{"id":162239,"date":"2025-10-13T09:53:36","date_gmt":"2025-10-13T09:53:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/162239\/"},"modified":"2025-10-13T09:53:36","modified_gmt":"2025-10-13T09:53:36","slug":"il-romanzo-italiano-e-diventato-expat","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/162239\/","title":{"rendered":"Il romanzo italiano \u00e8 diventato expat"},"content":{"rendered":"<p class=\"is-boxed article-body\">Quando Cesare Pavese, nelle prime righe di La luna e i fal\u00f2, scriveva che \u00abun paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via\u00bb, scriveva \u201cpaese\u201d con la p minuscola. Il paese da lasciare era Santo Stefano Belbo, tremila abitanti in Langa, Piemonte. Quasi 80 anni dopo, la frase \u2013 una delle pi\u00f9 belle, ancorch\u00e9 lisa dall\u2019abuso, della letteratura italiana del Novecento \u2013 si pu\u00f2 infine declinare con la P maiuscola. Il Paese che serve per poterlo lasciare \u00e8 ormai l\u2019Italia, 70 milioni di anime, pochi lettori ma molto forti, dicono i dati, e stipendi che non crescono dal 1991. L\u2019Italia \u00e8 sempre stato un Paese di emigrazioni. Nel primo Novecento, soprattutto dal Mezzogiorno, per il proletariato e il ceto contadino; negli ultimi anni del secolo e ancora nel nuovo Millennio per giovani diplomati e laureati, in quella che \u00e8 stata chiamata \u2013 con un tocco di inconsapevole classismo \u2013 \u201cFuga dei cervelli\u201d. Ad andarsene, dicono gli ultimi studi come il \u201cRapporto italiani nel mondo 2024\u201d, sono sempre di pi\u00f9: quasi 100 mila ogni anno, quasi tutti con un livello di istruzione medio-alto, e distribuiti geograficamente in modo abbastanza omogeneo: le regioni pi\u00f9 abbandonate sono Sicilia, Lombardia e Veneto. La destinazione preferita \u00e8 l\u2019Europa. \u00c8 inevitabile che questo movimento si specchi nella letteratura. E in questi anni, mi sono accorto, sono usciti diversi romanzi italiani in cui l\u2019Italia non \u00e8 l\u2019ambientazione dominante: sono invece ambientati in Europa, a volte in Germania, a volte in Francia, a volte in Portogallo. Oppure in pi\u00f9 Paesi: sono romanzi in movimento. Ho iniziato a ragionarci quando Le perfezioni, di Vincenzo Latronico, storia di due expat italiani tra Berlino e Lisbona, nomadi creativi e digitali, \u00e8 stato inserito <a class=\"link-article\" href=\"https:\/\/www.rivistastudio.com\/latronico-perfection-booker\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">nella longlist<\/a> dell\u2019International Booker Prize. Poi mi sono accorto che l\u2019avevano preceduto, e continuano a seguirlo, decine di altri casi. Una lista niente affatto esaustiva, ma un tentativo di iniziare, comprende anche Ragazze perbene di Olga Campofreda, Spatriati di Mario Desiati, Polveri sottili di Gianluca Nativo, La straniera di Claudia Durastanti, e poi Ospiti di Mario Capello, La pi\u00f9 brava di Carolina Bandinelli, Wild Swimming di Giorgia Tolfo, Tangerinn di Emanuela Anechoum.<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Mi sono chiesto se si possa allora parlare di una tipologia di romanzo: un \u201cromanzo dell\u2019expat\u201d, di italiani venti-trenta-quarantenni che vivono in Europa da pochi o molti anni, affiancano solitamente al lavoro di scrittura un mestiere che ha a che fare con la creativit\u00e0 o l\u2019insegnamento, non escludono di spostarsi, prima o poi, in altre capitali. \u00c8 quello che fanno Anna e Tom, i protagonisti de Le perfezioni, che sembrano pieni di un orgoglio puerile, di riscatto, per aver lasciato l\u2019Italia, e vedono l\u2019espatrio come una realizzazione in s\u00e9 e per s\u00e9, un orgoglio di cittadini della provincia del continente. Altri hanno rapporti pi\u00f9 difficili con il Paese d\u2019origine: lo vogliono rinnegare, come Mina di Tangerinn, lo pensano con tristezza, come Michelangelo in Polveri sottili, o ci si specchiano per fare i conti con s\u00e9 stessi e con la loro fuga, come Clara di Ragazze perbene.<\/p>\n<p>\u00abPi\u00f9 che la distopia climatica o il romanzo \u201cdei social\u201d, forse \u00e8 questo piccolo gruppo di libri divisi tra l\u2019Italia e il resto della Comunit\u00e0 europea quello che meglio descrive l\u2019Italia di oggi?\u00bb<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Pi\u00f9 che la distopia climatica o il romanzo \u201cdei social\u201d, forse \u00e8 questo piccolo gruppo di libri divisi tra l\u2019Italia e il resto della Comunit\u00e0 europea quello che meglio descrive l\u2019Italia di oggi? O meglio, non tutta l\u2019Italia: quella che vorrebbe continuare a proiettarsi in una dimensione continentale, e quella, anche, che pu\u00f2 permettersi di farlo. Ho chiamato un po\u2019 di queste scrittrici e questi scrittori, e ho chiesto loro: esiste un gruppo di scrittori e scrittrici italiani e italiane che sono per\u00f2 pi\u00f9 europei ed europee?<\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-218975\" class=\"size-full wp-image-218975\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-18.29.11.jpeg\" alt=\"\" width=\"1070\" height=\"1600\"  \/><\/p>\n<p id=\"caption-attachment-218975\" class=\"wp-caption-text\">Vincenzo Latronico, foto di Maria R\u00f3denas S\u00e1inz de Baranda<\/p>\n<p>Una scrittura pi\u00f9 europea che italiana?<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Olga Campofreda, da Londra, mi dice: \u00abS\u00ec, questo gruppo lo vedo e ultimamente penso spesso a una cosa: gli scrittori e le scrittrici che si sono formati dentro l\u2019idea di Unione Europea hanno preso l\u2019ottimismo che hanno tutti i nuovi progetti quando nascono, sono cresciuti con la convinzione che i confini potevano non solo essere attraversati, ma abbattuti. Questa stessa generazione per\u00f2 ha anche subito una delle pi\u00f9 pesanti crisi finanziarie che ha dato un duro colpo a quell\u2019ottimismo iniziale e ai loro percorsi di vita. Il risultato \u00e8 un\u2019ironia diversa da quella postmoderna, che porta in s\u00e9 non poco rancore nei confronti di grandi promesse che poi non sono state mantenute\u00bb. Casualmente, sempre di disillusione mi parla Vincenzo Latronico, quando dice: \u00abUno degli elementi unificanti \u00e8 una serie di esperienze che hanno definito una generazione: l\u2019apertura dei confini, l\u2019idea che l\u2019Europa si sarebbe andata unendosi sempre di pi\u00f9. Idea ingenua e falsificata dalla storia come ora sappiamo\u00bb. Si accoda anche Durastanti, che in Inghilterra ha vissuto molti anni: \u00abLa domanda rinnova un irrisolto che mi porto dai tempi di Brexit, quando vivevo ancora in UK: era molto complicato difendere i principi di un\u2019Unione Europea che sentivo lontanissima nella gestione dell\u2019economia e della migrazione, avvertivo che c\u2019era solo imbarazzo a sentirsi europei e nondimeno costretti a ribadirlo per opporsi a qualcosa di pi\u00f9 autoritario, mentre questa affiliazione restava completamente intatta su un piano letterario. L\u00ec non generava imbarazzo n\u00e9 perplessit\u00e0, era anzi un\u2019aspirazione\u00bb.<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">\u00c8 normale che i romanzi arrivino con un certo ritardo sulla realt\u00e0: la letteratura ha bisogno di essere elaborata e digerita, poi messa in bella copia, infine abbigliata dal sistema editoriale: \u00e8 uno dei motivi per cui un Grande Romanzo sul Covid non \u00e8 ancora stato scritto, per esempio. Quindi questi libri iniziano a coagularsi in un canone nel momento in cui l\u2019Europa \u00e8 pi\u00f9 debole e frammentata, o comunque diversa dal sogno degli anni Duemila in cui gli autori si sono formati. Gianluca Nativo infatti mi scrive che quell\u2019Europa \u00abha rappresentato a lungo, soprattutto per l\u2019Italia \u2013 e in particolare quella del Sud \u2013 una forma di desiderio\u00bb. Giorgia Tolfo, anche lei con uno sguardo critico, dice che \u00abnon credo che a unirci sia un\u2019appartenenza \u201ceuropea\u201d. La mia sensazione \u00e8 che quella europeista sia stata un\u2019utopia contraddittoria degli anni Zero\u00bb, e poi tocca un altro punto che non rimarr\u00e0 isolato in questa conversazione: \u00abCredo sia semmai una comunanza di esperienza, la condivisione di un comune sguardo estraneo ed estraneizzante rispetto alla cultura italiana. Siamo soggetti nomadi\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-218974\" class=\"size-full wp-image-218974\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-18.27.09.jpeg\" alt=\"\" width=\"1200\" height=\"1200\"  \/><\/p>\n<p id=\"caption-attachment-218974\" class=\"wp-caption-text\">Claudia Durastanti, foto di Maria R\u00f3denas S\u00e1inz de Baranda<\/p>\n<p>Dall\u2019Europa al Mediterraneo<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Ecco, il nomadismo: mentre leggevo le varie risposte, mentre ragionavo ancora su una letteratura italiana che abbia una casa europea, ho pensato al movimento. Cos\u00ec come Fernand Braudel definiva il mar Mediterraneo come uno \u00abspazio-movimento\u00bb, anche il sogno dell\u2019Europa di Schengen pu\u00f2 essere identificata con il viaggio. Non con un luogo fisso, ma con un\u2019assenza: di frontiere interne. Carolina Bandinelli, che vive e lavora in Inghilterra, mi dice: \u00ab\u00c8 vero che io non mi sento fuori dall\u2019Italia, non mi sento cos\u00ec lontana. Nella mia geografia emotiva sono stata sempre pi\u00f9 interessata a tracciare e abitare le relazioni tra i luoghi, quindi quello che sta in mezzo e attraverso l\u2019Italia, l\u2019Inghilterra e gli altri Paesi d\u2019Europa. Sento molto presente in me questa concezione di un mondo senza confini nazionali\u00bb. Anche Mario Capello, che ha ambientato Ospiti in Svezia, un Paese molto poco battuto dalla letteratura italiana, parla di \u00abscrittori che si sentono di molti luoghi, e nessuno\u00bb.<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Pu\u00f2 essere l\u2019Heimat allora non nazionale, ma ancora pi\u00f9 piccolo, regionale? \u00c8 una contraddizione, ma come scriveva Daniele Del Giudice, in un breve saggio intitolato \u201cOccidente Europa\u201d (contenuto in In questa luce, Einaudi), \u00abl\u2019Europa ha sviluppato da s\u00e9 medesima, nel proprio interno, l\u2019opposizione corrispondente a ogni posizione. (\u2026) Essenza dello spirito europeo \u00e8 sempre stata l\u2019idea di conflitto e di contraddizione (da cui, anche, uno struggente rimpianto e desiderio d\u2019armonia)\u00bb. Allora in questi libri c\u2019\u00e8 spesso l\u2019eco \u2013 o lo struggimento \u2013 che viene non dal Paese che manca, ma dalla regione o dalla citt\u00e0, soprattutto se si tratta di Mezzogiorno. C\u2019\u00e8 nell\u2019esordio Tangerinn di Emanuela Anechoum, che si divide tra Londra, il Marocco e la Calabria, in un continuo migrare. Lei dice: \u00abLa mia prospettiva \u00e8 regionale: proprio questa estate litigavo con degli amici di Reggio perch\u00e9 dicevo che io non mi sono mai sentita n\u00e9 trattenuta n\u00e9 richiamata, ma anzi rigettata, respinta dalla mia terra \u2013 e non intendevo l\u2019Italia, ma la Calabria. Per me tutto gira intorno a questo, lo spostamento delle persone da sud a nord\u00bb. Mario Desiati scrive di Europa e di Puglia, pi\u00f9 che di Italia: \u00abSono di Martina Franca, in Puglia, con un debole per il concetto di Puglia come Mitteleuropa del mare, ossia di una terra dove si incontrano le culture e si contaminano tra di loro. Battiato una volta venne a Bari e rilasci\u00f2 un\u2019intervista dove disse che si sentiva un arabo mitteleuropeo\u00bb. E Olga Campofreda: \u00abLa dicotomia non \u00e8 tanto tra Europa e Italia quanto tra Mediterraneo e gli altri mari, tra cattolicesimo e confessioni riformate. La narrazione di chi va via e poi torna nella nostra cultura \u00e8 gi\u00e0 un format: quello del figliol prodigo che per pacificare la propria coscienza deve rientrare e ottenere il perdono del padre\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-218996\" class=\"size-full wp-image-218996\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/65e53aa1-775b-4efb-ac39-65b6acf03f4c1.jpg\" alt=\"\" width=\"1200\" height=\"800\"  \/><\/p>\n<p id=\"caption-attachment-218996\" class=\"wp-caption-text\">Olga Campofreda<\/p>\n<p>Le molte lingue dell\u2019Europa<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Quindi, cercando una sintesi nella contraddizione regionale, quali tratti comuni pu\u00f2 avere una letteratura italiana senza confini? Vincenzo Latronico spiega: \u00abSecondo me esiste un altro filone, che ha a che fare con un tentativo di trovarsi un\u2019identit\u00e0 non solo o non puramente italiana, di mettere in crisi un certo tipo di appartenenza letteraria. Questo \u00e8 indipendente dal fatto che un romanzo parli solo di Italia e secondo me c\u2019entra con l\u2019esperienza del tradurre, che \u00e8 stata formativa per una parte delle scrittrici e degli scrittori che citi. Questo io lo sento in modo pi\u00f9 forte. Tradurre vuol dire abituarsi a una sorta di bilocazione culturale, che ti porta a espandere il tuo senso di appartenenza. \u00c8 anche, secondo Eco, la lingua dell\u2019Europa unita\u00bb. Parla di lingue anche Giorgia Tolfo: \u00abMuovendoci e vivendo tra lingue diverse spesso ci troviamo a chiederci come portare un\u2019esperienza vissuta in una lingua nell\u2019altra, con tutte le conseguenze che comporta: forme diversi, sintassi alterate, idee e temi diversi\u00bb. E Carolina Bandinelli: \u00abIo percepisco un\u2019appartenenza soprattutto alla lingua italiana: per me, dopo tanti anni che ho scritto in inglese, scrivere in italiano \u00e8 stato un tornare a casa, a una lingua madre, uterina e viscerale rispetto a una lingua altra, matrigna, che non si d\u00e0 con quella visceralit\u00e0. Mi sono formato leggendo in italiano, letteratura tradotta in italiano. Questo essere in mezzo a due lingue determina uno sguardo che implica un andare al di l\u00e0 dei confini nazionali: quando scrivo in italiano spesso ho in mente il ritmo di certi libri in inglese, quindi adesso il mio italiano contiene qualcosa di quella alterit\u00e0 che \u00e8 l\u2019inglese\u00bb. Claudia Durastanti, tra tutti questi, parla addirittura di un cambio di lingue: \u00abPer la prima volta ho iniziato a scrivere fiction in inglese, e mi rendo conto che l\u2019ibrido che porto nella scrittura \u00e8 sicuramente modellato dalla sintassi e dal lessico della lingua italiana, mentre come forma deve molto a questa coscienza europea ideale, in cui per esempio riferimenti come Cristina Campo, Annie Ernaux e Rachel Cusk, diversamente radicate nelle loro tradizioni letterarie, con le loro specifiche vocazioni ambientali, spirituali o sociologiche, fanno parte della stessa costellazione\u00bb.<\/p>\n<p class=\"is-boxed article-body\">Senza parlare esplicitamente di politica, questa letteratura nasce dalla politica e fa politica proprio per la naturalit\u00e0 con cui si sposta da lingua a lingua, da confine a confine: non rivendicandolo ma vivendolo come se fosse un gesto familiare, un corredo genetico ereditato come si fa con le abitudini. Ed \u00e8 inevitabile chiedersi, con un peso sulla gola, cosa rimarr\u00e0 di queste narrazioni cos\u00ec aperte, se l\u2019Europa come spazio aperto finir\u00e0, e si frammenter\u00e0 in un\u2019Europa delle piccole patrie sovrane come auspicherebbe un certo estremismo di destra. Claudia Durastanti legge, nel mercato, gi\u00e0 alcuni segni dei tempi che forse attraverseremo: \u00abSe i Paesi convergono verso posizioni autarchiche (nelle nostre classifiche c\u2019\u00e8 pochissima straniera ormai, proprio come in Francia) sul piano politico \u00e8 chiaro che ci sar\u00e0 un riflesso su quello culturale. Spero di sbagliarmi, ma tradurre far\u00e0 meno prestigio\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Quando Cesare Pavese, nelle prime righe di La luna e i fal\u00f2, scriveva che \u00abun paese ci vuole,&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":162240,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-162239","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/162239","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=162239"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/162239\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/162240"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=162239"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=162239"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=162239"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}