{"id":149830,"date":"2025-10-06T09:57:09","date_gmt":"2025-10-06T09:57:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/149830\/"},"modified":"2025-10-06T09:57:09","modified_gmt":"2025-10-06T09:57:09","slug":"gaza-la-resistenza-incompiuta-e-le-piazze-italiane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/149830\/","title":{"rendered":"Gaza, la Resistenza incompiuta e le piazze italiane"},"content":{"rendered":"<p>Dal sette ottobre del 2023 non c\u2019\u00e8 stato un sabato che i movimenti pro Pal non abbiano manifestato: una mobilitazione lunga e costante, che ha fatto crescere una generazione di militanti intorno a una ragione storica che, di padre in figlio, ha creato legami profondi nella sinistra italiana. Insieme al nonno partigiano, tutti abbiamo uno zio che ci ha regalato una kefia: un segno intimo e popolare di come la causa palestinese sia entrata nel tessuto politico e simbolico del Paese, ben oltre l\u2019occasionalit\u00e0 della protesta.<\/p>\n<p>L\u2019immagine che pi\u00f9 di altre ha condensato questa stagione \u00e8 arrivata pochi giorni fa da una conferenza stampa alla Camera dedicata alle mobilitazioni: sullo stesso tavolo sedevano Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, e Vincenzo Miliucci, storico leader dei Cobas, l\u2019uomo che nel 1977 guid\u00f2 la contestazione di Luciano Lama all\u2019universit\u00e0 la Sapienza. Un cortocircuito della memoria politica italiana: il sindacato confederale, che un tempo incarnava la centralit\u00e0 istituzionale del lavoro, si trova oggi accanto a chi ne mise in discussione la legittimit\u00e0 e l\u2019autorit\u00e0 nel pieno degli anni di piombo.<\/p>\n<p>Sono piazze in cui c\u2019\u00e8 tutto: la sinistra antisemita e l\u2019ebraismo della contestazione, la critica al governo Meloni e quella della sinistra istituzionale, i movimenti sociali e i sindacati, ma anche il Partito democratico, il Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che sembrano guardare a questo agone con attenzione interessata, immaginandolo come una possibile componente politica e sociale del futuro campo largo. \u00c8 un magma eterogeneo, un popolo che si coagula intorno a Gaza senza una direzione precisa e che, proprio per questo, diventa osservatorio privilegiato delle fratture e delle possibilit\u00e0 della sinistra italiana.<\/p>\n<p>Non si tratta, come spesso viene liquidato nel dibattito pubblico, di un riflesso ideologico o di un feticcio terzomondista. \u00c8 piuttosto il prodotto di una stratificazione storica: la Resistenza mancata, la stagione del terrorismo, la politica estera autonoma dell\u2019Italia degli anni Ottanta e, oggi, la radicalizzazione di Israele sotto Netanyahu. Gaza diventa cos\u00ec un palinsesto: un luogo di proiezione simbolica e, al tempo stesso, una ferita viva del presente.<\/p>\n<p>Claudio Pavone, nel definire la Resistenza come guerra civile, osservava che il dopoguerra italiano non conobbe una vera egemonia della parte vincitrice: i partigiani uscirono vincitori militarmente, ma non culturalmente, compressi dalla restaurazione centrista della Guerra fredda. Da questa incompiutezza nacque un lutto mai elaborato, una sconfitta che divenne matrice di nostalgia politica. \u00c8 in questo spazio che la Palestina si insinua: un popolo che combatte contro un nemico superiore, un\u2019immagine che rievoca quella stagione spezzata. \u00abI fedayn apparvero come i nuovi partigiani\u00bb, scrive Giovanni De Luna, \u00abun\u2019eco che risuonava potente soprattutto per una generazione che aveva bisogno di rivedere la Resistenza continuare da qualche parte\u00bb.<\/p>\n<p>Ma il filo rosso non \u00e8 solo metaforico. Negli anni Settanta, il terrorismo italiano non si limit\u00f2 a brandire la causa palestinese come bandiera. Le Brigate Rosse e altri gruppi intrecciarono legami operativi con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habash: campi di addestramento in Libano, contatti diretti, scambi ideologici. Alessandro Dal Lago ha scritto che \u00abla Palestina costituiva per i gruppi rivoluzionari europei una sorta di laboratorio dell\u2019internazionalismo armato: l\u00ec si poteva continuare la guerra partigiana per procura, senza i vincoli di un contesto nazionale ormai pacificato\u00bb.<\/p>\n<p>Questa dinamica, spesso rimossa o sottaciuta, rivela quanto profonda fosse la saldatura tra la Resistenza mancata italiana e la narrazione palestinese. Il mito della lotta partigiana, non completamente incarnato dall\u2019Italia repubblicana, trovava a Gaza e a Beirut un terreno di reincarnazione, al prezzo di un cortocircuito tra memoria e violenza che ha segnato un\u2019intera stagione.<\/p>\n<p>E oggi? Le piazze pro Gaza non rappresentano blocchi elettorali determinanti. Non spostano voti significativi, non trasformano i loro slogan in programmi di governo. Sono minoranze attive, certo, ma minoranze. Eppure la loro importanza non si misura in per cento: si misura nella capacit\u00e0 di costruire identit\u00e0, di costringere partiti e media a pronunciarsi, di evocare l\u2019idea stessa di un\u2019ingiustizia irrimediabile. Sono un rito pi\u00f9 che una strategia, ma, in un tempo di politica rarefatta, il rito diventa sostanza.<\/p>\n<p>Sono anche piazze istintive, apolitiche, dove la tragedia dei gazawi \u00e8 slegata dal dato politico e semplificata da un quadro storico di riferimento liquido. I terroristi di Hamas hanno preso il posto, in quell\u2019immaginario collettivo, dei vecchi e nuovi rivoluzionari. Le seconde e terze generazioni di migranti vedono Gaza come la pietra da scagliare contro la povert\u00e0 che indusse alla migrazione: diventa paradigma e solidariet\u00e0 della lotta anticoloniale e sociale. In molti strati di questa mobilitazione, l\u2019Islam \u00e8 gi\u00e0 diventato soggetto politico e di rivendicazione.<\/p>\n<p>Questi movimenti, tuttavia, ignorano le infiltrazioni di Hamas al loro interno \u2013 come dimostra il caso Hannoun \u2013 e applicano una memoria selettiva rispetto agli alleati e ai finanziatori della causa palestinese, come l\u2019Iran, dimenticando la repressione cruenta che colpisce quotidianamente studenti, donne e oppositori a Teheran. Non hanno alcun interesse a costruire un ponte con i movimenti israeliani che, in questi anni, hanno opposto una durissima resistenza al governo di Netanyahu. Continuano invece a dichiarare, spesso esplicitamente, che nel loro paradigma ideale serve una Palestina \u00ablibera dal fiume fino al mare\u00bb, cio\u00e8 senza Israele.<\/p>\n<p>Come ogni movimento populista, la vergogna \u00e8 il tasto su cui la propaganda batte pi\u00f9 forte: \u00abvergognatevi voi che non dite nulla su Gaza, vergognatevi voi ebrei che non vi dissociate dal vostro governo, vergognatevi voi che non capite che da qui non si torna indietro\u00bb. A doversi vergognare, per\u00f2, inspiegabilmente, \u00e8 solo l\u2019Occidente. Non la Lega Araba, rimasta inerte davanti al massacro dei palestinesi; non la Turchia, che si \u00e8 mossa solo per dare ospitalit\u00e0 ad Hamas; non l\u2019Egitto, che ha siglato in agosto un accordo con Israele sul gas; non i Paesi del Golfo, che negli anni del conflitto hanno aumentato i loro ricavi negli export con Tel Aviv. A vergognarsi deve essere solo l\u2019Europa.<\/p>\n<p>In questo quadro pesa anche la mutazione di Israele. Durante le intifada precedenti, la durezza della repressione era bilanciata, almeno in apparenza, da un orizzonte negoziale: Rabin e Peres incarnavano l\u2019illusione di Oslo; perfino Sharon agiva dentro un paradigma di \u00abpace impossibile ma discussa\u00bb. L\u2019attuale governo di Netanyahu, stretto nell\u2019alleanza con l\u2019estrema destra religiosa, rompe ogni ambiguit\u00e0: non si limita a reprimere, ma nega la possibilit\u00e0 stessa di uno Stato palestinese. \u00c8 un salto qualitativo che radicalizza anche la percezione in Italia: le piazze leggono in Gaza la conferma che il paradigma non \u00e8 pi\u00f9 due Stati in conflitto, ma un popolo sotto assedio.<\/p>\n<p>Questa identificazione, tuttavia, ha conosciuto anche derive pi\u00f9 oscure. Il confine tra solidariet\u00e0 e antisemitismo, nella storia della sinistra italiana, non \u00e8 stato sempre nitido. L\u2019appoggio incondizionato alla causa palestinese si \u00e8 talvolta tradotto in un\u2019ostilit\u00e0 generalizzata verso Israele, scivolando nella demonizzazione indistinta degli ebrei. Giorgio Napolitano, in pi\u00f9 occasioni, ammon\u00ec la sinistra che \u00abl\u2019antisionismo non deve mai diventare l\u2019alibi dell\u2019antisemitismo\u00bb, liquidando con fermezza le ambiguit\u00e0 di quella tradizione. \u00c8 una frattura che rimane viva e che costituisce, paradossalmente, la migliore assicurazione per la destra israeliana di Benjamin Netanyahu e Bezalel Smotrich: un nemico ideologico esterno che rafforza, per contrapposizione, la loro egemonia politica interna.<\/p>\n<p>Eppure, proprio perch\u00e9 Gaza \u00e8 diventata uno specchio di memorie e contraddizioni, l\u2019Italia ha conosciuto negli ultimi decenni anche forme nuove e simboliche di solidariet\u00e0. Le carovane per Sabra e Chatila negli anni Ottanta, i convogli umanitari della societ\u00e0 civile, fino alle navi della libert\u00e0 che hanno tentato di forzare l\u2019assedio marittimo imposto da Israele.<\/p>\n<p>Sono in corso in queste ore le operazioni di rimpatrio dei membri della Sumud Flotilla, un\u2019operazione tattica e strategica di propaganda e rivendicazione molto efficace, il cui primo obiettivo era portare aiuti umanitari alla popolazione falcidiata da una carestia grave, dovuta ai blocchi degli aiuti decretati dal governo Netanyahu e dal conflitto in corso. Ma proprio questo obiettivo, nel corso dei giorni, \u00e8 diventato pi\u00f9 sottile: la natura delle imbarcazioni e la difficolt\u00e0 marittima della missione rendevano infatti impossibile trasportare tutto ci\u00f2 che meritoriamente era stato raccolto. Il vero target \u00e8 divenuto quello di rompere l\u2019assedio di Gaza e il blocco navale israeliano. Un\u2019azione legittima e simbolicamente potente, ma che nella prassi si scontrava con le intenzioni ben chiare del governo israeliano.<\/p>\n<p>Rispetto alle grandi mobilitazioni del passato, oggi la causa palestinese vive e si amplifica nei social network \u2013 soprattutto su TikTok e Instagram \u2013 attraverso video e parole d\u2019ordine globali come Free Palestine o Stop the genocide. \u00c8 una mobilitazione planetaria che trova nel digitale il suo acceleratore e che, per la sinistra italiana, segna la trasformazione definitiva dell\u2019internazionalismo in linguaggio emotivo e immediato.<\/p>\n<p>Tuttavia, la persistenza di questa identificazione segnala un paradosso. La mobilitazione per l\u2019Ucraina, che pure avrebbe dovuto incarnare l\u2019opposizione a un\u2019aggressione militare e la solidariet\u00e0 a un popolo invaso, non ha mai prodotto nelle piazze italiane lo stesso carico simbolico e numerico che oggi vediamo per Gaza. \u00c8 su questa doppia morale \u2013 l\u2019indignazione selettiva che distingue tra conflitti degni e conflitti ignorati \u2013 che si innesta la natura identitaria di queste mobilitazioni. La Palestina non \u00e8 solo causa internazionale: \u00e8 l\u2019ultima arena in cui la sinistra italiana riesce a riconoscersi, a proiettare se stessa in un mondo che altrove non offre pi\u00f9 specchi.<\/p>\n<p>L\u2019internazionalismo della sinistra italiana, che un tempo guardava al Vietnam, al Cile, all\u2019Angola, al Nicaragua, si \u00e8 via via ritratto fino a fermarsi a Gaza. Tutte le altre geografie dell\u2019impegno sono evaporate con la fine della Guerra fredda e con la globalizzazione: nessuna nuova causa ha preso il posto di quelle battaglie lontane che scandivano la vita delle piazze. La Palestina \u00e8 rimasta l\u2019ultimo orizzonte compatibile con l\u2019antica grammatica dell\u2019oppressione e della resistenza.<\/p>\n<p>Gaza \u00e8 dunque pi\u00f9 di una tragedia internazionale: \u00e8 il monumento a un internazionalismo interrotto, il luogo in cui la sinistra italiana riconosce la propria Resistenza mancata e insieme l\u2019ultimo campo in cui riesce ancora a parlare il linguaggio della solidariet\u00e0 universale. Una lingua che altrove si \u00e8 spenta e che, proprio per questo, si concentra tutta l\u00ec, nel dramma infinito di Gaza.<\/p>\n<p>Di queste settimane rimarranno tre cose: la nuova leadership politica di Francesca Albanese \u2013 figura che, agli occhi di molti, ci assolve da tutti i peccati \u2013 il regolamento di conti interno ai partiti e l\u2019illusione che al dramma della Palestina serva ancora una volta la proiezione di una sinistra globale che, incapace di ridefinire il proprio ruolo nel mondo, sta perdendo ancora una volta la propria sfida con il futuro.<\/p>\n<p>L\u2019assenza di una proposta politica capace di dare forma a queste piazze, la loro natura di mobilitazione on demand, resta la migliore assicurazione che tutto rimanga esattamente cos\u00ec com\u2019\u00e8: che il destino dei popoli continui a essere deciso da altri tavoli, in altre stanze, da altre contese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Dal sette ottobre del 2023 non c\u2019\u00e8 stato un sabato che i movimenti pro Pal non abbiano manifestato:&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":149831,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[79],"tags":[14,93,94,1537,90,89,7,15,11,84,91,12,85,92],"class_list":{"0":"post-149830","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-italia","8":"tag-cronaca","9":"tag-cronaca-italiana","10":"tag-cronacaitaliana","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-news","15":"tag-notizie","16":"tag-ultime-notizie","17":"tag-ultime-notizie-e-news-di-oggi","18":"tag-ultime-notizie-italia","19":"tag-ultimenotizie","20":"tag-ultimenotizieenewsdioggi","21":"tag-ultimenotizieitalia"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/149830","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=149830"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/149830\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/149831"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=149830"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=149830"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=149830"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}