{"id":169893,"date":"2025-10-17T16:39:10","date_gmt":"2025-10-17T16:39:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/169893\/"},"modified":"2025-10-17T16:39:10","modified_gmt":"2025-10-17T16:39:10","slug":"cosa-e-scritto-nel-libro-che-ha-raccontato-il-lato-oscuro-di-mark-zuckerberg","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/169893\/","title":{"rendered":"Cosa \u00e8 scritto nel libro che ha raccontato il lato oscuro di Mark Zuckerberg"},"content":{"rendered":"<p>Come si fa a passare, nel giro di poche ore, dal negare il ruolo di Facebook nell\u2019elezione di Donald Trump nel 2016 a ventilare la possibilit\u00e0 di trasformare il social network di cui si \u00e8 proprietari in un \u201cgiornale digitale\u201d, per sostenere la propria personale corsa alla presidenza degli Stati Uniti?<\/p>\n<p>Si pu\u00f2, se si \u00e8 il fondatore di Facebook (oggi Meta): Mark Zuckerberg. Che nel memoir \u201cGente che se ne frega\u201d \u2013 scritto dalla ex responsabile delle politiche globali di Facebook, Sarah Wynn-Williams, e appena uscito in Italia per la nuova Silvio Berlusconi editore (Mondadori) \u2013 viene ritratto come un uomo distaccato dalla realt\u00e0, che in pochi anni passa da un apparente idealismo a un totale cinismo, che sembra scoprire anche i pi\u00f9 elementari meccanismi della politica solo quando ci si scontra, restandone in parte disgustato e in parte affascinato. E che \u00e8 circondato da uno staff incapace \u2013 e forse nemmeno intenzionato \u2013 a placarne le ambizioni e la spregiudicatezza.<\/p>\n<p>Il posto privilegiato di Wynn-Williams<\/p>\n<p>Ma il racconto di Wynn-Williams non inizia dipingendo Facebook e Zuckerberg come il male assoluto. Al contrario, questa storia inizia con il classico racconto formativo dei social network, mostrando come le loro potenzialit\u00e0 positive \u2013 dal punto di vista politico e informativo \u2013 fossero state espresse nel corso delle Primavere Arabe, che nel 2011 mostrarono (anche se il loro ruolo \u00e8 stato <a href=\"https:\/\/www.theguardian.com\/world\/2011\/feb\/25\/twitter-facebook-uprisings-arab-libya\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">probabilmente esagerato<\/a>) come Facebook e Twitter potevano diventare strumenti per diffondere democrazia e libert\u00e0.<\/p>\n<p>Nata nel 1979 in Nuova Zelanda, Sarah Wynn-Williams non \u00e8 la prima \u201cgola profonda\u201d ad aver raccontato il lato oscuro di Facebook. \u00c8 per\u00f2 la prima ad aver fatto parte dell\u2019inner circle: una persona che sul jet privato di Mark Zuckerberg gli sedeva a fianco e che si confrontava quotidianamente con Sheryl Sandberg, Elliot Schrage, Marne Levine, Joel Kaplan e gli altri pesi massimi del social network.<\/p>\n<p>Eppure, la sua relazione con Facebook parte con un rifiuto. Wynn-Williams lavora come ambasciatrice della Nuova Zelanda alle Nazioni Unite quando, nel 2009, avviene quella che lei definisce \u201cl\u2019epifania Facebook\u201d: si rende conto di quanto questo social network possa diventare \u2013 nel bene o nel male \u2013 uno strumento potentissimo e desidera entrare a far parte del team, per guidarlo nel labirinto della politica, nelle relazioni con i governi e per aiutarlo a fronteggiare \u201cla rivoluzione che sta arrivando\u201d.<\/p>\n<p>Quando per\u00f2 incontra la vicepresidente delle politiche pubbliche di Facebook, Marne Levine (tra le altre cose ex assistente speciale di Barack Obama), quest\u2019ultima non rimane colpita dalla visione di Wynn-Williams e dalla sua strategia per bilanciare le regolamentazioni dei governi con gli interessi di Facebook. L\u2019idea viene bocciata e Wynn-Williams non viene assunta.<\/p>\n<p>Il ruolo delle Primavere Arabe<\/p>\n<p>La situazione cambia proprio con le Primavere Arabe, che mostrano come la visione politica dell\u2019autrice di \u201cGente che se ne frega\u201d fosse corretta, portando alla sua assunzione come responsabile delle politiche pubbliche globali. Ed \u00e8 qui che inizia il vero racconto di Sarah Wynn-Williams: il viaggio, che durer\u00e0 fino al 2016, da giovane impiegata idealistica a ex dirigente disillusa.<\/p>\n<p>I problemi iniziano subito. Wynn-Williams si scontra con la <a href=\"https:\/\/www.newyorker.com\/magazine\/2013\/05\/27\/change-the-world\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">mentalit\u00e0 ingegneristica<\/a> tipica della Silicon Valley: in cui l\u2019unico obiettivo \u00e8 la crescita degli utenti, in cui i potenziali effetti collaterali dei social network non vengono nemmeno presi in considerazione e dove l\u2019attenzione alla politica \u2013 e alle politiche pubbliche di Facebook \u2013 viene considerata un inutile intralcio (soprattutto perch\u00e9 non porta profitti).<\/p>\n<p>Il progetto \u201cneocoloniale\u201d di Internet.org<\/p>\n<p>Facebook sar\u00e0 presto costretto a rivedere questa posizione, stretto tra la crescita mondiale del social network e gli scandali in cui si trova invischiato: dalle accuse di \u201ccolonialismo digitale\u201d mosse nei confronti del progetto internet.org (con cui Zuckerberg mirava a fornire gratuitamente una versione scheletrica di internet nei paesi in via di sviluppo, per aumentare gli utenti di Facebook) alle relazioni opache con la Cina; dai drammatici eventi in Myanmar del 2014 (quando Facebook venne utilizzato per aizzare l\u2019odio etnico contro la minoranza dei rohingya) alle accuse di aver avvantaggiato nel 2016 la vittoria della Brexit e la prima elezione di Donald Trump.<\/p>\n<p>Proprio il ruolo giocato da Facebook nella vittoria di Trump riveste una parte centrale in \u201cGente che se ne frega\u201d: Zuckerberg considera inizialmente le accuse di aver influenzato le elezioni statunitensi \u201cpura follia\u201d, parole che pronuncia nel novembre 2016 dal palco della conferenza Techonomy.<\/p>\n<p>Pochi giorni dopo, Zuckerberg parte per il Per\u00f9 per partecipare a un vertice APEC (l\u2019organismo di cooperazione tra Asia e Pacifico): durante il volo, ascolta prima il suo vicepresidente delle comunicazioni, Elliot Schrage, spiegargli in dettaglio \u201ctutti i modi in cui Facebook ha, in buona sostanza, consegnato le elezioni a Donald Trump\u201d, lavorando anche a stretto contatto con i responsabili della campagna elettorale. E poi, durante il vertice, sentir\u00e0 l\u2019allora \u2013 e ancora per poco \u2013 presidente degli Stati Uniti Barack Obama accusare Facebook di avere \u201cun ruolo distruttivo a livello globale\u201d.<\/p>\n<p>Zuckerberg candidato alla presidenza degli Stati Uniti d\u2019America<\/p>\n<p>Secondo la ricostruzione di Wynn-Williams, \u00e8 proprio questo doppio colpo che \u2013 invece di trasformarsi in una presa di coscienza \u2013 condurr\u00e0 Zuckerberg a elaborare quello che fino a oggi \u00e8 stato il suo pi\u00f9 ambizioso (anche se di breve durata) progetto: candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Durante il volo di ritorno dal Per\u00f9, preso atto della capacit\u00e0 d\u2019influenza di Facebook, inizia a pianificare un tour per i classici \u201cswing states\u201d statunitensi (quelli decisivi ai fini elettorali), durante il quale mangiare pollo fritto alle fiere, visitare i rodeo, andare a trovare gli operai che lavorano in fabbrica e tutte le altre attivit\u00e0 tipiche dei politici in campagna elettorale.<\/p>\n<p>Se non bastasse, Zuckerberg immagina anche di \u201crifare l\u2019intero ecosistema dell\u2019informazione\u201d mettendo Facebook al centro; trasformandolo in una sorta di gigantesco quotidiano online globale. \u201cL\u2019enorme portata di questa prospettata presa del potere ci fa ammutolire\u201d, scrive Wynn-Williams.<\/p>\n<blockquote>\n<p>\u201cMark potrebbe controllare come si creano le notizie, oltre al modo in cui l\u2019algoritmo le sceglie e le diffonde. Cosa rimane e cosa no. Chi \u00e8 sulla piattaforma e chi no. Una cosa che tornerebbe sicuramente utile se si candidasse alla presidenza\u201d.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Il progetto presidenziale di Zuckerberg verr\u00e0 accantonato solo dopo aver effettivamente svolto, <a href=\"https:\/\/www.repubblica.it\/tecnologia\/2017\/05\/28\/news\/dal_social_alle_campagne_il_viaggio_di_zuckerberg_alla_scoperta_dell_america-302641829\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">nella primavera 2017<\/a>, il tour negli Stati Uniti, probabilmente a causa della cattiva stampa e degli scarsissimi indici di gradimento. Ma \u00e8 la pi\u00f9 lampante dimostrazione di ci\u00f2 che Wynn-Williams scrive: \u201cImmagino che sia cos\u00ec che si vive in una bolla, come fa Mark. Una bolla, per\u00f2, implica una fragile trasparenza, uno spazio diafano da dove guardare la vita normale, appena al di l\u00e0 della tua portata. Quella che abita Mark, invece, \u00e8 pi\u00f9 simile a una cupola spessa e opaca, una fortezza oscura che lo separa dal resto del mondo\u201d.<\/p>\n<p>Il fallimento politico. Il fallimento del metaverso <\/p>\n<p>Una bolla spessa e impenetrabile che lo porta a concepire non solo il tour presidenziale, ma probabilmente anche il <a href=\"https:\/\/www.italian.tech\/2021\/11\/05\/news\/e_se_il_metaverso_fosse_un_colossale_flop_-325061362\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">fallimentare progetto del metaverso<\/a> (immaginando che l\u2019umanit\u00e0 non vedesse l\u2019ora di traslocare in un ambiente interamente digitale) e poi a pensare che la societ\u00e0 occidentale possa risolvere l\u2019attuale \u201cepidemia di solitudine\u201d grazie alla <a href=\"https:\/\/www.axios.com\/2025\/05\/02\/meta-zuckerberg-ai-bots-friends-companions\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">compagnia artificiale dei chatbot<\/a>.<\/p>\n<p>Nel memoir di Sarah Wynn-Williams non ci sono per\u00f2 solo gli aspetti pi\u00f9 politici legati a Zuckerberg e al suo social network. Nel capitolo \u201cTargetizzazione emotiva\u201d \u2013 forse il pi\u00f9 inquietante del libro \u2013 emerge soprattutto il cinismo con cui Facebook applica il <a href=\"https:\/\/www.repubblica.it\/dossier\/tecnologia\/onlife\/2019\/09\/25\/news\/_c_e_chi_usa_il_web_per_prevedere_i_nostri_comportamenti_-236902852\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">capitalismo della sorveglianza<\/a>: \u201cNell\u2019aprile 2017\u201d, si legge, \u201ctrapela un documento riservato che mostra che Facebook offre agli inserzionisti l\u2019opportunit\u00e0 di rivolgersi agli utenti fra i 13 e i 17 anni di tutte le sue piattaforme, tra cui Instagram, in momenti di vulnerabilit\u00e0 psicologica (&#8230;). O di farlo quando si preoccupano per il proprio aspetto fisico e vorrebbero dimagrire\u201d.<\/p>\n<p>Monetizzare il lato debole delle persone, dei ragazzini<\/p>\n<p>\u00c8 cos\u00ec che, per fare solo due esempi, gli inserzionisti possono targetizzare con precisione chirurgica i loro prodotti dimagranti ad adolescenti che si lamentano del proprio corpo o \u2013 in uno dei casi riportati nel libro \u2013 promuovere rossetti e altri prodotti per il viso a chi ha cancellato un selfie subito dopo averlo pubblicato su Instagram. \u201cQuesto genere di sorveglianza e monetizzazione del senso di inadeguatezza di ragazzini e ragazzine \u00e8 un passo concreto verso il futuro distopico che i detrattori di Facebook temevano da tempo\u201d, chiosa Wynn-Williams.<\/p>\n<p>A completare il quadro della pesante atmosfera raccontata in \u201cGente che se ne frega\u201d ci sono le accuse di molestie a Joel Kaplan, al tempo vicepresidente delle politiche globali e oggi presidente degli affari globali di Meta; la denuncia del \u201cdoppio standard\u201d di Sheryl Sandberg, la cui fama di donna d\u2019affari femminista non \u00e8 rispecchiata nel racconto dei suoi comportamenti con colleghi e colleghe; l\u2019analisi dell\u2019assurda concentrazione di denaro e potere nelle mani di una manciata di ceo del settore tecnologico (quelli che oggi vengono chiamati \u201cbroligarchi\u201d) e molto altro ancora.<\/p>\n<p>Le accuse di Zuckerberg: \u201cIl libro mi diffama\u201d<\/p>\n<p>Tutti temi sgraditi a Meta, che ha infatti attivamente cercato di bloccare il libro ed \u00e8 riuscito <a href=\"https:\/\/www.theguardian.com\/technology\/2025\/mar\/13\/meta-careless-people-book-former-employee\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">temporaneamente a impedire<\/a> che l\u2019autrice lo promuovesse negli Stati Uniti: \u201cIl libro include accuse diffamatorie e non vere sui dirigenti ed \u00e8 un mix di affermazioni superate e gi\u00e0 in precedenza riportate sull\u2019azienda\u201d, ha affermato Meta in un comunicato in occasione dell\u2019uscita statunitense, sostenendo inoltre che Wynn-Williams sia stata licenziata \u201cper il suo scarso rendimento e il suo comportamento tossico\u201d.<\/p>\n<p>Meta aveva inoltre richiesto, con una lettera formale inviata prima della pubblicazione, il diritto di fare fact-checking dei contenuti presenti nel libro. Oltre ad aver involontariamente aiutato la campagna promozionale di \u201cGente che se ne frega\u201d (subito diventato \u201cil libro che Meta non vuole farvi leggere\u201d e balzato in cima alle classifiche statunitensi), la vicenda ha un che di paradossale: la stessa societ\u00e0 che ha rinunciato \u2013 in nome di una presunta libert\u00e0 d\u2019espressione \u2013 a monitorare e fare fact-checking dei post che circolano su Facebook, ha chiesto di verificare ufficialmente i contenuti di un libro e cercato di boicottarne l\u2019uscita. Difficile non cogliere l\u2019ironia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Come si fa a passare, nel giro di poche ore, dal negare il ruolo di Facebook nell\u2019elezione di&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":169894,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1445],"tags":[1608,203,204,1537,90,89,1609],"class_list":{"0":"post-169893","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-libri","8":"tag-books","9":"tag-entertainment","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-libri"},"share_on_mastodon":{"url":"","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/169893","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=169893"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/169893\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/169894"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=169893"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=169893"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=169893"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}