szl\u00f3, il primo proprietario del cinema \u2013 sono comunque vicende di contemporanei. E se il Mozi ritrova, anche solo per un istante, il proprio respiro in un presente saturo di visioni televisive e private, \u00e8 perch\u00e9 resta un luogo capace di tessere legami tra presente e passato. Un passato che non \u00e8 mai del tutto alle spalle, ma continua a vivere nei racconti, nei gesti, nei resti silenziosi degli uomini e delle donne di oggi.<\/p>\n<p>\u00c8 qui che affiora il senso pi\u00f9 profondo dell\u2019anacronismo: un\u2019intempestivit\u00e0 delle immagini, che ritornano quando meno ce lo si aspetta. Tutto il libro \u00e8 percorso da queste apparizioni: panorami, volti che sono anche paesaggi, nomi che riemergono dal fondo della storia come da un fiume carsico. In questo senso, la poetica del libro risponde \u2013 pi\u00f9 di ogni altra e con una lucidit\u00e0 rara \u2013 all\u2019intuizione benjaminiana secondo cui esistono cose che restano indimenticabili, anche se nessuno le ricorda pi\u00f9.<\/p>\n<p>Che cos\u2019\u00e8 allora il cinema? Diremo che, nelle pagine del romanzo, esso diventa il crocevia delle esistenze. Pi\u00f9 precisamente: il crocevia delle storie di quei personaggi che, come noi, sembrano privi di un destino, abbandonati a un tempo senza eventi e senza direzione. Quella sala, nel mezzo di una cittadina che pare distante da tutto \u2013 perfino da se stessa \u2013 diventa il luogo in cui si intrecciano la facolt\u00e0 del ricordare e quella dell\u2019immaginare. Due movimenti della mente e del cuore che il cinema, pi\u00f9 di ogni altra arte, tiene insieme in un\u2019unica esperienza visiva. Dove inizia l\u2019una e dove finisce l\u2019altra, non \u00e8 mai del tutto chiaro.<\/p>\n<p>Come il cannocchiale di Galileo sconvolse l\u2019astronomia, la cultura e l\u2019antropologia del tardo Cinquecento, cos\u00ec il cinema ha trasformato la nostra capacit\u00e0 di vedere: il mondo e l\u2019oltre-mondo, la realt\u00e0 e le galassie delle cose possibili. Cose che non si sono realizzate, ma che trovano nel cinema \u2013 e nell\u2019immaginazione che il cinema nutre \u2013 un luogo dove poter essere viste.<\/p>\n<p>Lo dichiara con forza il titolo originale del libro, Weiter sehen: vedere pi\u00f9 avanti, vedere pi\u00f9 lontano \u2013 ma anche continuare a vedere, non smettere, non cedere. \u00c8, diremo, un verbo della resistenza: uno sguardo che insiste, che non dispera di vedere e di vedere ancora.<\/p>\n<p>La parola ungherese mozi viene da mozg\u00f3k\u00e9p: immagini in movimento. E proprio di questo \u00e8 fatto il cinema di immagini mosse, instabili, mobili, i cui bordi sfumano, si perdono. Basta un movimento di macchina per cambiare punto di vista, spostarsi a destra, a sinistra, in alto o in basso. Sono immagini che fluttuano, e ci conducono verso un ignoto che ci attende da sempre. Anche quando conosciamo il film a memoria, anche quando ne ricordiamo ogni svolta, il gesto della visione continua a custodire una meraviglia che resiste all\u2019usura.<\/p>\n<p>La sala cinematografica \u00e8 stata il luogo in cui intere generazioni hanno imparato a guardare. L\u00ec hanno scoperto che dentro lo sguardo vive un desiderio e che quello stesso desiderio poteva trasformarsi in un\u2019avventura. Lo facevano immersi in nuvole di fumo, in quegli anni che oggi ci sembrano mitici, quando nei cinema si poteva ancora fumare, e le colonne di fumo salivano lente, attraversando il fascio luminoso della proiezione. E anche allora, forse, sentivano la fine del film come un momento di malinconia. Non per la tristezza del finale, ma \u201cperch\u00e9 non si poteva pi\u00f9 continuare a vedere, perch\u00e9 la vista su un altrove attraverso quello schermo-finestra si chiudeva\u201d.<\/p>\n<p>In fondo, il cinema \u00e8 stato \u2013 e ancora \u00e8 \u2013 tutto questo: un dispositivo che ci ha insegnato a smontare la realt\u00e0 per ricomporla in immagini. Per questo nelle immagini si cela sempre una porzione di distanza, una pluralit\u00e0 di mondi possibili, un tratto d\u2019infinito. \u00c8 proprio in grazia di quella distanza che abbiamo imparato a vedere sentieri che non sapevamo di voler percorrere, dato che non ne conoscevano nemmeno l\u2019esistenza.<\/p>\n<p>Significativa, in questo senso, \u00e8 la parola serba per \u201ccinema\u201d che l\u2019autrice ricorda: Bioskop, \u201cun luogo in cui si guarda la vita\u201d. Ma forse \u00e8 anche il luogo in cui la vita guarda se stessa. E come potrebbe farlo, se non osservando vite che non sono le sue e che sono vite degli altri? Non \u00e8 forse anche questo un modo per vedere pi\u00f9 lontano?<\/p>\n<p>\u00c8 questo che accadeva \u2013 e che ancora accade \u2013 quando la sala cinematografica diventa il luogo in cui, tra lo schermo e gli sguardi, si tendono fili invisibili e magici, nati dall\u2019incontro tra la luce delle immagini e l\u2019occhio degli spettatori.<\/p>\n<p>Come se, seguendo quel flusso intermittente \u2013 quel tenue bagliore che attraversa il buio della sala per raggiungere gli occhi di chi guarda \u2013 si potesse attraversare il tempo. Guardare altrove, dall\u2019altra parte del presente, verso un passato mai vissuto, verso volti e storie che non abbiamo mai conosciuto. Verso una preistoria nostra, ma dimenticata.<\/p>\n<p>E questa esperienza si accompagna sempre a una certa vertigine visiva, prodotta dalla forza delle immagini: \u201cuna sequenza selvaggia di immagini, volti, gesti, brevi scene che si schiudevano su qualcosa di sconvolgente e del tutto estraneo per quel posto, un\u2019estraneit\u00e0 liberatoria dalla quale poi ci si sarebbe risvegliati nel vuoto malinconico e nella lentezza di una serata incantevole\u201d.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/simon-flegg-ncSTuu8xLts-unsplash.jpg\" data-entity-uuid=\"ebcfbd15-0682-45c4-9c8f-48eb16f390f6\" data-entity-type=\"file\" alt=\"l\" width=\"780\" height=\"1040\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Per quanto solitaria, questa esperienza non \u00e8 mai stata individuale. \u00c8 sempre stata legata alla presenza degli altri spettatori in sala, alla vicinanza \u2013 silenziosa ma tangibile \u2013 di corpi che guardano nella stessa direzione. In quella condizione unica, e oggi sempre pi\u00f9 rara, si tiene insieme la solitudine dello sguardo e la comunanza della visione. Un\u2019intimit\u00e0 condivisa, fragile e potente, che nasce nel buio, davanti allo stesso schermo.<\/p>\n<p>L\u00e0, nella sala, si viveva l\u2019invenzione di uno spazio a s\u00e9, distinto dal resto del mondo, in cui le abituali coordinate spazio-temporali \u2013 quelle su cui si fonda la nostra esperienza \u2013 risultavano sospese. Almeno temporaneamente, sino a che il film non fosse finito e la luce in sala non si fosse riaccesa, lasciando uscire gli spettatori in strada. Si pu\u00f2 vedere pi\u00f9 lontano, si pu\u00f2 guardare verso una lontananza, solo quando si \u00e8 capaci di lasciarsi alle spalle tutto il resto. Si orienta il proprio corpo in funzione della visione, in direzione dello schermo, che come un\u2019immensa finestra magica lo rende possibile. \u00c8 quello spazio di cui Roland Barthes avrebbe detto che somiglia tanto al lavoro del baco da seta, che lavora ed \u00e8 tutto preso dal suo desiderio proprio perch\u00e9 \u00e8 rinchiuso dentro il suo bozzolo.<\/p>\n<p>Un tempo, quella delle immagini era una festa: almeno nei paesi dell\u2019Est, si poteva ancora festeggiare le immagini. Oggi, il nuovo ordine mondiale offre invece alla gente solo il senso della propria sconfitta storica. Il regno del benessere promesso si \u00e8 tramutato nella visione frustrante di beni inaccessibili, raggiungibili solo in minima parte. \u201cManca sempre qualcosa\u201d, dice la voce narrante, e la frustrazione \u00e8 diventata lo stato normale. Una condizione che accomuna tutti, ma che \u00e8 avvertita con pi\u00f9 dolore proprio da coloro che avevano sperato che il nuovo ordine colmasse i vuoti, sanasse le mancanze, facesse giustizia delle fratture, magari traducendo quell\u2019utopia in colate di cemento e simboli del progresso, veri o presunti.<\/p>\n<p>E invece, la perdita del cinema \u00e8 avvenuta di pari passo con la perdita del senso delle cose. Hanno perduto anche la fiducia nei propri sensi. Hanno perduto, nel linguaggio del libro, il senso della lontananza, che \u00e8 di solito ci\u00f2 che tiene uniti alle cose pi\u00f9 preziose.<\/p>\n<p>\u201cCosa andiamo a fare al cinema?, dicevo quando mio marito mi proponeva di uscire\u201d. Chi parla \u00e8 la rappresentante di un\u2019epoca in cui \u00e8 venuto meno l\u2019incanto di un tempo in cui andare al cinema implicava l\u2019accettazione di un certo non sapere, la sospensione dell\u2019idea che tutto debba essere sotto controllo. Che film vuoi vedere stasera?, \u00e8 invece la domanda che precede oggi ogni visione casalinga, ma spesso non sappiamo davvero cosa vogliamo vedere. Passiamo troppo del nostro tempo libero a cercare un film che corrisponda a un desiderio indistinto, all\u2019umore di una serata. Eppure, la cosa essenziale non sta nemmeno l\u00ec, nel sapere o non sapere cosa si vuole: sta nel fatto che si andava in sala anche senza sapere bene che cosa si stesse cercando.<\/p>\n<p>La sala cinematografica \u00e8 uno spazio altro, in cui vigono regole diverse. Ma proprio per questo, anche quando capitava di vedere un brutto film, le aspettative non venivano deluse. Perch\u00e9 vedere un film significa pur sempre: \u201cvedere pi\u00f9 lontano di prima, esplorare un orizzonte che senza lo schermo non esisterebbe\u201d.<\/p>\n<p>E quando si esce dal cinema, il film continua. Le conversazioni si impregnano di ci\u00f2 che si \u00e8 visto, ma anche delle tracce che l\u2019esperienza ha lasciato sul corpo. A volte, pi\u00f9 del film, restava il ricordo del ritorno: \u201cricordo i tragitti per tornare a casa, finito il film, a piedi, un\u2019ora in pi\u00f9, se dopo il viaggio di andata e l\u2019ingresso al cinema i soldi non bastavano per un biglietto dell\u2019autobus\u201d.<\/p>\n<p>Il fulminante incipit del libro \u2013 che si dovrebbe far leggere a tutti gli studenti \u2013 ci mostra che il \u201cvedere pi\u00f9 lontano\u201d non ha a che fare con i contenuti del film, con il che cosa, ma con i modi del vedere: con \u201cl\u2019angolazione dello sguardo e la distanza delle cose\u201d. Con i rapporti tra prossimit\u00e0 e lontananza che intratteniamo con la realt\u00e0. L\u2019immagine, in questo senso, non ci d\u00e0 solo accesso all\u2019esistente, ma anche al possibile. Il cinema \u00e8 forse, pi\u00f9 di ogni altro, il dispositivo che ha posto al centro la questione del come vedere.<\/p>\n<p>Ha creato uno spazio fisico in cui, nel buio, si apre una visione nuova. Il cinema non \u00e8 solo l\u2019immagine proiettata sullo schermo, ma lo spazio stesso in cui questa immagine pu\u00f2 accadere. Il grande buio in cui l\u2019impresa delle immagini trova modo di dispiegarsi. \u00c8 la sensazione avvolgente del luogo, il senso di epifania che solo l\u00ec \u2013 e solo in quel buio \u2013 le immagini possiedono.<\/p>\n<p>Weiter sehen \u00e8 un libro che, con la lucidit\u00e0 di un saggio e la grazia di un romanzo, andrebbe letto da chiunque si occupi di cinema, immagine, visione. Perch\u00e9 mette al centro la domanda che conta: come si guarda?<\/p>\n<p>\u00c8 proprio il trionfo del cosa, la riduzione del film a narrazione, a spiegare \u2013 secondo l\u2019autrice \u2013 la morte del cinema: \u201cl\u2019opinione malsana e dilagante che bastasse veder sfarfallare l\u2019immagine digitalizzata su uno schermo qualunque\u201d \u00e8 il segno di una deriva. Una deriva che prende la scorciatoia dell\u2019apparenza e rinuncia all\u2019esperienza. \u201cL\u2019illusoria comodit\u00e0 della continua disponibilit\u00e0 di dati traducibili in una serie di immagini\u201d non \u00e8 ancora visione. Non basta a costruire uno sguardo. E non basta certo a farci vedere pi\u00f9 lontano.<\/p>\n<p>Weiter sehen ci invita a pensare anche una nuova metafisica della sala cinematografica, o meglio ancora: un nuovo materialismo della percezione. Perch\u00e9 le immagini non sono solo visioni: sono materia che ci attraversa, che si deposita: \u201cLo sguardo dello spettatore e il raggio di luce del proiettore si incrociavano e si mescolavano, componendo le particelle che si depositavano in tutti i pori di coloro che guardavano e poi filtravano tutto quello che trovava accesso dal mondo esterno\u201d.<\/p>\n<p>Le immagini, dunque, sono fatte di particelle. La loro materia \u00e8 ci\u00f2 che resta nel fondo dei nostri sguardi e dei nostri corpi, come un sedimento invisibile. \u00c8 l\u00ec che vanno a finire i frammenti di film, le scene dimenticate ma mai davvero perdute, i volti che ci avevano toccato senza che lo sapessimo.<\/p>\n<p>Questo materialismo poetico si ritrova anche in un altro notevole passaggio del libro: quello in cui si racconta di un brevetto per una vernice prodotta con vecchie pellicole cinematografiche di celluloide. Come se i film potessero tornare sotto forma di colore, e ogni pennellata stendesse sul muro un\u2019eco fragile di immagini, un ricordo sottile che si espande sull\u2019intonaco.<\/p>\n<p>Il cinema \u00e8 stato e continua a essere \u2013 e cos\u00ec la vita \u2013 un luogo pieno di incontri e impronte. Uno spazio abitato da ricordi improvvisi, da profumi d\u2019infanzia, da atmosfere che sfuggono alla presa delle parole, ma che proprio per questo si imprimono pi\u00f9 a fondo. Nel buio della sala \u2013 come nel fondo della memoria \u2013 qualcosa resta.<\/p>\n<p>Qualcosa che ci tocca, ci trasforma, ci accompagna. E forse \u00e8 in questo deposito sensibile che continua ad agire il cinema. Come promessa di uno sguardo che sa vedere pi\u00f9 lontano. O come un\u2019immagine che, nel momento stesso in cui svanisce, continua a risplendere dentro di noi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Si riemerge dalla lettura del romanzo di Esther Kinsky, Di luce e polvere (Iperborea, 2025), come se nel&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":121385,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,33965,204,1537,90,89,10515,1609],"class_list":{"0":"post-121384","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-esther-kinsky","11":"tag-intrattenimento","12":"tag-it","13":"tag-italia","14":"tag-italy","15":"tag-letteratura","16":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/121384","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=121384"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/121384\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/121385"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=121384"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=121384"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=121384"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}