{"id":209698,"date":"2025-11-11T11:12:16","date_gmt":"2025-11-11T11:12:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/209698\/"},"modified":"2025-11-11T11:12:16","modified_gmt":"2025-11-11T11:12:16","slug":"il-ruolo-della-copia-nellarchitettura-di-cino-zucchi-loriginalita-e-sopravvalutata-lo-dice-larchitetto-cino-zucchi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/209698\/","title":{"rendered":"Il ruolo della copia nell\u2019architettura di Cino Zucchi L\u2019originalit\u00e0 \u00e8 sopravvalutata. Lo dice l\u2019architetto Cino Zucchi"},"content":{"rendered":"<p>Nel tempo della ricerca ossessiva dell\u2019inedito, <strong>Cino Zucchi \u2013<\/strong> tra i protagonisti pi\u00f9 coerenti dell\u2019architettura italiana contemporanea, da 30 anni a capo dello studio CZA <strong>\u2013<\/strong> propone una riflessione che ribalta la logica su originalit\u00e0 e autorialit\u00e0: ogni progetto non \u00e8 creazione pura, bens\u00ec gesto evolutivo, sommatoria di immaginari ed esperienze, storie e contesti. \u201cCopiare non \u00e8 essere mediocri, ma entrare in una catena di gesti visivi e culturali\u201d afferma.\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019architettura di Cino Zucchi: copiare per capire<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Copycat. Empatia e invidia come generatori di forma \u00e8 la conferenza tenuta da Zucchi a Lecce per il XIV meeting organizzato dall\u2019<a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/tag\/associazione-italiana-di-architettura-e-critica\/\" target=\"_blank\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/www.artribune.com\/tag\/associazione-italiana-di-architettura-e-critica\/\" rel=\"noreferrer noopener nofollow\">Associazione Italiana di Architettura e Critica<\/a>, diretta da <strong>Luigi Prestinenza Puglisi<\/strong>, e quest\u2019anno dal titolo Re-Frame. Secondo la sua visione, l\u2019architetto non parte mai da zero: piuttosto da un\u2019eredit\u00e0, da una forma gi\u00e0 esistente che trasforma e rielabora <strong>\u2013<\/strong> e proprio in questo gesto risiede la creativit\u00e0. \u201cLa nostra epoca \u00e8 l\u2019insieme di tutte le epoche che conosciamo\u201d scriveva Josef Frank quasi un secolo fa, nel 1931. \u201cLa nuova architettura nascer\u00e0 da tutto il cattivo gusto del nostro tempo, dal suo caos, dalla sua variet\u00e0 e sentimentalit\u00e0, da tutto quanto \u00e8 vivo e sentito: finalmente arte del popolo, non arte per il popolo\u201d.\u00a0<\/p>\n<p>    L&#8217;articolo continua pi\u00f9 sotto<\/p>\n<p><strong>Copycat, ovvero la genealogia delle forme<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>\u00c8 la stessa idea che attraversa ogni progetto di CZA: l\u2019architettura come organismo ibrido, fatto di memoria, rappresentazioni e adattamento. Un concetto gi\u00e0 evidente alla <strong>13\u00b0 Mostra Internazionale di Architettura di Venezia<\/strong> del 2012<strong> <\/strong>(curata da <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/progettazione\/architettura\/2023\/12\/intervista-davi-chipperfield-pritzker-prize\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener nofollow\">Chipperfield<\/a>, dal titolo Common Ground) in cui l\u2019installazione di Zucchi Copycat. Empathy and Envy as Form Makers raccontava un piccolo universo di oggetti: mattarelli del Rajasthan, modelli di sottomarini, facciate milanesi del dopoguerra, edifici-souvenir. Un catalogo di mutazioni, insomma. Le idee, del resto, come i geni, si riproducono, evolvono, si contaminano senza seguire un percorso necessariamente lineare. La cultura stessa \u00e8 un organismo vivente fatto di <strong>repliche, fallimenti e metamorfosi<\/strong>. E l\u2019architettura non sfugge a questa legge: l\u2019architettura, infatti, sopravvive solo se sa trasformarsi. Copiare, dunque, non \u00e8 demerito ma passaggio necessario. Non \u00e8 rubare ma nutrirsi: un gesto che riconosce radici, le rimaneggia e le mette in circolo. Non plagio, ma atto consapevole: riconoscere, cio\u00e8, che ogni forma ha un antefatto. \u201cCi\u00f2 che non assomiglia a niente non esiste\u201d, citando Paul Val\u00e9ry o \u201cOggi un originale \u00e8 uno che copia per primo\u201d attingendo invece a Karl Kraus.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"689\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/11-13-biennale-venezia-installazione-copycat-courtesy-cza-1024x689.jpg\" alt=\"13\u00b0 Biennale Venezia, installazione \" copycat.=\"\" empathy=\"\" and=\"\" envy=\"\" as=\"\" form=\"\" makers=\"\" courtesy=\"\" cza=\"\" class=\"wp-image-1192966\"  \/>13\u00b0 Biennale Venezia, installazione \u201cCopycat. Empathy and Envy as Form Makers\u201d. Courtesy CZA<strong>Il concetto di copia nelle architetture di Cino Zucchi<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>E Zucchi lo dimostra nei suoi lavori, dove la copia diventa atto empatico, mai parassitario. Come nel progetto di rigenerazione per l\u2019area <strong>ex-Junghans alla Giudecca <\/strong>(1996-2002) \u2013 per il quale \u00e8 divenuto un nome conosciuto, in particolare grazie all\u2019edificio D, poi copiatissimo \u2013 in cui il tema dell\u2019innesto e della contaminazione tra memoria e nuove funzioni \u00e8 centrale. Dove ha dimostrato come sia possibile restituire alla citt\u00e0 un edificio industriale dismesso mantenendo inalterati i suoi caratteri peculiari (come la ciminiera in mattoni) ma apportando variazioni coerenti, all\u2019uso e al contesto. Dove, cio\u00e8, la Venezia storica diventa il terreno fertile per una genealogia di forme: intonaci grigi, cornici bianche, bucature geometriche e irregolari, proporzioni che citano (o copiano?) Gabetti e Isola nel Municipio a Bagnolo Piemonte, (1975-82) e il razionalismo lombardo.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Dare ritmo alle facciate: la teoria dello sfalsino\u00a0<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>\u201cL\u2019architetto contemporaneo \u00e8 un DJ\u201d, dice Zucchi. Non un demiurgo isolato, ma un montatore di frammenti, un manipolatore di segni. Come un DJ, sceglie, mixa, riascolta: nel suo caso, dalle citazioni di Moneo, Ponti, Portaluppi e <a href=\"https:\/\/www.artribune.com\/tag\/luigi-caccia-dominioni\/\" target=\"_blank\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/www.artribune.com\/tag\/luigi-caccia-dominioni\/\" rel=\"noreferrer noopener nofollow\">Caccia Dominioni<\/a> (maestro e amico) ai pattern della textile designer finlandese Johanna Gullichsen fino agli studi urbani di A city is not a tree, il saggio pubblicato nel 1965 da Christopher Alexander. Il risultato \u00e8 <strong>un\u2019architettura che non teme la somiglianza, ma la abita consapevolmente<\/strong>, fatta di frammentazione, ritmo, facciate come tappeti. Per Zucchi, che articola la pelle dell\u2019edificio in termini di modulo, la facciata \u00e8 un sistema di relazione, compositivo, tecnico e simbolico: ciascuna apertura, ciascuna banda, opaca o trasparente, viene infatti pensata in funzione del contesto, della luce, della funzione interna, e della citt\u00e0 che la riceve. La facciata per Cino Zucchi \u00e8 un luogo di mediazione, tra modulo e variazione, tra contesto e innovazione, tra materiale e figura urbana. Non un semplice \u201cvestito\u201d per l\u2019edificio, ma <strong>un elemento attivo nel sistema architettonico<\/strong>, capace di costruire ritmi, profondit\u00e0, connessioni, identit\u00e0. Il pattern delle facciate \u2013 quel motivo grafico ricorrente nella produzione dello studio, da lui stesso soprannominato \u201csfalsino\u201d (capostipite fu il Municipio a Murcia di Rafael Moneo) \u2013 diviene cos\u00ec un micro-paesaggio architettonico in cui la griglia viene interrogata, articolata, senza tradire la propria leggibilit\u00e0. Anzi. Del resto, aggiunge: \u201cIl nostro mestiere \u00e8 dare sfondo alla vita\u201d.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019architettura di CZA: quattro esempi di progetti come variazioni<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>CZA lavora sul confine sottile tra continuit\u00e0 e innovazione, proponendo un\u2019architettura che, seppur riconoscibile, non cerca di imporsi come puro segno, ma di innestarsi con intelligenza nel contesto. A prescindere dalla scala, dalla destinazione d\u2019uso e dalla sua dimensione. Lo studio, infatti, ha progettato e realizzato in Italia e all\u2019estero numerosi edifici commerciali, pubblici, industriali e residenziali, masterplan per aree agricole, industriali e storiche; ha partecipato a concorsi nazionali e internazionali ed \u00e8 attivo nel campo dell\u2019interior design e dell\u2019exhibition design.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p><strong>Rigenerazione urbana a Torino: il Lavazza Campus\u00a0<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Il Lavazza Campus a Torino (2010\u20132018) \u2013 intervento che fonde rigenerazione urbana, corporate identity e paesaggio industriale \u2013 \u00e8 forse l\u2019emblema di questa attitudine. Qui, il nuovo quartier generale dell\u2019azienda si struttura come un microcosmo urbano, un sistema aperto che connette l\u2019antico con il contemporaneo, dialogando con la citt\u00e0 intorno. Non si tratta solo di un headquarter, ma di un luogo di relazione, dove l\u2019architettura costruisce spazi di prossimit\u00e0 e incontro. Nel Campus Lavazza, l\u2019ex area industriale \u2013 un\u2019ex centrale elettrica Enel \u2013 viene trasformata in un organismo urbano poroso, dove i volumi comunicano con il tessuto come specie adattive e dove le altezze e la qualit\u00e0 delle facciate sono state studiate attentamente in relazione alle strutture circostanti, agli spazi aperti e all\u2019esposizione solare. Il risultato \u00e8 <strong>un progetto che allude all\u2019architettura storica di Torino<\/strong> ma adotta un approccio attento alla sostenibilit\u00e0 e al rispetto dell\u2019ambiente: l\u2019edificio per uffici, ad esempio, che si relaziona alla citt\u00e0 attraverso l\u2019ampio atrio vetrato che si affaccia su Via Bologna e sulla nuova piazza, ha ottenuto la certificazione LEED Platinum. Il piano terra, che ospita attivit\u00e0 caratterizzate da uno stretto rapporto con il pubblico, si sviluppa sulla serie di giardini tematici della Piazza, che creano un filtro verde tra l\u2019edificio e la citt\u00e0. Mentre lo spazio vuoto tra gli edifici regala alla citt\u00e0 un insolito accesso alle rive del fiume Dora.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Abitare a Milano: il masterplan di Cascina Merlata<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Per il masterplan del nuovo quartiere di edilizia popolare di Cascina Merlata (2011-2021), a Milano, CZA ha invece proposto un intervento residenziale denso di grandi volumi alternati a giardini comuni, con due torri residenziali e spazi aperti che interpretano lo schema del masterplan e ne rafforzano il carattere urbano, diventando un landmark. Due edifici che si estendono verso l\u2019alto, riducendo le loro dimensioni ai piani superiori in un profilo a gradini che genera una sorta di \u201ccanyon\u201d tra i due fabbricati, uno scarto che crea un importante asse visivo e un dialogo tra i corpi costruiti e gli spazi verdi. Anche qui le facciate sono ritmate da un sistema in cui i pilastri triangolari \u2013 di colore chiaro in contrasto con le rientranze scure \u2013 generano un <strong>motivo verticale<\/strong> che include tutte le finestre, mentre i balconi sono raggruppati in grandi figure contraddistinte da parapetti in vetro che creano un forte tema orizzontale. Sul lato sud, un portico di collegamento rosso, alto e slanciato crea un profilo frastagliato che interagisce con lo spazio aperto comune e consente una distribuzione uniforme dei due edifici, contribuendo alla percezione dell\u2019ambiente come protetto, domestico.\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019edificio per uffici L\u2019Ark in Francia<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Il nuovo edificio per uffici L\u2019Ark, nel quartiere Belv\u00e9d\u00e8re, a Bordeaux (2017-2023) \u00e8 un progetto in grado di evocare elementi dell\u2019architettura francese senza alcuno spirito nostalgico, anzi, adottando un approccio contemporaneo. Come nel gioco per la soluzione d\u2019angolo, con il pilastro colonna arretrato e asimmetrico che segna l\u2019ingresso. O nel modo in cui l\u2019ampia massa dell\u2019edificio si articola, ripiegando il perimetro verso l\u2019interno con il risultato che i lati minori del parallelepipedo \u2013 rivolti verso il Boulevard e il parco retrostante \u2013 si piegano a loro volta in due morbide curve concave. La pelle perimetrale continua \u00e8 suddivisa in strati che conferiscono <strong>un forte effetto chiaroscurale<\/strong>: la parete interna alterna una fascia di finestre a nastro a una fascia opaca rivestita da elementi frangisole in alluminio anodizzato che reagiscono alle condizioni atmosferiche. Le colonne delle facciate, di spessore e ritmo variabili, sono disposte in sette ordini scanditi a intervalli irregolari da cornici marcapiano. La loro forma, accentuata dal leggero sottosquadro delle fasce, genera uno schermo che conferisce, al contempo, volume e profondit\u00e0 alle facciate. L\u2019ordine superiore collega gli ultimi due livelli, aprendo una rientranza che ospita una terrazza-giardino.\u00a0\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019installazione temporanea in Augmented Architecture<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Emblematico infine, seppur molto diverso, l\u2019esempio di Augmented Architecture, l\u2019installazione, realizzata da Cino Zucchi insieme alla figlia Chiara per MAPEI al FuoriSalone 2021, costituita da un elemento tanto semplice quanto figurativamente efficace: una grande \u201cmaschera\u201d in resina che riproduce la parte superiore del portale nel seicentesco cortile Richini dell\u2019ex Ospedale Maggiore di Milano, ingrandito sei volte lungo l\u2019asse orizzontale. Copia? No, illusione ottica (la stretchatura si percepisce solo in prossimit\u00e0 dell\u2019installazione, non da lontano) che, amplificando i dettagli delle modanature e delle sculture barocche attraverso la loro significativa deformazione, omaggia i caratteri specifici di quel luogo ricercando <strong>un\u2019intersezione temporanea tra storia e realt\u00e0 attuale<\/strong>. A ispirare concettualmente quest\u2019operazione \u2013 che mette insieme architettura, tecnologia e coup de th\u00e9\u00e2tre \u2013 il coro con finta prospettiva di Donato Bramante, realizzato per la chiesa di San Satiro.\u00a0<\/p>\n<p>Giulia Mura\u00a0<br \/>\u00a0<br \/><a href=\"https:\/\/www.zucchiarchitetti.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener nofollow\">Scopri di pi\u00f9<\/a>\u00a0<br \/>\u00a0<br \/><strong>Libri consigliati:<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>(Grazie all\u2019affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)<\/p>\n<p class=\"intext-cta\">Artribune \u00e8 anche su Whatsapp.  \u00c8 sufficiente <a href=\"https:\/\/whatsapp.com\/channel\/0029Va9iaYUEFeXeqRR2yT1y\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">cliccare qui<\/a> per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Nel tempo della ricerca ossessiva dell\u2019inedito, Cino Zucchi \u2013 tra i protagonisti pi\u00f9 coerenti dell\u2019architettura italiana contemporanea, da&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":209699,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1446],"tags":[1615,1613,1614,1611,1610,1612,203,204,1537,90,89],"class_list":{"0":"post-209698","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte-e-design","8":"tag-arte","9":"tag-arte-e-design","10":"tag-arteedesign","11":"tag-arts","12":"tag-arts-and-design","13":"tag-design","14":"tag-entertainment","15":"tag-intrattenimento","16":"tag-it","17":"tag-italia","18":"tag-italy"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115530769762459365","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/209698","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=209698"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/209698\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/209699"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=209698"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=209698"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=209698"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}