{"id":147962,"date":"2025-10-04T23:03:10","date_gmt":"2025-10-04T23:03:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/147962\/"},"modified":"2025-10-04T23:03:10","modified_gmt":"2025-10-04T23:03:10","slug":"giulia-calvi-una-geografia-dellabito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/147962\/","title":{"rendered":"Giulia Calvi, una geografia dell\u2019abito"},"content":{"rendered":"<p>A partire dalla met\u00e0 del Cinquecento, a Venezia, Parigi e Norimberga si stamparono numerose raccolte illustrate che ritraevano uomini e donne nei costumi ritenuti \u00abtipici\u00bb dei diversi popoli del mondo. Destinati all\u2019intrattenimento, a met\u00e0 tra fruizione estetica e curiosit\u00e0 intellettuale, i \u00ablibri di costume\u00bb elaboravano un nuovo linguaggio visivo per rappresentare allo stesso tempo differenze culturali e gerarchie sociali o di genere. Sulla scia degli atlanti contemporanei cui spesso attingevano \u2013 a partire dal fortunato Theatrum Orbis Terrarum del fiammingo Abramo Ortelio \u2013 questi libri mettevano in scena un vero e proprio \u00abteatro del mondo\u00bb. I corpi, vestiti o seminudi, venivano proiettati nello spazio globale come segni di un\u2019alterit\u00e0 da visualizzare, classificare e in qualche modo addomesticare.<\/p>\n<p>Su questo sfondo si inserisce la ricerca di Giulia Calvi che, dopo una prima versione inglese (The World in Dress, 2022), pubblica ora per il Mulino, in forma ampliata, <strong>Vestire il mondo<\/strong> Una storia globale di abiti, corpi, immaginari (\u00abSaggi\u00bb, pp. 194, \u20ac 21,00). L\u2019autrice analizza i libri di costume non solo come prodotti editoriali o artistici, ma come strumenti per indagare inedite forme di contatto e ibridazione tra culture. Il libro \u00e8 costruito a partire da tre casi di studio principali, ovvero la Scandinavia, l\u2019Impero Ottomano e il Giappone; ma al loro fianco si leggono pagine importanti sulle minoranze etniche e religiose presenti in Andalusia, nei Paesi Baschi, nei Balcani e nelle isole dell\u2019Egeo. In queste \u00abzone di contatto\u00bb, intese come spazi di negoziazione e mescolanza tra culture diverse, i corpi e gli abiti diventano espressione di identit\u00e0 fluide e ambivalenti, in cui le minoranze, sottolinea Calvi, trasmettono le proprie tradizioni soprattutto attraverso i rituali e i costumi femminili. Come mostra del resto anche la storia dell\u2019impero britannico, in contesti segnati da profonde asimmetrie di potere l\u2019abito \u00e8 parte delle tecniche di governo. Se si pensa alla storia del velo e dei suoi divieti nell\u2019Impero spagnolo del Cinquecento, tra cristiane \u00abvecchie\u00bb e cristiane \u00abnuove\u00bb o morische (convertitesi dall\u2019Islam), la rappresentazione del corpo delle donne e di ci\u00f2 che lo riveste permette di leggere da una prospettiva illuminante le tensioni e i paradossi della prima globalizzazione.<\/p>\n<p>Il fulcro del volume \u00e8 l\u2019opera di Cesare Vecellio, un collaboratore e cugino del pi\u00f9 celebre Tiziano, che alla fine del Cinquecento pubblic\u00f2 a Venezia due edizioni di un libro di costumi destinato a grande fortuna: prima gli Habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo (1590), e quindi gli Habiti antichi et moderni di tutto il mondo (1598). Con la prima edizione, i cui testi sono scritti interamente in italiano, Vecellio si rivolge a un pubblico colto ma locale, accompagnando le figure con descrizioni dettagliate degli abiti di Europa, Asia e Africa. La seconda edizione, in italiano e latino, limita invece la componente narrativa in favore di un impianto pi\u00f9 sintetico e descrittivo, riduce lo spazio dedicato alle donne privilegiando figure maschili legate al potere, e soprattutto si apre a un orizzonte globale. L\u2019aggiunta delle Americhe e di regioni come Giappone e Molucche riflette una percezione del mondo ormai interconnesso, forte della quale Vecellio costruisce una vera e propria geografia dell\u2019abito, fondata su logiche gerarchiche e coloniali. La sua opera riflette la straordinaria ricchezza di fonti disponibili a Venezia, che fornirono all\u2019artista materiali e ispirazioni: repertori visivi, testi geografici e storici, collezioni private come quella raccolta a Belluno dal conte Odorico Piloni. L\u2019apertura al mondo, tuttavia, non \u00e8 frutto di una semplice curiosit\u00e0 antiquaria, ma \u00e8 espressione di uno sguardo politico preciso, sensibile alle trasformazioni globali e alle loro implicazioni simboliche.<\/p>\n<p>Venendo alla Scandinavia, una delle principali fonti di Vecellio \u2013 che Calvi ha il merito di individuare \u2013 \u00e8 l\u2019Historia de gentibus septentrionalibus (1555) dell\u2019arcivescovo cattolico Olao Magno. Qui l\u2019abito emerge come un dato insieme etnografico e politico: attraverso le immagini dei lapponi, rappresentati come buoni selvaggi del Nord pesantemente tassati dalla corona di Svezia, si costruisce una rappresentazione delle minoranze nordiche che sfida le gerarchie culturali dell\u2019Europa del tempo. Le descrizioni delle cerimonie nuziali, ad esempio, suggeriscono una certa parit\u00e0 tra i generi, sorprendente per il tempo. La circolazione di queste immagini \u00e8 facilitata da testi come le Relazioni universali di Giovanni Botero \u2013 che definisce la penisola scandinava \u00abil Nuovo Mondo in Europa\u00bb \u2013 o dai confronti stabiliti dal portoghese Dami\u00e3o de Gois tra i popoli nativi della Scandinavia e quelli delle Americhe.<\/p>\n<p>Nel caso dell\u2019Impero Ottomano, l\u2019ibridazione \u00e8 ancora pi\u00f9 evidente. Il Libro di abiti di diverse nazioni realizzato da Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio, durante il suo viaggio in Nord Europa al seguito del marchese Vincenzo Giustiniani (1606), \u00e8 un esempio di rappresentazione mediata: l\u2019autore non visit\u00f2 mai i luoghi raffigurati e non pot\u00e9 fondarsi sull\u2019osservazione diretta, ma attinse a fonti precedenti, come Les quatre premiers livres des navigations et p\u00e9r\u00e9grinations orientales di Nicolas de Nicolay, pubblicate nel 1567 e presto tradotte in italiano, in una versione pi\u00f9 ampia stampata a Venezia nel 1580. I disegni del Pomarancio rispondono peraltro non tanto a interessi documentari o estetici, quanto a esigenze identitarie e commemorative del committente: Giustiniani era nato a Chios poco prima della drammatica conquista ottomana dell\u2019isola (1566), e lo spazio che l\u2019album riserva al Levante dipende chiaramente da un\u2019opzione personale del committente. \u00c8 per ricordo, per fissare in un\u2019immagine nostalgica ci\u00f2 che il committente aveva perduto, che Pomarancio riprende da Nicolay le bellissime immagini di una ragazza e di una donna sposata di Chios.<\/p>\n<p>Calvi analizza anche raccolte meno note, come il cosiddetto Taeschner Album, prodotto a Istanbul da maestranze locali, ma forse al servizio di diplomatici veneziani; o la monumentale Series of Prints and Drawings Serving to Illustrate the Modes and Fashions of Ancient and Modern Dresses in Different Parts of the World della collezione Stibbert di Firenze, dove di nuovo la collaborazione tra artisti turchi e intermediari europei (diplomatici, missionari, dragomanni) produce immagini pensate per il mercato occidentale, ma secondo un gusto per le compilazioni ibride diffuso tra le \u00e9lite urbane ottomane, safavidi e moghul.<\/p>\n<p>L\u2019ultimo caso affrontato \u00e8 il Giappone, dagli echi della prima missione diplomatica giapponese in Europa, organizzata dai gesuiti (1582-1591), allo straordinario album realizzato nel 1714 dall\u2019enciclopedista Nishikawa Joken e aggiornato nel 1801 dal geografo Yamamura Saisuke. Intitolato Il popolo dei quarantadue paesi, quest\u2019album rielabora le mappe (all\u2019epoca proibite) del gesuita Matteo Ricci, adottando per\u00f2 una prospettiva critica verso il cattolicesimo, una \u00abfalsa dottrina\u00bb di cui si teme l\u2019aggressivit\u00e0 e la diffusione globale, dalla penisola iberica a Macao e Goa.<\/p>\n<p>Vestire il mondo propone una lettura originale, decentrata e non eurocentrica della prima et\u00e0 moderna come spazio di contatti, mobilit\u00e0 e scambi. Ponendosi in una prospettiva di \u00abstoria connessa\u00bb, il libro racconta gli abiti non come semplici ornamenti, ma come dispositivi culturali che rivelano tensioni, rapporti di forza e scambi non sempre pacifici. In una ricerca appassionante e di prima mano, Giulia Calvi indaga le immagini e i corpi vestiti che esse rappresentano come il prodotto di interazioni storiche concrete in un mondo sempre pi\u00f9 globalizzato, nel quale la rappresentazione visiva della differenza \u00e8 stata, ed \u00e8 tuttora, uno strumento potente per costruire identit\u00e0 e gerarchie, appartenenze e esclusioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"A partire dalla met\u00e0 del Cinquecento, a Venezia, Parigi e Norimberga si stamparono numerose raccolte illustrate che ritraevano&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":147963,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-147962","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/147962","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=147962"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/147962\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/147963"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=147962"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=147962"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=147962"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}