{"id":208072,"date":"2025-11-10T10:32:13","date_gmt":"2025-11-10T10:32:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/208072\/"},"modified":"2025-11-10T10:32:13","modified_gmt":"2025-11-10T10:32:13","slug":"anna-negri-regista-del-documentario-sul-padre-toni-lintervista-non-potevo-piu-aspettare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/208072\/","title":{"rendered":"Anna Negri regista del documentario sul padre Toni, l&#8217;intervista: &#8220;Non potevo pi\u00f9 aspettare&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>A 40 anni dalla deflagrazione che ha spaccato la sua famiglia, <strong>Anna Negri<\/strong> torna davanti al padre Toni, con una <strong>telecamera<\/strong> <strong>accesa<\/strong>, e decide di non tirarsi indietro. Nel documentario <strong>Toni, mio padre<\/strong>, presentato a Venezia e al cinema dal 20 novembre con Wanted, mescola pubblico e privato, storia e ferita personale, per affrontare una relazione mai pacificata. Nessun mito, nessuna vendetta: solo due persone, un padre e una figlia, che provano a parlarsi davvero.\u00a0Anna Negri ha scelto di mettersi davanti a suo padre e non dietro la macchina da presa. In Toni, mio padre, non cerca di assolvere, condannare o rimettere a posto i conti della Storia. Cerca qualcosa di pi\u00f9 difficile: un contatto vero, spogliato di filtri. Toni Negri \u00e8 stato uno degli intellettuali pi\u00f9 importanti del Novecento italiano. Filosofo del lavoro, fondatore di <strong>Potere Operaio<\/strong>, docente di Filosofia del diritto, figura centrale del pensiero marxista eterodosso, \u00e8 stato travolto da <strong>accuse<\/strong> <strong>gravissime<\/strong>: nel 1979 fu arrestato con l\u2019accusa di essere il mandante dell\u2019<strong>omicidio<\/strong> <strong>Moro<\/strong> e mente occulta del <strong>terrorismo<\/strong>. Accuse poi cadute perch\u00e9 <strong>infondate<\/strong>, ma che gli costarono la <strong>prigione<\/strong>, l\u2019<strong>esilio<\/strong>, e una frattura profonda nella sua vita pubblica e privata.\u00a0Anna Negri quella frattura l\u2019ha vissuta in pieno. E oggi la mette in scena con lucidit\u00e0, pudore e una sincerit\u00e0 rara. Il film non \u00e8 solo un ritratto di un padre ingombrante: \u00e8 una domanda aperta, un tentativo di capire cosa resta, davvero, dopo la militanza, la prigione, l\u2019assenza. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie racconta il percorso che l\u2019ha portata a girare il documentario, le scelte difficili, la vergogna, la riconciliazione e il desiderio, ora, di tornare a ridere.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 ha deciso di girare questo film proprio ora? Perch\u00e9 non prima?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cIn realt\u00e0 io sono stata costretta a girare\u2026 costretta nel senso emotivo, intendo. Mio padre era malato, e io avevo la sensazione che non ci sarebbe stato ancora per molto. Quindi s\u00ec, avevo gi\u00e0 da due o tre anni l\u2019idea di fare questo film, ma non riuscivo mai a iniziare davvero. Poi \u00e8 arrivata questa urgenza, questo impulso, e l\u00ec ho capito che era il momento. Il tempo stringeva. Non potevo pi\u00f9 aspettare\u201d.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/potere-operaio.jpg\" alt=\"potere operaio\" width=\"100%\" height=\"100%\" data-iol-width=\"1217\" data-iol-height=\"694\"\/>UFFICIO STAMPA ECHO \/ KINOWEB.Emilio Vesce, Jaroslav Noak, Toni Negri e Alberto Magnaghi\u00a0 al convegno di Potere Operaio all\u2019Universit\u00e0 di Bologna, 1970<\/p>\n<p><strong>Il film parte da un racconto molto personale ma diventa presto una riflessione collettiva, sulle ferite generazionali. Era qualcosa che aveva in mente fin dall\u2019inizio, o ci \u00e8 arrivata lavorandoci?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>No, io all\u2019inizio volevo fare un biopic. Mi interessava raccogliere la memoria di mio padre, perch\u00e9 \u00e8 una memoria importante, una figura storica che meritava un documento. Ma mentre facevo le domande \u2013 e le facevo a lui, direttamente \u2013 continuavamo ad avere dei conflitti. Tanti conflitti. E a un certo punto ho capito che la relazione tra me e lui era il vero dispositivo narrativo. Era l\u00ec che doveva passare la storia. Allora ho deciso di mettermi nel film, di non restare dietro la macchina da presa, di non proteggermi. Volevo stare sullo stesso piano. Cos\u00ec ho chiesto a Stefano Savona, un mio caro amico e documentarista, di filmare lui\u201d.<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 una scena, nella parte finale, molto accesa, in cui partite dalla rivolta di Trani. Un confronto che \u00e8 quasi \u201cla scena madre\u201d, usando un termine da sceneggiatori. \u00c8 potentissima. Immagino non fosse preparata. \u00c8 stato difficile decidere di lasciarla nel film?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cIn effetti, io e la montatrice, Ilaria Fraioli, la chiamavamo proprio \u201cla scena madre\u201d, \u00e8 vero. Ma no, non ho avuto la tentazione di staccare la camera, nemmeno l\u00ec. In quel momento ero completamente dentro. Il punto \u00e8 che io non ero solo la regista, ma anche un soggetto del documentario. E l\u00ec, io volevo davvero delle risposte. Non era per il film. Le volevo per me. Era un\u2019urgenza personale. C\u2019era sempre questo doppio livello, in tutto il processo: da una parte una mia ricerca esistenziale, dall\u2019altra la realizzazione del film\u201d.<\/p>\n<p><strong>E anche suo padre sembrava consapevole della forza di quella scena.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cS\u00ec, certo. Tant\u2019\u00e8 che lui stesso, a un certo punto, dice: \u201cQuesta scena deve andare all\u2019inizio del film\u201d. Anche lui ne percepiva il peso: era dentro la scena, ma anche fuori. Proprio come me\u201d.<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 una frase o una scena in particolare che per lei rappresenta la vera riconciliazione con suo padre? Quel punto in cui ha sentito che qualcosa si era finalmente compiuto?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cForse s\u00ec. Direi la scena finale. O meglio, la penultima scena, che poi \u00e8 anche l\u2019ultima che abbiamo girato. Siamo seduti uno accanto all\u2019altro, ed \u00e8 l\u00ec che lui mi dice: \u201cMi dispiace.\u201d \u00c8 un momento molto forte\u201d.<\/p>\n<p><strong>Quanto tempo ha aspettato quel \u201cmi dispiace\u201d? Posso immaginare che sia una frase attesa da una vita intera.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cEh s\u00ec, tutta la vita. Ed \u00e8 una frase che in tanti si sono sognati di sentirsi dire. E non \u00e8 mai arrivata. \u00c8 anche per questo che penso che il film stia avendo una risonanza cos\u00ec forte con il pubblico. Perch\u00e9 quella frase, per molti, resta un\u2019illusione, un\u2019assenza. E invece io, in quel momento, l\u2019ho sentita\u201d.<\/p>\n<p><strong>L\u2019ha aiutata, quella frase, anche ad affrontare il lutto? A superare la successiva perdita di suo padre?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cS\u00ec, certo. L\u2019elaborazione del lutto passa anche da l\u00ec. Perch\u00e9 il lutto \u00e8 sempre legato, in un certo senso, a un sentimento di vergogna. Vergogna per la propria sofferenza, per il proprio dolore. E quando c\u2019\u00e8 un riconoscimento, quando qualcuno ti dice \u201cs\u00ec, ho visto la tua sofferenza\u201d o \u201cmi dispiace\u201d, allora non hai pi\u00f9 bisogno di vergognarti. Quel riconoscimento ti permette di lasciarti andare, di affrontare il dolore. Di superarlo. Poi, forse, questa \u00e8 una lettura un po\u2019 psicoanalitica\u2026 ma la sento vera\u201d.<\/p>\n<p><strong>La parola \u201cvergogna\u201d, che ha appena usato, mi sembra che attraversi tutto il suo film, anche quando non viene detta apertamente. Quanto senso di vergogna ha provato nel ripensare alla storia di suo padre? E quando ha smesso di provarne?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>La vergogna c\u2019\u00e8 stata. Ma per un\u2019accusa che in realt\u00e0 era completamente inventata. Lui era accusato di essere una cosa che sapevamo benissimo non era. Ma il punto \u00e8 che quella costruzione mediatica e giudiziaria era talmente potente che non potevi non subirne le conseguenze\u2026 C\u2019\u00e8 una scena, ad esempio, in cui racconto di quando ero su un treno, e avevo sempre paura che qualcuno mi chiedesse il mio nome. Non \u00e8 che pensassi davvero di avere qualcosa da nascondere. Ma era tutto cos\u00ec montato, cos\u00ec distorto, che ti entrava sotto pelle. Anche se razionalmente sapevi che era tutta una montatura, ti restava addosso. E allora nasce una vergogna che non \u00e8 genuina, ma indotta. Una vergogna costruita dagli altri, dall\u2019opinione pubblica, dai giornali, dal sistema\u201d.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/toni-negri-anna-negri.jpg\" alt=\"toni negri e anna negri\" width=\"100%\" height=\"100%\" data-iol-width=\"1217\" data-iol-height=\"694\"\/>UFFICIO STAMPA ECHO \/ KINOWEB.<\/p>\n<p><strong>E quella vergogna indotta, poi, continua a vivere anche quando non dovrebbe pi\u00f9 avere spazio\u2026<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Esatto. Anche se tuo padre viene poi eletto in Parlamento da 200.000 persone, anche se viene riconosciuto come figura pubblica importante\u2026 quella vergogna resta sotto pelle. \u00c8 una specie di memoria fisica, una difesa automatica. Come la paura: diventa un meccanismo di protezione. \u00c8 difficile scrollarsela di dosso\u201d.<\/p>\n<p><strong>Questa \u00e8 un\u2019intervista, ma si ha anche la consapevolezza nel porle le domande che si stia toccando una ferita aperta\u2026<\/strong><\/p>\n<p>\u201cPer\u00f2 \u00e8 proprio l\u00ec che entra in gioco l\u2019arte. L\u2019arte \u00e8 lo strumento che ti permette di attraversare e superare queste cose. Quando riesci a fare qualcosa, a creare, allora tutti questi sentimenti trovano una loro elaborazione. Io avevo gi\u00e0 scritto un libro su questo tema, poi ho provato a farne un film di finzione, ma non ci sono riuscita. Alla fine, ho girato questo documentario, molto low budget, ma \u00e8 stato quello che mi ha permesso davvero di elaborare tutto. Anche perch\u00e9 era una cosa che doveva essere elaborata in modo pubblico: la ferita non era solo personale, era anche mediatica, collettiva, esposta\u201d.<\/p>\n<p><strong>Infatti, non si ha mai la sensazione che lei voglia ribaltare l\u2019immagine pubblica di suo padre, o fare un\u2019opera riparatoria. Il film cerca una verit\u00e0, quella con la V maiuscola.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Esattamente. Non volevo correggere niente. Volevo cercare una verit\u00e0 pi\u00f9 profonda, pi\u00f9 umana. Non era una questione di giustizia storica o politica, almeno non solo. Era una ricerca intima, personale, che poi, forse, pu\u00f2 parlare anche agli altri\u201d.<\/p>\n<p><strong>Lei nel documentario racconta anche che, dopo l\u2019arresto di suo padre, non ha mai pi\u00f9 vissuto con lui. Cos\u2019ha scoperto, durante la lavorazione del film, che non sapeva? Cosa l\u2019ha sorpresa di lui?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cQuello che ho scoperto \u00e8 che anche lui era una persona traumatizzata. Dietro tutta quella facciata di durezza, di orgoglio, c\u2019era anche una grande sofferenza. Lo sapevo gi\u00e0, forse, a livello razionale. Ma non lo sentivo emotivamente. Il vero cambiamento per me \u00e8 stato questo: riuscire a sentire la sua sofferenza, non solo a intuirla. \u00c8 stato un passaggio importante\u201d.<\/p>\n<p><strong>Da fuori, per chi guarda il film senza conoscere tutto il contesto, sembra quasi un western. Un duello padre-figlia. Ma si pu\u00f2 davvero parlare di vincitori e vinti in questo confronto?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cNo, assolutamente no. Anzi, secondo me la cosa pi\u00f9 bella del film \u00e8 proprio questa: non ci sono n\u00e9 vincitori n\u00e9 vinti. \u00c8 un film sulla relazione. Una mia amica americana mi ha detto una cosa che mi ha colpito: \u201c\u00c8 molto bello che tu non chiuda tutto come farebbero in un film americano\u201d. In un film americano, ci sarebbe la riconciliazione finale, l\u2019abbraccio risolutore. Qui no. Ci siamo noi, con le nostre ferite, le nostre idee diverse, ma ci accettiamo. Riconosciamo l\u2019uno l\u2019altro. E questo \u00e8 sufficiente. \u00c8 una forma di amore, anche questa\u201d.<\/p>\n<p><strong>Come ha scelto i materiali da inserire? Nel film ci sono archivi, super 8, telegiornali, filmati amatoriali, immagini Rai\u2026 Come ha costruito il tessuto visivo?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cRaccontare una vita di novant\u2019anni in novanta minuti era gi\u00e0 un\u2019impresa quasi impossibile. All\u2019inizio abbiamo deciso di adottare una struttura pi\u00f9 libera, quasi da flusso di coscienza. Volevamo che le cose si potessero accavallare, ma che ci fosse comunque un filo conduttore. E questo filo non era cronologico, ma emotivo. I materiali istituzionali (i telegiornali, i documenti Rai, gli articoli) rappresentano la \u201cStoria con la S maiuscola\u201d, quella che entra a gamba tesa nella vita delle persone. E poi c\u2019\u00e8 la mia storia, quella personale, rappresentata dai super 8 che ho girato quando avevo 18-19 anni. Erano gi\u00e0, in qualche modo, influenzati da quello che avevo vissuto, anche se allora non me ne rendevo conto. Abbiamo inserito anche filmati amatoriali d\u2019epoca, che potessero confondersi con i miei, per dare un senso pi\u00f9 universale. E poi c\u2019\u00e8 tutto un lavoro sulle foto del movimento, che sono una voce visiva non istituzionale, una contro-narrazione. C\u2019\u00e8 anche un\u2019immagine astratta, un filmato che avevo girato per uno spettacolo teatrale di mia sorella. Mi piaceva molto e lei mi ha dato il permesso di usarlo. Il montaggio \u00e8 stato molto libero, mlto creativo\u201d.<\/p>\n<p><strong>Esporre pubblicamente la propria storia ha un rischio enorme. Qual \u00e8, per lei, il rischio pi\u00f9 grande?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cEsporsi al pubblico ludibrio. Al beffeggio. Questa \u00e8 sempre una paura. Poi, in realt\u00e0, ormai no. Non pi\u00f9. Anche se, ovviamente, ci sar\u00e0 sempre qualcuno che ti giudica, che critica. Ma in fondo\u2026 sai, tutti mi dicono che sono stata coraggiosa a fare questo film. Ma io penso che il vero coraggio l\u2019abbia avuto da ragazzina. Quando avevo 14 anni, vivevo da sola con mio fratello che ne aveva 11. Ci arrivavano lettere di minacce di morte a casa, anonime. Quelle s\u00ec che erano situazioni dure. Dopo aver vissuto quello, tutto il resto mi sembra gestibile\u201d.<\/p>\n<p><strong>E il resto \u00e8 stato davvero pi\u00f9 semplice? Anche il suo percorso professionale, la formazione come regista, \u00e8 stata pi\u00f9 semplice dopo?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cNon lo so. Semplice no. Direi che all\u2019estero stavo meglio. In Inghilterra, dove ero anonima. Qui in Italia sentivo sempre lo sguardo dell\u2019altro addosso. Non venivo mai vista per quella che ero. Sempre in relazione alla storia di mio padre. Ed era una storia anche molto cupa, che non \u00e8 mai stata elaborata collettivamente. Gli anni Settanta in Italia sono ancora un tab\u00f9. Non sono mai stati affrontati seriamente, n\u00e9 dalla politica, n\u00e9 dalla cultura, n\u00e9 dalla storiografia. Restano sospesi. Solo alcune persone, come i figli delle vittime e degli imputati, hanno provato a dare un senso a quel periodo, nella propria vita. Ma collettivamente, no. Non c\u2019\u00e8 mai stata una vera elaborazione. E questo pesa\u201d.<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 una presenza-assente molto forte nel film: sua madre. Se ne parla, ma lei non c\u2019\u00e8. Che ruolo ha avuto per lei, in quegli anni, sua madre?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Mia madre \u00e8 stata la mia famiglia. Quando tutto \u00e8 esploso, quando la nostra famiglia si \u00e8 deflagrata, lei \u00e8 rimasta. Mio padre ha avuto un\u2019altra vita, \u00e8 stato in Francia tanti anni. Lei invece c\u2019\u00e8 sempre stata, per me e per mio fratello. \u00c8 stata una donna eccezionale. Magari non aveva la notoriet\u00e0 di Toni, ma aveva un\u2019intensit\u00e0 umana, emotiva, incredibile\u201d.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/anna-negri.jpg\" alt=\"anna negri\" width=\"100%\" height=\"100%\" data-iol-width=\"1217\" data-iol-height=\"694\"\/><\/p>\n<p><strong>Cosa sente di aver ereditato da suo padre? E da sua madre?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cPenso anche di essere molto diversa da entrambi. Per\u00f2 qualcosa me l\u2019hanno lasciata, eccome. Tutti e due avevano un grande senso dell\u2019umorismo. E questa cosa si vede anche nel film: la capacit\u00e0 di cogliere l\u2019assurdo, anche nelle situazioni pi\u00f9 drammatiche. \u00c8 una risorsa enorme. Da mia madre ho ereditato un\u2019affettivit\u00e0 fortissima. E da mio padre\u2026 la capacit\u00e0 di vivere le cose insieme, di condividerle, anche quando sono difficili. Ma forse ho ereditato anche delle cose che loro non avevano. O le ho trasformate. \u00c8 un po\u2019 cos\u00ec che funziona, no?\u201d.<\/p>\n<p><strong>Il film parla anche di una forma di sconfitta. Come si racconta una sconfitta senza cadere nella nostalgia o nell\u2019autocommiserazione? <\/strong><\/p>\n<p>\u201cIntanto bisogna dire che non \u00e8 la mia sconfitta. Semmai, \u00e8 la sconfitta dei miei genitori, della loro generazione. Ma credo che mio padre ne parli con grande dignit\u00e0. Ecco, questo \u00e8 importante. C\u2019\u00e8 una dignit\u00e0 nel parlare di una sconfitta. Soprattutto quando si parla di rivoluzionari: per loro, la sconfitta \u00e8 sempre una possibilit\u00e0 contemplata. Non \u00e8 come per i tifosi di calcio, che si disperano. Chi fa una scelta radicale sa che pu\u00f2 andare cos\u00ec. \u00c8 tutto cos\u00ec sproporzionato, cos\u00ec immenso, che anche una piccola spinta, come diceva mio padre, verso il futuro dell\u2019umanit\u00e0, vale. \u00c8 una storia che parte da Spartaco e continua: \u00e8 sempre una scommessa\u201d.<\/p>\n<p><strong>Mentre girava, ha avuto paura che questo film potesse diventare pi\u00f9 terapeutico che narrativo?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cNo, perch\u00e9 avevo attorno persone molto attente che mi ripetevano: \u201cAttenzione, questo non deve diventare la tua terapia\u201d. E io ero molto consapevole di questo. C\u2019era il mio produttore, la mia montatrice\u2026 sapevamo tutti che c\u2019era una componente terapeutica, inevitabilmente, come in qualsiasi espressione artistica. Ma il nostro impegno era fare un film, un vero film. Un pezzo di cinema, non solo un atto personale. L\u00ec entra in gioco la regista. Non ero pi\u00f9 solo la \u201csoggetta\u201d del documentario ma la regista che deve organizzare tutto il materiale, dare una forma. E forse l\u2019esperienza maturata in altri ambiti mi ha aiutata a trovare un equilibrio\u201d.<\/p>\n<p><strong>Nonostante sia un documentario, i dialoghi sembrano scritti da quanto sono potenti.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cQuesta osservazione a me piace tantissimo. L\u2019ho sentito dire da pi\u00f9 persone. Qualcuno mi ha detto: \u201cI dialoghi di questo documentario sono migliori della maggior parte dei film italiani\u201d: mi ha fatto molto piacere\u201d.<\/p>\n<p><strong>E sono anche recitati meglio, mi lasci dire.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cMa sa perch\u00e9? \u00c8 che non siamo pi\u00f9 abituati a quel tipo di linguaggio. Quella generazione l\u00ec, quel tipo di intellettuale, aveva una propriet\u00e0 di linguaggio magnifica. Non si limitava alla frase fatta. C\u2019era un pensiero dietro ogni parola. Era una vera lezione. Poi, puoi anche non essere d\u2019accordo con quello che diceva, ma la chiarezza, la profondit\u00e0\u2026 erano l\u00ec\u201d.<\/p>\n<p><strong>Quanto del materiale girato ha dovuto lasciare fuori?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cAbbiamo tagliato molta roba meravigliosa, davvero. Mio padre poteva parlare dieci ore di fila, sviando qualsiasi domanda. Era un festival di digressioni. Il mio problema, infatti, era proprio smontare quel meccanismo, riportarlo su un piano pi\u00f9 umano, pi\u00f9 affettivo. Era questo il mio intento principale, mentre giravo: portare mio padre fuori dalla sua retorica, dalle sue abitudini oratorie. Cercare un contatto reale\u201d.<\/p>\n<p><strong>Piano umano: ricorda una sua carezza o un gesto di tenerezza?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cNo, francamente no. Una carezza, no. Ma ricordo tantissimi sorrisi. Una dolcezza condivisa, uno humor comune. Anche nei momenti di grande crisi familiare, ci guardavamo e ci veniva da ridere. Avevamo questo legame, questa intesa. \u00c8 strano, perch\u00e9 ci siamo separati molto presto, io avevo 14 anni, ma \u00e8 come se ci fossimo sempre capiti. Siamo stati anche molto simili, in fondo. Ci capivamo, questo s\u00ec\u201d.<\/p>\n<p><strong>Uno dei suoi primi film di finzione si intitola Riprendimi. C\u2019\u00e8 un legame, un\u2019anticipazione di quello che ha fatto ora con questo documentario?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cIn quel film c\u2019era un cameraman che filmava una donna. E ci sono anche momenti in cui i personaggi si rivolgono direttamente alla macchina da presa, raccontano cosa stanno vivendo. \u00c8 lo stesso dispositivo che ho usato in Toni, mio padre, anche se all\u2019epoca non ci pensavo. In questo documentario ci sono dei video-diari \u2014 tre in tutto \u2014 che ho girato proprio per ricordarmi come stavo in quei giorni. Era un modo per fissare quello che provavo. Non ci pensavo come strumento narrativo, ma poi si \u00e8 rivelato fondamentale. Le racconto un aneddoto. Di recente a Lisbona ho visto Remake, l\u2019ultimo film di Russ McElwee dove il regista racconta la morte del figlio, un\u2019opera fortissima. McElwee \u00e8 un regista che interagisce direttamente con i suoi soggetti, sempre presente nel racconto. Guardando quel film ho capito che esiste un filo che unisce Riprendimi e Toni, mio padre, passando proprio per lui\u201d.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 stato un problema, per lei, essere donna e regista in Italia?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cBeh, s\u00ec. Quando ho iniziato, non ce n\u2019erano moltissime registe donne. Mia madre mi diceva: \u201cMagari farai la segretaria di edizione\u201d. Esistevano solo Lina Wertm\u00fcller e Liliana Cavani, fine. Poi pi\u00f9 tardi \u00e8 uscito Il grande cocomero, che \u00e8 stato il primo film di una regista donna, Francesca Archibugi, un po\u2019 pi\u00f9 vicina a me per et\u00e0\u2026 ma era davvero raro che una donna si occupasse di regia\u201d.<\/p>\n<p><strong>Ha mai pensato di mollare? Anche nei momenti pi\u00f9 complicati all\u2019inizio?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cSe non fossi andata in Inghilterra, non credo che sarei mai riuscita a fare la regista. L\u00ec c\u2019era una cultura diversa, un\u2019idea di parit\u00e0 pi\u00f9 avanzata. Non era perfetta, ma molto pi\u00f9 avanti rispetto all\u2019Italia. In Italia sei donna? Paghi dazio. In Inghilterra? Sei italiana. Insomma, dove vai, c\u2019\u00e8 sempre qualcosa che non va\u201d.<\/p>\n<p><strong>Dopo questo film, in che direzione vorrebbe andare?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cSpero di tornare a fare commedie. Lo dico con leggerezza, ma anche con desiderio. Perch\u00e9 io, in fondo, sono di indole comica. Mi sono capitate un po\u2019 troppe tragedie, ma davvero io avrei una vena comica molto forte. Spero che questo film mi porti altrove, che mi liberi\u201d.<\/p>\n<p><strong>Quelle tragedie sono ormai tutte chiuse? Ha fatto i conti con tutto?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cMah\u2026 penso che si finisca di fare i conti solo all\u2019atto di morte. Per\u00f2 s\u00ec, sicuramente oggi sono pi\u00f9 leggera di una volta\u201d.<\/p>\n<p><strong>Questa leggerezza si riflette anche nel rapporto con suo figlio?<\/strong><\/p>\n<p>\u201cSi vede nel film. Mi mette abbastanza in croce. Alla fine di una scena in cui discuto con mio padre mi dice: \u201cVedi? Ti senti esattamente come mi sento io quando litighiamo\u201d. Ecco, anche quella \u00e8 una scena che potevo non tenere, potevo edulcorare, ma ho deciso di lasciarla. Perch\u00e9 \u00e8 vera.<\/p>\n<p><strong>E quella scena, in effetti, ha una funzione comica\u2026<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Per me \u00e8 un grande momento comico. \u00c8 una scena che stempera tantissimo la tensione. E poi, diciamocelo, tutti si riconoscono in quelle dinamiche familiari. \u00c8 proprio questo il punto: cerchiamo di essere diversi dai nostri genitori\u2026 e poi finiamo per assomigliargli. Anche quando non vogliamo\u201d.<\/p>\n<p><strong>E suo figlio glielo dice chiaramente: \u201cTi senti superiore a tuo padre, ma guarda che sei uguale\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cEsatto. Me lo dice in faccia. E ha ragione\u201d.<\/p>\n<p>        <img decoding=\"async\" class=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/ph_lazyload.jpg\" data-original=\"https:\/\/wips.plug.it\/cips\/notizie.virgilio.it\/cms\/2025\/11\/anna-negri-toni-negri.jpg?w=738&amp;h=415&amp;a=c\" alt=\"anna-negri-toni-negri\"\/>            <\/p>\n<p>                    UFFICIO STAMPA ECHO \/ KINOWEB.                <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"A 40 anni dalla deflagrazione che ha spaccato la sua famiglia, Anna Negri torna davanti al padre Toni,&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":208073,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1442],"tags":[203,454,204,1537,90,89,1521],"class_list":{"0":"post-208072","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-film","8":"tag-entertainment","9":"tag-film","10":"tag-intrattenimento","11":"tag-it","12":"tag-italia","13":"tag-italy","14":"tag-movies"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115524951324551910","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/208072","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=208072"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/208072\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/208073"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=208072"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=208072"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=208072"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}