{"id":165687,"date":"2025-10-15T08:16:15","date_gmt":"2025-10-15T08:16:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/165687\/"},"modified":"2025-10-15T08:16:15","modified_gmt":"2025-10-15T08:16:15","slug":"fotografia-etica-in-guerra-carola-allemandi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/165687\/","title":{"rendered":"Fotografia etica in guerra | Carola Allemandi"},"content":{"rendered":"<p>A Lodi, per la sedicesima edizione del <a href=\"https:\/\/www.festivaldellafotografiaetica.it\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Festival di Fotografia Etica<\/a> (fino al 26 ottobre), la proposta espositiva tocca, come tutti gli anni, i grandi temi dell\u2019attualit\u00e0 globale: Giles Clarke ci porta nelle conseguenze della guerra civile che ha segnato profondamente il Sudan negli ultimi anni, Magnus Wennman nella vera e propria discarica smisurata di abiti usati, in Ghana, dove milioni di capi d\u2019abbigliamento giungono per lo pi\u00f9 da paesi europei andando a stratificarsi sui litorali rendendo impraticabile la pesca e altre attivit\u00e0 principali del luogo, oltre che insalubre l\u2019ambiente e l\u2019ecosistema. Jana Margarete Schuler ci racconta del fenomeno delle luchadoras in Messico, fenomeno in cui le donne intraprendono l\u2019attivit\u00e0 di lotta agonistica come atto emancipatorio. Questi alcuni esempi del discorso delle oltre venti mostre del Festival, attento a toccare trasversalmente quei temi che in diversa misura toccano l\u2019umanit\u00e0 che, sebbene spesso non ce ne si renda conto perch\u00e9 lontana o sconosciuta, ci circonda. Per questo motivo la mostra Endgame: Yugoslavia \u2013 30 years since the genocide in Srebrenica, dedicata al trentesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, appare come un lampo capace di ricongiungere la storia di oggi coi propri fantasmi del passato. \u00c8 sempre difficile scendere a patti col fatto che, di anno in anno, gran parte delle informazioni acquisite nei festival \u2013 cos\u00ec come negli altri canali di informazione \u2013 e delle immagini viste inevitabilmente si dimentichino, sovrascritte da altre immagini e altre informazioni. Negli scatti esposti nell\u2019Ex Cavallerizza, sette reporter (Ziyah Gafic, Ron Haviv, Joachim Ladefoged, Christopher Morris, Paul Lowe, Alexandra Boulat, Gary Knight) della VII Foundation, che ha collaborato alla curatela della mostra, ci parlano con un linguaggio visivo che riconosciamo subito appartenere a un\u2019epoca gi\u00e0 distante sebbene non cos\u00ec remota. Ripercorrendo, attraverso le immagini, le cartine geografiche, i pannelli espositivi, la linea del tempo col riassunto storico dei conflitti, l\u2019intero fenomeno della dissoluzione jugoslava e dei suoi eccidi interni avvenuti tra il 1991 e il 2001, possono tornare a noi come una reminiscenza.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"j\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"ee6b9c03-664f-458f-83aa-00efccee5fbd\" height=\"523\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/\u00a9 Christopher Morris_The VII Foundation.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\n\u00a9 Christopher Morris_The VII Foundation.<\/p>\n<p>Possono tornare, appunto: questo sguardo al passato, al nostro passato europeo soprattutto, cos\u00ec affine ai conflitti che nel corso del tempo si sono verificati e continuano a verificarsi, esemplifica il concetto stesso di rythmos, nel senso greco del ritorno. Le cose, ritornando, verificandosi di nuovo, si rendono ri-conoscibili, e l\u2019uomo pu\u00f2 dar loro un nome, contestualizzarle, si suppone anche prevederle e quindi, se dannose, evitarle. \u00c8 una delle regole alla base della vita e dell\u2019intelligenza umane, questo poter fare affidamento sulla memoria degli stimoli e degli eventi per poter strutturare i propri comportamenti in risposta a ci\u00f2 che accade. In tutto il Festival, questa sola mostra crea un bilanciamento e un contrappeso necessari, a mio avviso, per la comprensione di tutte le esposizioni che illustrano alcuni spaccati di vita attuale presentati.<\/p>\n<p>Mi trovo spesso a chiedermi \u2013 e so di non essere n\u00e9 la prima, n\u00e9 la sola \u2013 se la fotografia sia un dare la parola alle cose del mondo, o se non sia piuttosto l\u2019imposizione della propria parola sulle cose del mondo: la fotografia di reportage credo si posizioni, forse inconsciamente, sulla linea sottile tra questi due approcci. Quando vediamo il soldato distrutto abbracciato a un albero, con l\u2019arma abbassata e il viso coperto nell\u2019incavo del gomito, apprendendo che si tratta di: \u201cl\u2019unico sopravvissuto di un massacro [che] trova la sua casa in rovina dopo che l\u2019esercito bosniaco ha riconquistato il suo villaggio dalle forze serbe. \u00c8 in piedi su quella che si ritiene essere una fossa comune di sessantanove persone, compresa la sua famiglia\u201d (Ron Haviv, Autunno del 1995) riconosciamo la voce lucida e presente dell\u2019autore, un\u2019empatia evidente, che circonda l\u2019evento che vediamo.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" alt=\"k\" data-entity-type=\"file\" data-entity-uuid=\"09c90a0d-6b4d-4924-91e8-f21c9dfcdece\" height=\"541\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/\u00a9 Gary Knight_The VII Foundation_01.jpg\" width=\"780\" loading=\"lazy\"\/><br \/>\n\u00a9 Gary Knight_The VII Foundation.<\/p>\n<p>Questa sottrazione al flusso totale dei fenomeni a cui quel solo momento appartiene, interpretato da un occhio esterno e ora dal nostro, comporta l\u2019ambigua e complessa risignificazione della storia e dei singoli fatti di cui si compone. Questo \u00e8 risaputo, ma ancora affascinante e controverso se pensiamo all\u2019epoca in cui ora siamo immersi di sospetto crescente \u2013 quasi totale \u2013 nei confronti dell\u2019immagine di informazione, oltre alla luce ormai finalmente fatta sulla pericolosit\u00e0 del mestiere del reporter. Il fotoreporter rischia la vita \u2013 con le parole di Paolo Pellegrin, \u201cla pettorina PRESS da salvavita \u00e8 diventata un bersaglio\u201d, riferendosi alle numerose perdite di reporter e giornalisti attivi sui territori palestinesi \u2013 per operare quest\u2019estrazione di momenti che possano dare vita a una narrazione coerente, rispondendo ai fatti reali a cui originariamente appartenevano, quel tutto di fenomeni che noi inevitabilmente perderemo.<\/p>\n<p>Paul Lowe nel 1993 era a Sarajevo a fotografare un momento divenuto famoso e toccante, vivo ancora nella coscienza di molti nel corso dei decenni: \u201cNel pieno dell\u2019assedio, il Quartetto d\u2019archi di Sarajevo si esib\u00ec nel cuore delle rovine della Vije\u0107nica, la Biblioteca Nazionale di Bosnia ed Erzegovina. L\u2019esibizione divenne un evento di risonanza mondiale, un potente simbolo della capacit\u00e0 dello spirito umano di resistere e mantenere vive la musica e la cultura di fronte alla distruzione e alla barbarie.\u201d<\/p>\n<p>Una piccola sezione della mostra \u00e8 dedicata al reporter Gary Knight e al suo lavoro relativo ai crimini di guerra perpetrati nella guerra del Kosovo (1998-99), l\u2019ultimo conflitto prima della dissoluzione definitiva della Jugoslavia. Qui Knight dichiara che fu grazie al collega Gilles Peress che riusc\u00ec a trovare una via narrativa e la motivazione giusta per seguire quel filone.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"d25e29b0-ca3e-46ce-881f-4fd25c9a1d6e\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/IMG_0058.jpg\" width=\"780\" height=\"533\" alt=\"k\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Di Gilles Peress in particolare menzionerei, sebbene non si tratti di un autore coinvolto nella mostra a Lodi, il progetto Bosnia: Uncertain Paths to Peace (1996 \u2013 <a href=\"https:\/\/archive.nytimes.com\/www.nytimes.com\/specials\/bosnia\/index.html\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">link<\/a>) dedicato proprio alla documentazione dei conflitti avvenuti a Sarajevo che realizz\u00f2 insieme al foto editor Fred Ritchin per l\u2019edizione web del New York Times (ne parla proprio Ritchin nel saggio di recente pubblicazione per Einaudi \u201c<a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/arte-e-musica\/fotografia\/locchio-sintetico-fred-ritchin-9788806269494\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">L\u2019occhio sintetico<\/a>\u201d). Proprio nella necessit\u00e0 di ridefinire i paradigmi di fruizione dell\u2019immagine di informazione, il progetto digitale consisteva nel creare una mappatura informativa pi\u00f9 ampia e ramificata a partire dalle immagini del reporter attraverso finestre e possibilit\u00e0 di interazione tra utente e sito internet.<\/p>\n<p>Anche Christopher Morris si trovava a Sarajevo, nel 1994, e realizz\u00f2 lo scatto che porta la didascalia \u201cDue donne scioccate di fronte alle conseguenze di un bombardamento.\u201d<\/p>\n<p>Come per lo scatto di Ron Haviv, pi\u00f9 che il fatto scatenante siamo messi al corrente della portata emotiva sugli uomini che ne subiscono le conseguenze, o che vi assistono: anche i gesti in risposta al trauma sono un fatto da documentare, forse la traccia pi\u00f9 reale di quanto accaduto e non modificabile, interpretabile, manipolabile dalle narrazioni cronachistiche o storiche.\u00a0 \u00a0<\/p>\n<p>Sul sito internet della VII Foundation, si legge: \u201cIn un mondo in cui le idee e le azioni sono sempre pi\u00f9 fuori sincrono con i fatti e la realt\u00e0, la nostra risposta \u00e8 quella di garantire che la verit\u00e0 sia documentata per consentire alle comunit\u00e0 di tutto il mondo di fare scelte basate su prove in merito alle sfide che hanno un impatto sulle loro vite.\u201d Chiss\u00e0 se questa mancanza di sincronizzazione coi fatti e la realt\u00e0 sia dovuta, in fin dei conti, come un collegamento veloce suggerirebbe, all\u2019inconsapevolezza del rythmos, del ritorno con cui si presentano gli eventi.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" data-entity-uuid=\"f79ebf49-51d1-4079-a37a-7387ddbab9e8\" data-entity-type=\"file\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/IMG_0059.jpg\" width=\"780\" height=\"525\" alt=\"k\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Il Festival di Lodi, nella sua presentazione ufficiale, pone l\u2019attenzione sulle storie e sulle immagini \u201cnecessarie\u201d per avere gli strumenti adatti per comprendere il nostro mondo e il nostro tempo. Forse, per estensione, si potrebbe pensare a un metodo, altrettanto necessario, per la loro narrazione ed esposizione a un pubblico sempre pi\u00f9 portato alla dimenticanza, al sospetto, e a cadere accidentalmente nelle insidie della disinformazione. Se conoscere \u00e8 ricordare (Platone) e la fotografia sempre una dimenticanza (John Berger), sembra che l\u2019obiettivo non sia raggiungibile e che ogni esposizione fotografica di reportage ripresenti la medesima aporia. Ma \u00e8 diverso, e funzionale forse, proporre progetti allestitivi in cui il ricordo possa essere stimolato e rinforzato, proponendo il recupero e il confronto di episodi che possano suggerire verit\u00e0 e interpretazioni ancora valide per il contemporaneo.<\/p>\n<p>In questo senso l\u2019edizione di quest\u2019anno del Festival di Fotografia Etica di Lodi pare chiudere un cerchio, una forma capace di guardare allo stesso tempo al passato e al presente, oltre alla sua inevitabile propulsione verso il futuro e alla sua narrazione in immagine. Riprendendo un\u2019espressione di Pasolini, ogni scatto della mostra \u201cera la vita nella sua luce pi\u00f9 attuale\u201d, vita e luce che, seguendo il proprio ritmo sotterraneo, possono essere non soltanto catturati, ma anche ricordati e, forse allora, conosciuti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"A Lodi, per la sedicesima edizione del Festival di Fotografia Etica (fino al 26 ottobre), la proposta espositiva&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":165688,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,4663,204,1537,90,89],"class_list":{"0":"post-165687","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-fotografia","16":"tag-intrattenimento","17":"tag-it","18":"tag-italia","19":"tag-italy"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/165687","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=165687"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/165687\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/165688"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=165687"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=165687"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=165687"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}