{"id":155756,"date":"2025-10-09T15:56:10","date_gmt":"2025-10-09T15:56:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/155756\/"},"modified":"2025-10-09T15:56:10","modified_gmt":"2025-10-09T15:56:10","slug":"due-giorni-oppure-2-184-ma-sono-tutti-eroi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/155756\/","title":{"rendered":"Due giorni, oppure 2.184: ma sono tutti eroi"},"content":{"rendered":"<p>Sono tutti entrati nei nostri cuori. E ci sono rimasti. <strong>Mike Hailwood<\/strong>, <strong>Barry Sheene<\/strong>, <strong>Mick Doohan<\/strong>, <strong>Jorge Lorenzo<\/strong>. E per ultimo <strong>Marc Marquez<\/strong>. Autori di percorsi che li hanno visti scendere nell&#8217;abisso e ritornare al top. Come i grandi campioni sanno fare.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p>Qualcuno, e penso a Lorenzo, c&#8217;ha messo un paio di giorni. Altri, mi riferisco a Marquez, oltre duemila. All&#8217;origine del problema, un problema fisico per entrambi. Anche l&#8217;obiettivo era lo stesso: mettersi in testa la corona di campione del mondo. <\/p>\n<p>Sheene \u00e8 volato a oltre 250 km\/h in un incidente finito in TV. Doohan \u00e8 tornato da un grave infortunio perdendo comunque il titolo per quattro punti, ma rifacendosi pi\u00f9 tardi con cinque sigilli.<\/p>\n<p>Ma partiamo da Hailwood, che a differenza degli altri non \u00e8 stato chiamato a recuperare da un infortunio. Lui \u00e8 scappato da qualcosa di diverso. La noia. Alla fine del 1967, quando la Honda ha deciso di ritirarsi dai Gran Premi motociclistici, ha continuato a pagare il britannico, quattro volte campione del mondo nella classe regina, pur di non farlo correre per un altro marchio. Cos\u00ec dopo un po&#8217; lui si \u00e8 dato alle quattro ruote, atterrando in F1, dove \u00e8 salito per due volte sul podio. Nel 1973 ha ricevuto inoltre la George Medal per aver salvato la vita al collega <strong>Clay Regazzoni<\/strong>, tirandolo fuori da un&#8217;auto in fiamme a Kyalami. Ad Hailwood per\u00f2 le moto continuavano a piacere. Cos\u00ec, a 38 anni, ha deciso di tornare. Ha scelto il Tourist Trophy, sull&#8217;Isola di Man. In sella a una Ducati, ha vinto la Formula One race e dodici mesi pi\u00f9 tardi si \u00e8 ripetuto. Ha perso la vita nel 1981 in un incidente stradale insieme alla figlia <strong>Michelle<\/strong>, di nove anni.\u00a0<\/p>\n<p>A met\u00e0 degli anni 70 Sheene era gi\u00e0 pieno di sostenitori. Alcuni sono partiti dal suo Paese, la Gran Bretagna, in direzione New York in aereo, poi via in autobus verso Daytona, gi\u00f9 per la costa orientale, per vederlo in azione. Ma quando sono arrivati, lui era in ospedale dopo un incidente ripreso dal regista <strong>Frank Cvitanovich<\/strong> per un approfondimento televisivo. Quando aveva iniziato a girare, l&#8217;autore non si aspettava certo che le cose prendessero la piega che hanno preso.<\/p>\n<p>Mentre viaggiava a circa 250 km\/h, la Suzuki 750 di Sheene si \u00e8 messa di traverso e l&#8217;ha lanciato in aria. Il britannico ha strisciato per 300 metri sull&#8217;asfalto, poi si \u00e8 fermato, mentre la telecamera riprendeva la scena. Nonostante un braccio rotto, si \u00e8 slacciato il casco. E pi\u00f9 tardi, in ospedale, ha fatto l&#8217;elenco delle ossa rotte. Femore destro e braccio destro. E ancora: fratture da compressione a diverse vertebre, tanta la pelle che mancava dalla schiena. Come da sua tradizione, mentre ne parlava, Sheene ha chiesto una sigaretta. Quelle immagini lo hanno reso un eroe nazionale nel Regno Unito.\u00a0<\/p>\n<p>Appena sette settimane pi\u00f9 tardi il britannico era in pista a Cadwell Park. Quattro mesi dopo ha vinto la sua prima gara nella classe regina. \u00c8 successo ad Assen, dopo un epico duello con\u00a0<strong>Giacomo Agostini<\/strong>.\u00a0<\/p>\n<p>Nella sua carriera Sheene ha conquistato due titoli mondiali della premier class, ottenendo 18 ulteriori vittorie. Nel 1982, metre si giocava il titolo con <strong>Kenny Roberts<\/strong>, \u00e8 caduto nelle prove del suo GP di casa, a Silverstone, facendosi parecchio male. Sette mesi pi\u00f9 tardi era al via del primo appuntamento del 1983, a Kyalami. Ha chiuso decimo e continuato a correre per un altro paio d&#8217;anni.\u00a0<\/p>\n<p>I calendari vanno avanti fino al 1992 e ci riportano ad Assen, dove Doohan \u00e8 arrivato da dominatore della stagione. Primo posto nei quattro GP d&#8217;apertura dell&#8217;annata, poi un paio d&#8217;argenti e un&#8217;altra vittoria. In classifica il suo vantaggio era di 53 punti. Durante le qualifiche per\u00f2 \u00e8 caduto, rompendosi la gamba destra. Si \u00e8 fatto operare nell&#8217;ospedale locale.\u00a0<\/p>\n<p>Poi il guaio: la gamba stava diventando nera e le cose sono precipitate. Si parlava di amputazione. La soluzione \u00e8 arrivata come in un film, con il dottor Claudio Costa della Clinica Mobile che ha sostanzialmente rapito l&#8217;australiano, e l&#8217;infortunato<strong> Kevin Schwantz<\/strong>, portando entrambi a Imola, la sua citt\u00e0. L&#8217;australiano \u00e8 poi stato trasferito negli Stati Uniti, dove ha evitato l&#8217;amputazione. Certo, non \u00e8 stato semplice: a un certo punto le sue due gambe erano state unite, per fare in modo che la circolazione arrivasse dove serviva. In pista, nel frattempo, <strong>Wayne Rainey<\/strong> si avvicinava sempre di pi\u00f9 in campionato. Doohan era determinato a non farsi battere: sette settimane dopo l&#8217;incidente si \u00e8 presentato a\u00a0Interlagos, in Brasile, per partecipare al penultimo appuntamento della stagione.<\/p>\n<p>Riusciva appena a camminare. Ha fatto quello che ha potuto, chiudendo dodicesimo e quindi fuori dalla zona punti, secondo il sistema di quel periodo. Rainey, vincente, si \u00e8 cos\u00ec portato a due lunghezze da lui nella classifica generale. A Kyalami, nel round decisivo, Doohan ha chiuso sesto. Rainey, terzo, si \u00e8 aggiudicato il titolo per quattro punti.\u00a0<\/p>\n<p>A livello sia fisico che mentale, Doohan ci ha impiegato un po&#8217; per riprendersi del tutto. Come comprensibile. \u00c8 tornato a vincere oltre un anno dopo l&#8217;incidente, al Mugello nel 1993. Poi \u00e8 esploso: cinque i titoli della classe regina che si \u00e8 messo in bacheca prima di un incidente che nel 1999, a Jerez, lo ha spinto al ritiro.\u00a0<\/p>\n<p>Poi \u00e8 arrivato Marquez, protagonista di un recupero incerto e doloroso concluso nel settembre scorso con il settimo titolo nella classe regina, ottenuto a Motegi. Un pilota che nel suo percorso ha atteso 1.043 giorni fra una vittoria e l&#8217;altra, 2.184 a separare il sesto Mondiale da quello successivo. Nel mezzo, 108 cadute e cinque operazioni chirurgiche.\u00a0<\/p>\n<p>All&#8217;esatto opposto, con un ritorno lampo, va ricordato Lorenzo. Dodici anni fa, ad Assen, \u00e8 caduto nelle prove e si \u00e8 rotto la clavicola sinistra. \u00c8 volato a Barcellona, si \u00e8 fatto sistemare la frattura con una placca in titanio fissata da dieci viti e due giorni dopo era gi\u00e0 in sella per la gara, quinto al traguardo al termine di 26 giri trascorsi a fare i conti col dolore. Due settimane pi\u00f9 tardi \u00e8 caduto di nuovo, al Sachsenring, picchiando sulla spalla infortunata, la clavicola rotta di nuovo. Il titolo a fine stagione \u00e8 andato a Marquez, al primo anno nella classe regina. Lorenzo si \u00e8 rifatto nel 2015 con il suo terzo Mondiale in MotoGP.\u00a0<\/p>\n<p>Insomma, non conta quanti giorni sono passati. Per qualcuno pochi, per altri un&#8217;infinit\u00e0. Le imprese non si misurano da questi numeri. Ma restano nella storia, insieme agli eroi che ne sono stati protagonisti.\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Sono tutti entrati nei nostri cuori. E ci sono rimasti. 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