{"id":197962,"date":"2025-11-03T20:11:13","date_gmt":"2025-11-03T20:11:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/197962\/"},"modified":"2025-11-03T20:11:13","modified_gmt":"2025-11-03T20:11:13","slug":"lintervista-a-massimiliano-gioni-direttore-artistico-del-new-museum-di-new-york","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/197962\/","title":{"rendered":"L\u2019intervista a Massimiliano Gioni direttore artistico del New Museum di New York"},"content":{"rendered":"<p>A quasi cinquant\u2019anni dalla sua nascita, il<a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/tag\/new-museum\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"> New Museum<\/a> di New York si prepara a rinnovare ancora la propria visione del contemporaneo con <strong>un ampliamento firmato dai progettisti di OMA<\/strong> \u2013 Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu, in collaborazione con Cooper Robertson. Il nuovo edificio, destinato ad affiancare la sede su Bowery progettata da SANAA nel 2007, aggiunge oltre 5.600 metri quadrati, <strong>raddoppiando gli spazi espositivi e includendo studi per artisti, una piazza pubblica e la sede permanente di NEW INC.<\/strong>, l\u2019incubatore culturale nato in seno all\u2019istituzione. Ad accompagnare l\u2019apertura saranno tre commissioni artistiche: una scultura di Sarah Lucas, prima vincitrice del William \u201cBeau\u201d Wrigley Jr. Foundation Sculpture Award; un intervento site-specific di Kl\u00e1ra Hosnedlov\u00e1 per la scala dell\u2019atrio; e una scultura di Tschabalala Self sulla facciata, nell\u2019ambito del Facade Sculpture Program sostenuto dalla Jacques and Natasha Gelman Foundation. Scelte che si inseriscono nella traiettoria del museo, fondato nel 1977 da Marcia Tucker, gi\u00e0 curatrice al Whitney Museum of American Art, con l\u2019intento di dare <strong>voce alle pratiche artistiche del presente<\/strong>, allora escluse dai circuiti ufficiali.<\/p>\n<p>Il New Museum e la rinuncia alla collezione permanente<\/p>\n<p>Fin dagli esordi il New Museum si afferma come<strong> spazio fuori asse <\/strong>rispetto alle dinamiche tradizionali, configurandosi come laboratorio di idee e banco di prova per pratiche curatoriali in qualche modo eterodosse: un esperimento continuo su cosa un museo possa \u2013 e non debba \u2013 essere. Questa visione trova una delle sue espressioni pi\u00f9 nette nella<strong> rinuncia a una collezione permanente<\/strong>. Fedele alla sua identit\u00e0 di museo non-collecting, l\u2019istituzione decide di non conservare un patrimonio stabile, sottraendosi a ci\u00f2 che viene percepito come l\u2019inerzia del collezionismo tradizionale: l\u2019accumulo a fini speculativi, la canonizzazione di opere, la cristallizzazione di narrazioni storiche, ma anche gli oneri gestionali che ne derivano. La sua cosiddetta \u201ccollezione semi-permanente\u201d diventa cos\u00ec<strong> un esercizio concettuale di museologia <\/strong>che riflette una visione dinamica dell\u2019arte e un sostegno costante alle pratiche pi\u00f9 giovani. \u201cIl New Museum \u00e8 da sempre un museo orientato al futuro: non un luogo in cui conservare la storia, ma un luogo in cui la storia si fa\u201d, afferma Lisa Phillips, direttrice \u201cToby Devan Lewis\u201d del New Museum. A raccontare questa nuova stagione \u00e8 <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/tag\/massimiliano-gioni\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><strong>Massimiliano<\/strong> <strong>Gioni<\/strong><\/a>, direttore artistico \u201cEdlis Neeson\u201d.<\/p>\n<p>    L&#8217;articolo continua pi\u00f9 sotto<\/p>\n<p>L\u2019intervista a Massimiliano Gioni<\/p>\n<p><strong>La nuova apertura segna un passaggio importante per il New Museum: in che modo questo ampliamento ridefinisce gli spazi e le prospettive del museo?<br \/><\/strong>L\u2019idea di un ampliamento non nasce oggi. Gi\u00e0 nel 2008, subito dopo l\u2019apertura della sede progettata da Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa di SANAA, il museo acquist\u00f2 l\u2019edificio accanto, utilizzato in maniera funzionale come archivio e spazio espositivo temporaneo. Quella soluzione, per\u00f2, non offriva possibilit\u00e0 di crescita n\u00e9 di apertura al pubblico, e da qui \u00e8 maturata la decisione di sostituirlo con un nuovo edificio. Abbiamo quindi organizzato un concorso vinto da Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu dello studio OMA. Il loro progetto ci ha convinti anche per la sua valenza simbolica: dall\u2019esterno i due volumi restano distinti, ma all\u2019interno sono perfettamente integrati, un\u2019immagine che riflette bene l\u2019idea dell\u2019arte come incontro tra realt\u00e0 diverse, la cui sintesi \u2013 o contrapposizione \u2013 pu\u00f2 essere foriera di nuove esperienze. Da un punto di vista programmatico, con la nuova apertura allarghiamo e rafforziamo alcune linee che da sempre caratterizzano la nostra istituzione. Avremo finalmente uno spazio stabile per residenze d\u2019artisti e riporteremo all\u2019interno del museo NEW INC., la piattaforma che rappresenta un punto di incontro tra arte, tecnologia e design e che negli ultimi anni era ospitata altrove. \u00c8 in questa continuit\u00e0 che si riconosce la specificit\u00e0 del New Museum, l\u2019unico a New York interamente consacrato all\u2019arte contemporanea e con una vocazione fortemente internazionale. Tra i suoi tratti distintivi, quello di presentare spesso la prima mostra newyorkese o americana di molti artisti: dai pi\u00f9 giovani alle figure gi\u00e0 affermate, ma non ancora pienamente riconosciute. \u00c8 stato cos\u00ec, per esempio, con Judy Chicago, cui abbiamo dedicato la prima grande retrospettiva solo l\u2019anno scorso, ma anche con Faith Ringgold, Pipilotti Rist e Carsten H\u00f6ller. Al tempo stesso restiamo un museo reattivo e veloce: non programmiamo con sei anni di anticipo, ma cerchiamo di rispondere al presente, affrontando i temi urgenti per artisti e societ\u00e0. Da qui mostre dedicate al rapporto tra arte e tecnologia o grandi rassegne geografiche come Here and Elsewhere, sull\u2019arte dai Paesi Arabi.<\/p>\n<p><strong>Penso anche al fatto che non conservate una collezione permanente. E che, nonostante l\u2019espansione degli spazi, questa scelta non \u00e8 cambiata: l\u2019ampliamento resta comunque legato a una certa reattivit\u00e0 al presente, ai giovani artisti che il museo continua a voler sostenere.<br \/><\/strong>S\u00ec, sai, una soluzione \u2013 a suo modo semplice \u2013 sarebbe stata duplicare gli spazi e dedicare met\u00e0 della nuova sede a programmazioni pi\u00f9 stabili, a lungo termine. Ma non \u00e8 quello che facciamo, e non \u00e8 quello in cui crediamo. Non \u00e8 il ruolo che sentiamo nostro, e nemmeno quello degli artisti che presentiamo. Certo, esiste un interesse per la storia, come hai notato, ma si tratta soprattutto di interrogarla attraverso la lente del presente. \u00c8 questo lo sguardo che l\u2019arte contemporanea sa portare sul passato: ci aiuta a rileggerlo e a metterlo in discussione. In questa stessa prospettiva si colloca anche l\u2019espansione: continuare a dedicarci all\u2019arte di oggi e, se vuoi, a quella di domani. L\u2019apertura del nuovo edificio sar\u00e0 segnata dalla collettiva New Humans: Memories of the Future, che indaga su come gli sviluppi tecnologici abbiano ridefinito in modi sempre nuovi ci\u00f2 che significa essere \u201cumani\u201d.<\/p>\n<p>Massimiliano Gioni, il percorso fino al New Museum<\/p>\n<p><strong>Prima di entrare nel merito di New Humans, vorrei soffermarmi sul tuo percorso. Dalle biennali al New Museum e alla Fondazione Trussardi, come si \u00e8 evoluto il tuo ruolo nei vari contesti istituzionali?<br \/><\/strong>Una peculiarit\u00e0 del New Museum \u2013 e della mia direttrice Lisa Phillips \u2013 \u00e8 avermi lasciato la libert\u00e0 di lavorare anche altrove, dal Qatar al Libano fino alla Cina, per non dire delle grandi biennali come Venezia o Gwangju. Un\u2019apertura rara nei musei americani, che per noi \u00e8 stata un\u2019occasione di apprendimento e di scambio con realt\u00e0 culturali diverse. Il mio ruolo, intanto, \u00e8 cresciuto: sono direttore artistico dal 2014, con responsabilit\u00e0 che vanno oltre la programmazione. Oggi mi occupo anche della visione complessiva e del funzionamento quotidiano del museo: un impegno che si allontana un po\u2019 dalla curatela in senso stretto, ma che trovo stimolante. Allo stesso tempo, \u00e8 cambiata anche la figura del curatore, influenzata da molti fattori. Ci troviamo a filtrare una quantit\u00e0 enorme di materiali e informazioni: da un lato \u00e8 stimolante, dall\u2019altro ci ricorda che il nostro ruolo \u00e8 forse meno centrale di quanto immaginiamo. \u00c8 un esercizio salutare di relativizzazione e di modestia. L\u2019idea del curatore come figura sovrana, capace di dettare i trend, mi sembra ormai superata, ed \u00e8 un bene. Anche l\u2019espansione geografica del nostro lavoro ha contribuito a questo sano relativismo. \u00c8 qualcosa in cui credo molto: il fatto che l\u2019arte, nella pratica come nella fruizione, ci metta davanti all\u2019ignoto, inteso nel senso pi\u00f9 concreto del termine. Un\u2019esperienza di alterit\u00e0 e di disorientamento, che possiamo chiamare estraneit\u00e0, e che non \u00e8 poi cos\u00ec lontana da quella che affrontiamo ogni giorno in un mondo sempre pi\u00f9 complesso.<\/p>\n<p><strong>Parlando di mostre collettive penso alle tue biennali: pi\u00f9 volte le hai descritte come \u201cmusei temporanei\u201d. Come interpreti oggi questo concetto, anche alla luce della tua direzione al New Museum?<br \/><\/strong>L\u2019idea di biennale come \u201cmuseo temporaneo\u201d ho iniziato a formularla con la Biennale di Gwangju nel 2010, ma \u00e8 un pensiero che si \u00e8 sviluppato nel tempo, anche attraverso esperienze precedenti. Quando ho curato Manifesta nel 2004, la Biennale di Berlino nel 2006 o la prima Triennale al New Museum nel 2009, avevo una visione che oggi mi sembra pi\u00f9 semplicistica o forse pi\u00f9 agonistica, diciamo: pensavo che una biennale dovesse mettere in dialogo gli artisti pi\u00f9 significativi del momento. A Gwangju le dimensioni degli spazi e del pubblico \u2013 oltre mezzo milione di visitatori \u2013 mi hanno spinto a riflettere sui destinatari e sui linguaggi. Intanto il formato biennale mi sembrava irrigidirsi, con una retorica fatta di intrattenimento, partecipazione e spettacolarit\u00e0. E quel modello cominciava a sembrarmi stanco. Forse anche perch\u00e9 lavoravo gi\u00e0 al New Museum \u2013 istituzione atipica, senza collezione permanente e pi\u00f9 ricettiva -, ho iniziato a chiedermi se fosse possibile ripensare una biennale a partire da alcune caratteristiche museali. Nei musei storici o etnografici, per esempio, l\u2019esperienza \u00e8 diversa rispetto a quelle delle gallerie e dei musei moderni: maggiore densit\u00e0, pi\u00f9 apparati informativi, spesso assenti nelle biennali. Da qui l\u2019idea di trasferire quella grammatica al formato biennale: un museo tematico, costruito attorno a un nucleo concettuale che si apre in pi\u00f9 direzioni. Un modello forse un po\u2019 bulimico, ma che riflette la mia passione per mostre affollate di immagini e riferimenti: universi da attraversare pi\u00f9 che da visitare. Anche se non dimentico mai l\u2019importanza dello stupore, della meraviglia \u2013 che spero sia sempre presente -, mi interessa costruire mostre che siano anche strumenti di comprensione. \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n<p>L\u2019approccio curatoriale di Massimiliano Gioni<\/p>\n<p><strong>Su quest\u2019ultima riflessione si innesta la prossima domanda, che riguarda pi\u00f9 da vicino il tuo approccio curatoriale. Mi colpisce spesso il tuo desiderio di accostare linguaggi, discipline, personalit\u00e0 che non sono soltanto artisti, ma anche pensatori, creativi, scienziati. C\u2019\u00e8, in sostanza, una transdisciplinarit\u00e0 nel modo in cui costruisci le mostre, un\u2019attitudine quasi \u201cenciclopedica\u201d, che diventa anche uno strumento per guardare alla storia.<\/strong><br \/>Quella che chiami un\u2019attitudine \u201cenciclopedica\u201d ho iniziato a esplorarla al tempo della Biennale di Gwangju. Una delle ragioni nasce dalla mia curiosit\u00e0 verso mostre curate da artisti \u2013 Mike Kelley, Rosemarie Trockel, Jeremy Deller, Robert Gober \u2013 in cui le opere d\u2019arte erano chiamate a convivere con oggetti di varia natura. Questo mi ha fatto capire che la mia definizione di arte era allora limitata, e influenzava anche le mostre che curavo. Con After Nature al New Museum, nel 2008, ho iniziato ad ampliare quello spettro, mettendo da parte il problema di stabilire se qualcosa fosse \u201carte\u201d o se avesse \u201cqualit\u00e0\u201d. Questo mi ha liberato anche dal vincolo del mercato. Poi, certo, in un modo o nell\u2019altro siamo tutti complici del sistema dell\u2019arte. E, paradossalmente, includere opere outsider nella Biennale ne ha poi aumentato il valore. Ma quell\u2019approccio mi ha permesso comunque di muovermi al di fuori delle gerarchie consolidate, cercando ci\u00f2 che davvero mi interessava. \u00c8 stato un momento di grande liberazione, che mi ha aperto molte possibilit\u00e0, non solo dal punto di vista creativo. La mia ipotesi \u2013 e direi anche il mio metodo \u2013 \u00e8 che l\u2019attenzione non vada solo alle opere d\u2019arte, ma a una cultura visiva pi\u00f9 ampia, una cultura delle immagini che oggi \u00e8 diventata sempre pi\u00f9 complessa, economizzata, quantificata. Ogni immagine, se dotata di intensit\u00e0, pu\u00f2 essere degna di attenzione. Cos\u00ec, a Gwangju ho incluso elementi di varia natura, e ancor pi\u00f9 a Venezia, dove accanto alle opere c\u2019erano il Libro Rosso di Jung e degli ex voto. Quindi, s\u00ec, questo approccio si pu\u00f2 definire enciclopedico, ma non in senso illuminista. L\u2019enciclopedia che mi interessa \u00e8 quella di Marino Auriti, l\u2019eccentrico meccanico che aveva costruito il Palazzo Enciclopedico da cui la mia Biennale prendeva a prestito il titolo: le enciclopedie che mi affascino sono progetti utopici, complessi e assurdi, e, in sostanza, destinati a fallire. La mia Biennale, in effetti, era piena di enciclopedie fallite, incomplete, visionarie. C\u2019era qualcosa di ironico, forse, ma anche di profondamente sincero: un insieme di tentativi folli, romantici, tragici di dare ordine al mondo. Non era una mostra che credeva in un sapere assoluto. Era piuttosto un insieme di progetti destinati a fallire, e in quel fallimento, forse, risiedeva la loro forza.<\/p>\n<p><strong>Hai gi\u00e0 accennato al tuo interesse per la semiotica e, pi\u00f9 in generale, alla condizione di sovraesposizione visiva che segna il nostro tempo. \u00c8 un tema che ritorna anche nel lavoro di Hito Steyerl, tra le artiste presenti nella prossima mostra New Humans, che si chiede: \u201cle persone sono nascoste da troppe immagini? Diventano esse stesse immagini?\u201d. Come leggi queste domande nel contesto della mostra?<br \/><\/strong>Con Hito ho condiviso un percorso particolare. L\u2019ho inclusa in diverse mostre che ho curato: era gi\u00e0 nella mia Manifesta del 2004, poi nella Biennale di Gwangju, e ancora nella Biennale di Venezia, dove present\u00f2 How to Become Invisible, un\u2019opera incentrata sul tema della visibilit\u00e0 e della sparizione. Quell\u2019opera, che ricevette anche una menzione d\u2019onore, divenne quasi simbolica della Biennale, perch\u00e9 affrontava in modo diretto la dialettica tra sovraesposizione e invisibilit\u00e0, tra sovrainformazione e paradossale ignoranza, una condizione che riflette perfettamente la nostra esperienza del digitale. Anche per New Humans Hito realizzer\u00e0 un\u2019opera nuova, Mechanical Kurds (2025), presentata in anteprima a Parigi, che sar\u00e0 al centro della mostra. \u00c8 un lavoro sull\u2019intelligenza artificiale e sull\u2019industria delle immagini. Come spesso fa, Hito lavora in controtendenza: anzich\u00e9 limitarsi a riflettere sull\u2019immaterialit\u00e0 crescente delle tecnologie, ha scelto di indagare il lato pi\u00f9 concreto, andando in un campo profughi curdo a incontrare e intervistare persone che lavorano per aziende di data labelling. Il loro compito \u00e8 identificare e mappare immagini, cosicch\u00e9 i software di riconoscimento possano apprendere da quelle classificazioni. E in questo modo Steyerl rivela una dimensione molto fisica della digitalizzazione, che spesso dimentichiamo: un outsourcing della cultura visiva e dell\u2019informazione.<\/p>\n<p><strong>Vorrei chiudere con uno sguardo al presente e al futuro: cosa porter\u00e0 \u201cNew Humans\u201d e quali altri progetti ti aspettano oltre il New Museum?<br \/><\/strong>New Humans \u00e8 una mostra che ha avuto una lunga gestazione, e che ho ripensato pi\u00f9 volte nel tempo. Le sue radici risalgono a ricerche storiche che mi hanno segnato, come Identit\u00e0 e alterit\u00e0, la mostra curata da Jean Clair alla Biennale di Venezia del 1995, e i suoi studi sul mito del \u201cnuovo uomo\u201d. Con l\u2019apertura del nuovo edificio del New Museum mi \u00e8 sembrato naturale affrontare questo tema. In mostra ci sono oltre 150 artisti, ma anche scienziati, scrittori e figure eccentriche: da Dal\u00ed a Carlo Rambaldi con il suo E.T., fino a materiali scientifici e macchine curiose. Come punto di partenza ho scelto una frase di Karel \u010capek, l\u2019inventore della parola \u201crobot\u201d che diceva, nella sua pi\u00e8ce teatrale di fantascienza del 1920 R.U.R. \u2013 Robot Universali Rossum: \u201cNon c\u2019\u00e8 nulla di pi\u00f9 strano per l\u2019umano che la sua stessa immagine\u201d. Lo cito a memoria e dall\u2019inglese, quindi spero di non massacrarlo troppo\u2026\u00a0 La mostra parla di come, sotto la pressione di nuove tecnologie, cambino la figurazione e la rappresentazione di noi umani, di come anche proprio la definizione di ci\u00f2 che \u00e8 umano sia costretta a fare i conti con nuove tecnologie. Parallelamente, in ottobre inaugurer\u00f2 a Milano Fata Morgana, una mostra per la Fondazione Trussardi che riflette sullo spiritismo e sulla sua influenza sull\u2019arte tra Ottocento e Novecento, fino alle radici dell\u2019astrazione. Saranno presenti opere di Hilma af Klint, disegni di Emma Jung e Annie Besant, figure legate alla teosofia e all\u2019esoterismo che hanno influenzato anche le avanguardie. \u00c8 un progetto che intreccia Surrealismo e riscoperte femministe degli Anni Sessanta e Settanta e che, per la Fondazione, rappresenta un ritorno al formato delle grandi mostre tematiche, dopo esperienze quali La Grande Madre o La Terra Inquieta.<\/p>\n<p>Beatrice Caprioli<\/p>\n<p class=\"intext-cta\">Artribune \u00e8 anche su Whatsapp.  \u00c8 sufficiente <a href=\"https:\/\/whatsapp.com\/channel\/0029Va9iaYUEFeXeqRR2yT1y\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">cliccare qui<\/a> per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"A quasi cinquant\u2019anni dalla sua nascita, il New Museum di New York si prepara a rinnovare ancora la&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":197963,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,204,1537,90,89],"class_list":{"0":"post-197962","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-intrattenimento","16":"tag-it","17":"tag-italia","18":"tag-italy"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115487590514330785","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/197962","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=197962"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/197962\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/197963"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=197962"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=197962"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=197962"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}