{"id":125246,"date":"2025-09-23T08:21:23","date_gmt":"2025-09-23T08:21:23","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/125246\/"},"modified":"2025-09-23T08:21:23","modified_gmt":"2025-09-23T08:21:23","slug":"ia-cosa-ci-fara-leggere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/125246\/","title":{"rendered":"IA: cosa ci far\u00e0 leggere?"},"content":{"rendered":"<p>Nel recente scambio <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/calvino-apocrifo-e-la-ia\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">tra Mario Barenghi e Giuseppe Antonelli sull\u2019uso dell\u2019IA<\/a> per imitare stili autoriali \u2013 culminato nell\u2019intervento su queste colonne di Barenghi del 25 agosto scorso \u2013 emerge il sentire comune di molta critica contemporanea: da un lato certa fascinazione per il virtuosismo dei modelli generativi, dall\u2019altro una certa prudenza verso la loro capacit\u00e0 di sostituire l\u2019intenzione autoriale. Non due prospettive complementari, ma la fotografia di una sensibilit\u00e0 diffusa che riposa su una tipica proiezione antropomorfa sulla macchina, sempre presente nella storia, e sulla conseguente produzione di metafore circa la sua intelligenza e le sue competenze. Tutto molto normale, e non c\u2019\u00e8 bisogno di leggere le parole di Frollo, nelle immortali pagine di Victor Hugo, sul libro come memoria registrata destinato a sostituire le immagini parlanti della cattedrale di N\u00f4tre Dame: meccanismi di esorcismo sulla paura dell\u2019innovazione tecnologica, presenti da sempre in molte pratiche culturali e discorsi pubblici. Con la differenza che, come emerge bene dal libro di Davide Picca e Alberto Romele, <a href=\"https:\/\/www.fandangolibri.it\/prodotto\/chatgpt-e-le-intelligenze-artificiali\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">ChatGPT e le intelligenze artificiali: una biografia intellettuale<\/a> (appena uscito per i tipi di Fandango), oggi si stenta a prendere le misure per rappresentarla e delimitarla in concetti.\u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n<p>Voglio inserirmi nella discussione tra Barenghi e Antonelli, privilegiando un punto di osservazione e aggiustando solo di qualche grado il fuoco. Muovendomi sul sottile ma decisivo crinale che separa autenticit\u00e0 da integrit\u00e0 e replicabilit\u00e0 da simulazione, sposterei un poco l\u2019attenzione dal \u201cCalvino apocrifo\u201d al pi\u00f9 ampio paesaggio degli strumenti profondi che regolano i meccanismi narrativi digitali e i legami testuali. Nella convinzione che smontare un pezzo della macchina argomentativa possa giovare al suo funzionamento complessivo, svelando ideologie neanche tanto sommerse. Perch\u00e9, se \u2013 come osserva Barenghi \u2013 l\u2019autore non muore nell\u2019atto dell\u2019imitazione algoritmica, il rischio \u00e8 che scompaia di nuovo, pi\u00f9 subdolamente, nei sistemi che regolano la circolazione digitale delle sue opere. Come ci ha insegnato Eco, non conta tanto l\u2019autenticit\u00e0 quanto \u2013 partendo dall\u2019artefatto narrativo e non da un\u2019idea platonica di testo \u2013 la sua integrit\u00e0 e il rispetto dell\u2019intenzione autoriale, insieme ai diritti dell\u2019opera stessa. Un gioco interpretativo che si muove nel dialogo tra gli spazi bianchi dei caratteri, tra iscrizione e fruizione, ed \u00e8 capace di rendere quella macchina pigra che \u00e8 il testo un\u2019opera aperta alle intenzioni del lettore, proteggendola dalla mera simulazione artificiale.<\/p>\n<p>Per rimanere sempre nell\u2019ambito delle metafore, siamo sempre dalle parti della morte dell\u2019autore (e dell\u2019opera), come se questi potessero evaporare, dematerializzati e delocalizzati nel mondo della cultura digitale senza lasciare traccia, come se fossero automaticamente disponibile a chiunque volesse farvi allusione, citarlo, ricollegarlo o modificarlo. Ma le tracce restano tali anche nell\u2019intangibilit\u00e0 del web.<\/p>\n<p>A partire dalla questione dei diritti sulla propriet\u00e0 intellettuale, cio\u00e8 quella tutela delle opere dell\u2019ingegno che attribuisce all\u2019autore diritti economici e morali. Tra questi ultimi, particolarmente attuale \u00e8 quello di preservare l\u2019intenzione, se non l\u2019integrit\u00e0, dell\u2019opera d\u2019autore: \u00e8 proprio questo aspetto etico che fonda la possibilit\u00e0 di decidere i percorsi interpretativi e le connessioni significative tra le sue opere, e di escludere quelli che non lo sono. Se, come voleva Aristotele, \u00e8 vero che l\u2019essere si dice in molti sensi, altrettanto vero \u00e8 che alcuni sensi restano vietati. Ed \u00e8 di questi che si deve discutere. Oltre le promesse ideologiche di accesso aperto a tutti, va ricordato che anche gli spazi digitali contengono risorse limitate e selezionate, e non tutto ci\u00f2 che \u00e8 apparentemente disponibile \u00e8 effettivamente accessibile o privo di vincoli interpretativi.<\/p>\n<p>Prendiamola alla larga. Nel 1773 viene pubblicato postumo il trattato di Johann Albert Heinrich Reimarus (1694-1768) sulla pubblicazione dei libri \u201cconsiderata sotto il profilo degli autori, dei librai e del pubblico\u201d. Fautore di una visione utilitarista del diritto orientata alla massima diffusione del sapere, Reimarus mostrava come gi\u00e0 allora la legittimit\u00e0 del controllo sull\u2019opera fosse fluida e contestata. Nel 1793 Johann Gottlieb Fichte risponde con la Dimostrazione dell\u2019illegittimit\u00e0 della ristampa dei libri, testo fondamentale sul tema della propriet\u00e0 intellettuale. Immanuel Kant affronta la questione pochi anni dopo, nella Metafisica dei costumi. Dottrina del diritto (\u00a7 31, II, 1797), dove considera il libro come discorso dell\u2019autore reso pubblico e sostiene che l\u2019autore ha un diritto morale e perpetuo a difendere l\u2019integrit\u00e0 della propria opera. All\u2019interno di un dibattito che, in modi e secondo tradizioni diverse, animava da tempo l\u2019intera comunit\u00e0 intellettuale dell\u2019epoca (partendo da Locke, per arrivare a Voltaire, Diderot, Filangieri), la domanda che si ponevano gli illuministi tedeschi \u2013 \u00e8 lecito che un libraio ristampi un libro senza il consenso dell\u2019autore? \u2013 toccava l\u2019essenza della responsabilit\u00e0 culturale, della libert\u00e0 individuale e del riconoscimento del valore autoriale.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"2afb0b66-6bc7-4511-aa57-2a048f1f4b57\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/pexels-googledeepmind-17484975_0.jpg\" width=\"780\" height=\"490\" alt=\"k\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Con la diffusione delle opere digitali e dei software liberi, alla fine del secolo scorso il dibattito illuminista si riaccende intorno alla polemica tra copyright e copyleft: il copyright difende il controllo esclusivo dell\u2019autore e il diritto economico derivante dall\u2019opera, mentre il copyleft promuove la libera circolazione, la possibilit\u00e0 di modificare e ridistribuire le opere, garantendo che anche le versioni derivate restino libere. Oggi, la questione sembra assumere un\u2019altra forma, peraltro gi\u00e0 presente nelle discussioni settecentesche. Riguarda in particolare la tutela morale delle intenzioni dell\u2019autore e dell\u2019integrit\u00e0 dell\u2019opera, nella circolazione dei dati, della ricerca scientifica e dei beni informativi digitali, confermando, se pur ce ne fosse bisogno, come le tensioni tra controllo e diffusione del sapere siano un elemento ricorsivo nella storia della cultura.<\/p>\n<p>Prendiamo per esempio il delicato caso della ricerca accademica e delle informazioni sui beni culturali, che ricorrono a strumenti presentati come \u201caperti\u201d ma portatori di rischi sottili e ideologici sui quali vale la pena di riflettere: gli Open Data, dati liberamente accessibili e riutilizzabili, e l\u2019Open Access, che consente di consultare articoli e contenuti scientifici senza barriere economiche dirette. Assunto che comunque non sono azioni filantropiche, perch\u00e9 per la ricerca i costi si spostano comunque sugli autori o sulle istituzioni che pubblicano con i grandi editori scientifici, essi costituiscono la base di un ecosistema che sembra favorire la libert\u00e0 della ricerca e l\u2019accessibilit\u00e0. Ebbene, questa libert\u00e0 pu\u00f2 nascondere una dimensione asimmetrica di potere, particolarmente evidente nella ricerca umanistica, e rivelarsi dunque apparente. Chi produce o genera automaticamente i metadati \u2013 informazioni strutturate che descrivono e identificano un\u2019opera o un bene culturale \u2013 e gestisce i dataset, ossia raccolte organizzate di dati, influisce sulla visibilit\u00e0, l\u2019interpretazione e la fruizione delle opere, orientandone la lettura entro categorie definite da sistemi chiusi e automatici.<\/p>\n<p>Il confine tra libert\u00e0 di accesso e arbitrio \u00e8 sottile. Chi possiede questi strumenti li usa correttamente per ottenere fondi. Ma se questa azione diventa fine a se stessa, trasformandosi in un vantaggio che si consolida a scapito di chi considera il digitale un mezzo e non un fine, si rischia di perdere di vista il vero oggetto della ricerca: le opere e le intenzioni dei loro autori, che vengono omologate perch\u00e9 gli strumenti di descrizione finiscono per prevalere su di esse anzich\u00e9 mettersi al loro servizio. Questo \u00e8 un tipico meccanismo ideologico, tanto pi\u00f9 sottile quanto pi\u00f9 \u00e8 mascherato dietro una presunta oggettivit\u00e0 tecnologica. Consideriamo il caso dei Linked Open Data (LOD), raccolte di dati interconnessi e pubblicamente accessibili che funzionano come ganci tra corpora testuali. La promessa, che s\u2019inserisce nel solco dell\u2019utopia di un Web semantico, \u00e8 quella di una ricchezza interpretativa senza precedenti nell\u2019ecosistema digitale della conoscenza, come se ogni dato potesse arricchirsi interagendo con altri dati. Ma i dati non sono solo entit\u00e0 atomiche che popolano strutture astratte: sono tratti intertestuali e oggetti sociali, atti iscritti su un supporto, socialmente controllabili e soggetti a interpretazione. Ogni dato \u2013 record, coordinata geografica, evento storico \u2013 porta con s\u00e9 il contesto del suo inserimento e pu\u00f2 essere collegato in modi diversi. Ci\u00f2 offre potenzialit\u00e0 interpretative solo se le connessioni stabilite fra i repertori di dati \u201caperti\u201d sono guidate da criteri di validit\u00e0 e responsabilit\u00e0 culturale, non da automatismi digitali o esigenze di finanziamento. Nella pratica, molti collegamenti nei LOD di ambito culturale sono generati automaticamente: algoritmi leggono testi, estraggono nomi, date, luoghi e generano link senza alcuna intenzione interpretativa consapevole. Il dato \u00e8 aperto, il link esiste, ma il senso manca, e con esso la libert\u00e0 dell\u2019autore di guidare interpretazioni significative e l\u2019accessibilit\u00e0 reale dell\u2019informazione.<\/p>\n<p>Il tema \u00e8 delicato. Chi produce e gestisce queste collezioni di dati \u00e8 in grado, infatti, di imporre percorsi interpretativi privilegiati, selezionare connessioni e decidere cosa \u00e8 rilevante, operare omologie sulla base di relazioni statistiche o somiglianze che si trasformano, cos\u00ec, inevitabilmente in simboli, riempiti di senso a partire dalle sole connessioni stabilite. Un circolo chiuso.<\/p>\n<p>Qui si manifestano chiaramente i bias e le distorsioni introdotte dal sistema, che influenzano la visibilit\u00e0 e l\u2019interpretazione dei dati. E la distinzione tra corpora di informazioni e testi come aggregati di senso e galassie di dati come semplici segnali digitali diventa cruciale. I metadati sono atti iscritti su un supporto e socialmente controllabili; possederli non significa possedere il senso dell\u2019opera n\u00e9 autorizzarsi a usi ermeneutici arbitrari. Gli oggetti che vengono descritti, a differenza di quelli fisici, non sono assoluti. Perch\u00e9 dovrebbero esserlo le loro descrizioni? Il loro valore e la loro interpretazione dipendono dai modi di iscrizione e connessione, e la loro funzione pubblica non pu\u00f2 essere sostituita da algoritmi o reti di metadati gestite da enti finanziati.<\/p>\n<p>Se si abbandona il controllo interpretativo e si affida tutto agli algoritmi, i progetti europei e le piattaforme finanziate rischiano di diventare strumenti ideologici. Criteri economici e canali di finanziamento rischiano di dettare i criteri per stabilire quali corpora vengono trattati, e come devono esserlo, e quali restano invisibili. I bias gi\u00e0 presenti nei dati originari si amplificano: lingue minoritarie, culture periferiche e autori meno noti restano marginali, mentre i testi (anglofoni) o documentati in modo pi\u00f9 visibile, acquisiscono una centralit\u00e0 percepita come naturale ma in realt\u00e0 costruita. La libert\u00e0 proclamata si traduce cos\u00ec in discriminazione strutturale, subordinando le opere, gli autori e i loro diritti alle logiche del capitale dei dati invece che essere interpretati secondo il consensus gentium, cio\u00e8 in modo aperto e socialmente condiviso\u00a0 \u0336\u00a0 per quanto divergente. Denunciare questi rischi significa essere realisti non apocalittici.<\/p>\n<p>La promessa dei LOD e dell\u2019Open Access \u2013 rendere le informazioni accessibili e interconnesse per favorire ricerca e collaborazione \u2013 non pu\u00f2 essere assunta come neutra. L\u2019apertura non va negata, ma neppure sacralizzata: essa \u00e8, e produce, un\u2019interpretazione, non una verit\u00e0 oggettiva. La multi-interpretabilit\u00e0 di un\u2019opera deve essere guidata, i collegamenti tra dati selezionati criticamente, e gli autori devono poter mantenere voce sul senso dei loro testi. Diversamente, l\u2019ideologia tecnologica finisce per privilegiare chi possiede risorse e non chi custodisce l\u2019opera n\u00e9 la competenza interpretativa.<\/p>\n<p>L\u2019intelligenza artificiale accentua questi rischi. Algoritmi generativi costruiscono collegamenti, sintetizzano testi e producono narrazioni ma replicano e amplificano i bias esistenti: privilegiano ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 visibile, pi\u00f9 facilmente collegabile, pi\u00f9 conveniente e quindi pi\u00f9 finanziabile, tanto in termini di economia dei dati quanto tout court. La libert\u00e0 della ricerca scivola allora verso l\u2019arbitrio di chi controlla fondi e algoritmi, imponendo percorsi interpretativi non negoziabili, mentre l\u2019accessibilit\u00e0, reale perch\u00e9 plurale, resta subordinata.<\/p>\n<p>Open Data, Open Access e LOD rimangono strumenti fondamentali per la trasparenza, la replicabilit\u00e0 scientifica e la diffusione della cultura, ma non devono essere ipostatizzati come assoluti. La loro apertura deve essere storicizzata e contestualizzata, con la consapevolezza dei rischi di appropriazione ideologica. Lo stesso vale per i metadati: non semplici etichette tecniche, ma oggetti sociali e intertestuali, che consentono interpretazioni multiple solo se accompagnati da scelte consapevoli. Aprire i dati non significa sprigionare automaticamente interpretazioni univoche e corrette; collegare ad ogni costo non significa necessariamente interpretare; generare testi sensati sulla base di parametri associativi non equivale a pensare.<\/p>\n<p>I bias, cio\u00e8 le distorsioni sistematiche nel giudizio, nella percezione o nell\u2019interpretazione delle informazioni, lo mostrano bene. Non si tratta di semplici effetti collaterali del pensiero artificiale da correggere. Sono emergenze \u2013 che la macchina si limita oggi solo ad amplificare \u2013 di un modo di ragionare computazionale con cui da sempre siamo venuti a patti e di cui possiamo e dobbiamo servirci, senza asservirci. Per confermare le sue innegabili capacit\u00e0 euristiche l\u2019informatica, in ambito umanistico in particolare, deve resistere al mito ideologico di essere una scientia scientiarum che considera meramente ancillari le esigenze di opere e autori, cos\u00ec come le risposte dei lettori. La responsabilit\u00e0 dei curatori digitali, dei programmatori e dei loro finanziatori \u00e8 mantenere chiara la distinzione tra dati, corpora di informazioni, interpretazioni e potere. I metadati non custodiscono il senso, e la libert\u00e0 di chi gestisce i dataset non pu\u00f2 sostituirsi alla libert\u00e0 di chi ha creato l\u2019opera n\u00e9 alla costitutiva pluralit\u00e0 dei diritti di chi ne fruisce.<\/p>\n<p>La sfida contemporanea consiste nel garantire una multi-interpretabilit\u00e0 controllata e un\u2019accessibilit\u00e0 reale, realizzate attraverso un reale contributo alla ricerca da parte di diverse comunit\u00e0 scientifiche. In questa collaborazione, i dati devono restare strumenti di ricerca, non meccanismi di imposizione interpretativa. Gli autori devono conservare il diritto morale sulle loro opere; i progetti finanziati devono rispettare la centralit\u00e0 dell\u2019atto interpretativo; gli algoritmi devono essere mezzi, non arbitri. Solo cos\u00ec libert\u00e0 della ricerca, libert\u00e0 e accessibilit\u00e0 delle informazioni strutturate possono coesistere, preservando integrit\u00e0 e unicit\u00e0 delle opere, e permettendo una circolazione del sapere realmente aperta, critica e inclusiva.<\/p>\n<p>Senza questo equilibrio la rete informativa, pi\u00f9 che in una galassia in continua espansione, rischia di trasformarsi in un dominio invisibile mascherato da apertura; mentre l\u2019autore e l\u2019opera del suo ingegno restano sospesi tra Shakespeare e Kafka, tra il Prospero della Tempesta e il Gregor Samsa della Metamorfosi. Come il mago sull\u2019isola, il primo possiede strumenti, capacit\u00e0 e soprattutto diritti, ma non pu\u00f2 controllare i percorsi imposti dalla tecnologia; come Samsa, la seconda, espropriata del controllo sulle proprie intenzioni, \u00e8 costretta a rientrare nei panni di una rappresentazione di s\u00e9 estranea e incapace di restituirle l\u2019originalit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Nel recente scambio tra Mario Barenghi e Giuseppe Antonelli sull\u2019uso dell\u2019IA per imitare stili autoriali \u2013 culminato nell\u2019intervento&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":125247,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,6108,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-125246","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-idee","11":"tag-intrattenimento","12":"tag-it","13":"tag-italia","14":"tag-italy","15":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/125246","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=125246"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/125246\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/125247"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=125246"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=125246"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=125246"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}