{"id":19682,"date":"2025-07-31T08:26:10","date_gmt":"2025-07-31T08:26:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/19682\/"},"modified":"2025-07-31T08:26:10","modified_gmt":"2025-07-31T08:26:10","slug":"italo-zannier-cosi-la-fotografia-e-diventata-la-maschera-della-modernita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/19682\/","title":{"rendered":"Italo Zannier: \u00abCos\u00ec la fotografia \u00e8 diventata la maschera della modernit\u00e0\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>                                                                                                                      di Massimo Don\u00e0<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12\">\u00abNon \u00e8 forse vero che, fin dall\u2019antichit\u00e0, le maschere sono state un modo per cancellare la propria identit\u00e0 e ingannare gli altri?\u00bb, riflette il pioniere della storia della fotografia italiana in questo dialogo che va al cuore del nostro complicatissimo rapporto con l\u2019immagine. E con la realt\u00e0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Tutti ormai sanno che da tempo l\u2019universo della comunicazione \u00e8 sostanzialmente dominato dalle immagini e che <b>le parole sono sempre pi\u00f9 frequentemente ridotte a semplici didascalie,<\/b> concepite quale semplice supporto alla potenza pressoch\u00e9 incondizionata del \u201cvisivo\u201d. Ormai <b>ci rapportiamo al mondo quasi sempre per via indiretta, attraverso lo schermo di vari dispositivi tecnologici;<\/b> attraverso pixel privi di qualsiasi consistenza corporea. Si pensi anche alla sorprendente crescita del formato graphic-novel, di cui sono sempre pi\u00f9 ricolmi gli scaffali delle librerie. Come se anche la narrazione avesse cominciato a convincersi di poter essere anch\u2019essa notevolmente rafforzata dall\u2019uso dell\u2019immagine.<br \/>D\u2019altro canto, dopo l\u2019antico dominio dell\u2019oralit\u00e0 (si pensi alla tradizione omerica o al mondo del mito) e dopo il progressivo imporsi della scrittura (peraltro ancora deprecata da Platone; evidente vittima di una insopprimibile nostalgia per la vitalit\u00e0 del linguaggio orale), si sarebbe passati, soprattutto a partire dal Novecento, ad un progressivo imporsi dell\u2019immagine in tutte le sfere dell\u2019esistenza umana. <br \/><b>Questa terza era del nostro Occidente \u00e8 stata segnata anche dall\u2019importante svolta \u2014 risalente alla prima met\u00e0 dell\u2019Ottocento \u2014 costituita dalla nascita della fotografia.\u00a0<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Con l\u2019imporsi dei primi \u201cspecchi della memoria\u201d (cos\u00ec venivano definiti i pionieristici dagherrotipi)<\/b> e delle prime forme di \u201cnegativo\u201d, rese possibili dalla Calotipia (invenzione dovuta al genio di Talbot<b>), <\/b>doveva iniziare l\u2019intricato ed emozionante percorso che ci avrebbe condotti sino alle immagini digitali del nostro tempo, destinate a svincolare l\u2019atto del fotografare dal possesso di specifiche conoscenze tecniche e da particolari e non di rado molto costose tecnologie. <br \/><b>La fotografia avrebbe sempre pi\u00f9 radicalmente messo in questione il millenario dominio della pittura, facendo saltare lo stesso primato della \u201cmanualit\u00e0\u201d. <\/b>S\u00ec, perch\u00e9, con un semplice \u201cclic\u201d, del tutto meccanico e impersonale, si sarebbe potuta produrre un\u2019immagine talvolta spettacolare, sorprendente, se non addirittura intrisa di quella \u201cfantasia\u201d che non sempre era riuscita ad animare le immagini create col pennello.<br \/>Ma mi rivolgo ora ad un vero Maestro della fotografia, che ha impreziosito con una bellissima prefazione il mio Filosofia della fotografia. I prodigi di un insospettabile \u201cobiettivo\u201d (Silvana Editoriale, 2025). Maestro sia in quanto formidabile storico di questa rivoluzionaria pratica (\u00e8 a lui, infatti, che venne assegnata, una cinquantina d\u2019anni fa, la prima cattedra di storia della fotografia dell\u2019Universit\u00e0 italiana) sia in quanto raffinatissimo fotografo (a cui \u00e8 stata da poco dedicata una grande mostra a Pordenone, curata da Giulio Zannier e Marco Minuz, intitolata Io sono io).    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p>    Le foto che non ho fatto<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Mi trovo infatti a Venezia, alla Giudecca, in compagnia di un Maestro che ha pubblicato moltissimo; ricordo solo il suo ultimo volume Cronache di un fotografo impenitente. Un\u2019autobiografia (La nave di Teseo, 2024). In una splendida cornice di luce, mi rivolgo dunque a <b>Italo Zannier<\/b>, chiedendogli quali siano, tra le moltissime destinate a costellare il suo quasi secolare itinerario creativo, <b>le fotografie a cui \u00e8 pi\u00f9 legato \u00abin quanto fotografo\u00bb.<br \/>La sua risposta \u00e8 oltremodo sorprendente: \u00abQuelle che non sono riuscito a fare; <\/b>certo, anche quelle che non ho fatto per vari motivi (la pioggia, il vento, e altro). Ma soprattutto due, tra quelle che non ho fatto. Ne ho due, nella memoria, che risalgono ad un tempo culturale particolarmente importante a livello internazionale\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E me le racconta.<br \/>\u00abVenezia; Scuola di Industrial Design ai Carmini. Una mattina, nella nebbia, vedo in una calle lunga che conduce a San Trovaso una figura di spalle, nella nebbia. Capisco che si tratta di Nathan Rogers, un grande architetto di quegli anni (autore anche della Torre Velasca a Milano) \u2013 che insegnava anche lui, come me, alla scuola di Design appena ricordata. Nella lunghezza della calle c\u2019era solo quella figura di spalle. Alla fine, lo raggiunsi e andammo a bere un caff\u00e8 in campo San Barnaba. S\u00ec, era proprio Ernesto Nathan Rogers\u00bb.<br \/>\u00abSeconda immagine. New York. La prima volta che sono andato a New York. Erano anni \u201cantichi\u201d. Mi dovevo vedere con John Phillips, fotografo di punta di Life. Al mio arrivo,  John mi porta subito in un ristorante italiano nell\u2019East Side. C\u2019erano John Phillips, sua moglie, Cornell Capa (fratello di Robert Capa) e altri amici. Nel ristorante si cre\u00f2 subito un\u2019atmosfera di grande convivialit\u00e0. Cornell Capa era con la moglie (la quale stava vivendo un periodo di grande depressione), una scrittrice e una donna davvero formidabile. Cornell, tra l\u2019altro, aveva fondato l\u2019International Center of Photography, che \u00e8 il pi\u00f9 grande Centro mondiale di fotografia. Alla fine della cena siamo usciti. New York, ancora nebbia. Cornell, che era un uomo con le spalle larghe \u2013 davvero una magnifica persona \u2013 con la moglie accanto a lui, si stava dirigendo verso casa. <b>Ecco, nella nebbia newyorkese, di spalle, vedevo scomparire lentamente Cornell Capa, di schiena, abbracciato alla grande scrittrice americana\u2026 ma purtroppo, anche questa volta, non avevo la macchina fotografica.<\/b> Si tratta di due fotografie che ricordo alla perfezione; le potrei addirittura ricostruire. Per quanto si tratti di ricordi notturni. Ecco, in questo caso la memoria ha trattenuto un\u2019immagine non fatta. Che potrei anche disegnare\u00bb. Una vera e propria \u00abimmagine mancata\u00bb, aggiungo io. Una sorta di memoria del non fatto, del non accaduto, del non catturato.<\/p>\n<p>    Realt\u00e0 e illusione<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">D\u2019altro canto, come ho cercato di mostrare nel volume da me dedicato all\u2019arte inventata da Daguerre,<b> forse tutte le immagini fotografiche catturano quel che non solo non \u00e8 accaduto, ma, ancor pi\u00f9 radicalmente, non esiste e non \u00e8 mai esistito. <\/b>Per questo ritengo che lo scatto fotografico tocchi un tasto oltremodo decisivo per qualsivoglia teorizzazione dell\u2019immagine e delle sue condizioni di possibilit\u00e0. <br \/>E a questo proposito mi chiedo: e se tutte le immagini \u2013 quelle di cui \u00e8 ormai impregnata la vita di ognuno di noi \u2013  non fossero altro che testimonianze di quel che sarebbe potuto essere, ma non \u00e8 stato; proprio come le fotografie mancate, e cos\u00ec poeticamente rievocate dal Maestro che ho qui di fronte a me, seduto in fondamenta, alla Giudecca?<br \/><b>\u00abUna cosa \u00e8 sicura\u00bb, mi dice Zannier, \u00abcon la fotografia cambia tutto. L\u2019anelito a farsi un\u2019immagine della realt\u00e0 \u00e8 inscritta nell\u2019uomo da sempre.<\/b> Ma \u2013 chiediamocelo \u2013 come abbiamo immaginato, noi umani, la realt\u00e0? Non \u00e8 forse vero che le maschere sono sempre state un modo per cancellare la propria identit\u00e0 ed ingannare gli altri? Si pensi alle grandi e pesanti maschere indossate dagli attori nel teatro greco, o a quelle utilizzate in molte delle ritualit\u00e0 pi\u00f9 arcaiche (ad esempio nelle civilt\u00e0 oceaniche o in quelle africane). <b>Ecco, io credo che la vera maschera della modernit\u00e0 sia appunto la fotografia. Le cui immagini sono tanto pi\u00f9 potenti quanto pi\u00f9 ingannevoli.<\/b> Certo, l\u2019immagine \u00e8 stata dapprima scolpita, poi disegnata come imitazione della realt\u00e0 concreta. Nelle grotte di Lascaux si disegnavano i cavalli; forse per testimoniare che di l\u00ec erano proprio passati dei cavalli. All\u2019inizio le realt\u00e0 venivano solo modellate, o scolpite; poi si sarebbe cominciato a prendere un pennello. Ma dovevano passare quasi duemila anni, perch\u00e9 si arrivasse a Michelangelo, a Raffaello.  In ogni caso, anche l\u2019imitazione del pittore sorvola la corposit\u00e0 del reale. Piero della Francesca, ad esempio, sintetizza la visione concreta della realt\u00e0, ma la trasfigura e la trasforma in una realt\u00e0 immaginaria, e forse per questo massimamente poetica\u00bb.<br \/>E dunque anche immateriale?<br \/><b>\u00abIl fatto \u00e8 che la fotografia\u00bb continua Zannier \u00abha dato corpo ad un\u2019immagine solo \u201cillusoriamente\u201d precisa del reale. <\/b>Si sarebbe anzitutto giunti alla camera ottica, che costituisce la preistoria della fotografia. Per arrivare poi alla fotografia vera e propria, grazie all\u2019aiuto della chimica e dell\u2019ottica. <b>Anche il microscopio ha contribuito a traghettarci verso la fotografia. <\/b>Facendoci scoprire, con il semplice ausilio di una lente, che dentro una goccia d\u2019acqua vi sono stranissimi e misteriosi esseri simili a serpenti. <b>Scienza e tecnologia, insomma, avrebbero generato un nuovo modo di guardare al mondo. Procedendo sempre pi\u00f9 velocemente verso l\u2019invisibile\u00bb<\/b>. Come dice anche il titolo di un altro bellissimo volume scritto da Zannier nel 2016 e intitolato appunto Verso l\u2019invisibile. La fotografia, tra eventi, invenzioni e scoperte nel XIX secolo (Quinlan, 2016).<\/p>\n<p>    Quel singolo fotogramma<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma a questo punto, chiedo a Italo: chi pu\u00f2 onestamente dire di aver mai visto l\u2019immagine catturata dallo scatto fotografico? Cio\u00e8, chi pu\u00f2 dire di aver incontrato, nella propria esperienza, quel singolo fotogramma? Quell\u2019istante \u201cseparato dal flusso dell\u2019esperienza\u201d, come ci viene restituito appunto dalla magia dello scatto fotografico?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Insomma, quello che ci viene restituito dallo scatto fotografico \u00e8 un mondo che nessuno ha mai visto; neppure il suo autore.<\/b><br \/>Continua Zannier: \u00abInfatti\u2026 la fotografia ci restituisce una realt\u00e0 solo apparente; influente, s\u00ec, dal punto di vista sociologico, perch\u00e9 ci d\u00e0 anche informazioni sul reale; facendosi testimone della fame in India, della guerra in Ucraina etc etc. Ma d\u00e0 corpo a un\u2019immagine solo falsamente credibile. <b>Certo, quella della parola \u00e8 una cultura radicata, tradizionale, che si insegna nelle scuole. In questo senso, le parole sono pi\u00f9 o meno acquisite, nei loro valori;<\/b> appunto perch\u00e9 c\u2019\u00e8 una tradizione che ci ha educato ad usarle. Di tutt\u2019altro genere \u00e8 invece il nostro rapporto con l\u2019immagine\u00bb continua Zannier. \u00abUn rapporto che \u00e8 sempre stato sostanzialmente religioso. Le immagini di Ges\u00f9, ad esempio, hanno voluto farci credere alla sua divinit\u00e0. Mentre la cultura ebraica sa pi\u00f9 intelligentemente destreggiarsi tra quella che \u00e8 un\u2019idea della realt\u00e0 e quella che, invece, non \u00e8 affatto una semplice idea. La prospettiva cattolica, cio\u00e8, vuol farci credere che Ges\u00f9 sia realmente risorto. Ecco, io vorrei essere un poliziotto per vedere dove hanno nascosto il corpo di Ges\u00f9\u00bb.<br \/>In ogni caso Zannier mi fa capire che qui si tratta di porre anzitutto la questione dell\u2019analfabetismo che penalizza il nostro rapporto con le immagini.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>\u00abCerto, esiste anche l\u2019analfabetismo letterario, ma questo viene ben presto addolcito; e il suo \u201cpressappoco\u201d viene in qualche modo \u201cprecisato\u201d dall\u2019immagine. <\/b>Ad esempio, il bicchiere ha sicuramente un suo significato, pi\u00f9 o meno complesso; ma per fortuna ci viene in soccorso l\u2019immagine disegnata, che, sola, sembra in grado di darci conforto. Addolcendo il nostro difficile rapporto con le parole. Facendoci credere, cio\u00e8, di poterne capire meglio il significato. Ma, in verit\u00e0, di queste immagini, che sembrano rendere tutto pi\u00f9 chiaro, non sappiamo nulla. La scuola, infatti, non ci ha mai educato alla loro decifrazione\u00bb.<br \/>Importante \u00e8 poi, continua Italo, \u00abil passaggio dal microscopio alla fotografia; quest\u2019ultima, infatti, non \u00e8 pi\u00f9 scopica, ma grafica. In quanto fatta di segni stampati, e non solo visti al microscopio. Ossia, fissati su un supporto. \u00c8 importante, credo, questa distinzione tra \u201cscop\u00eca\u201d e \u201cgraf\u00eca\u201d. A tal proposito merita anche ricordare che furono gli alchimisti i primi a lavorare con la luce, ossia, a cercare di produrre immagini con la luce. A cercare di realizzare il \u201cmiracolo\u201d costituito da un\u2019immagine fatta di pura luce\u00bb.<\/p>\n<p>    La pi\u00f9 antica della storia<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ormai la nostra conversazione sta per concludersi, ma Italo non pu\u00f2 fare a meno di ricordarmi che \u00abil prossimo anno \u00e8 l\u2019anniversario della fotografia pi\u00f9 antica del mondo, quella di Ni\u00e9pce. Scattata appunto nel    1826\u00bb.  E aggiunge, quasi sottovoce: <b>\u00abMi piacerebbe che si facesse qualcosa per ricordare i duecento anni dalla prima fotografia. Affinch\u00e9 si possa tornare a riflettere sulla straordinariet\u00e0, ovvero sul potere magico di quelle immagini-di-luce, <\/b>ossia delle foto-fan\u00ece profetizzate gi\u00e0 da un romanzo del Settecento (uno straordinario romanzo di fantascienza pubblicato in pieno illuminismo) scritto da Tiphaigne de la Roche: quel Giphantie in cui il protagonista attraversa un lungo corridoio sulle cui pareti sono appese al muro centinaia di \u201cfotografie\u201d allestite per consentirci di ripercorrere la storia dell\u2019umanit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2025-07-24T16:32:17+02:00\">30 luglio 2025<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\n            \u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA\n        <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"di Massimo Don\u00e0 \u00abNon \u00e8 forse vero che, fin dall\u2019antichit\u00e0, le maschere sono state un modo per 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