{"id":2116,"date":"2025-07-23T02:51:18","date_gmt":"2025-07-23T02:51:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/2116\/"},"modified":"2025-07-23T02:51:18","modified_gmt":"2025-07-23T02:51:18","slug":"claire-bishop-lopera-darte-nellepoca-delliperconnessione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/2116\/","title":{"rendered":"Claire Bishop, l\u2019opera d\u2019arte nell\u2019epoca dell\u2019iperconnessione"},"content":{"rendered":"<p>Nessuno esce intero dalla dittatura dei frammenti. Nell\u2019epoca dell\u2019iperconnessione digitale, in cui il costante bombardamento di stimoli audiovisivi in forme minime di clip, gif e meme rimodella le capacit\u00e0 cognitive dell\u2019essere umano, l\u2019attenzione \u00e8 diventata una risorsa preziosa. Da questo assunto muove Claire Bishop \u2013 gi\u00e0 autrice di Inferni artificiali (2012) e Museologia radicale (2013) \u2013, che nel saggio intitolato Disordered Attention: How We Look at Art and Performance Today (Verso, Londra-New York, pp. 272, \u00a3 18,99) esamina il fenomeno della percezione attraverso alcune pratiche artistiche contemporanee.<\/p>\n<p>Il volume \u00e8 composto da una premessa metodologica seguita da quattro capitoli, dedicati ognuno a un genere artistico di \u00abrecente apparizione\u00bb, ovvero a forme artistiche interattive, immersive e multimediali che, secondo l\u2019autrice, implicano modalit\u00e0 fruitive storicamente nuove.<\/p>\n<p>Bishop intreccia psicologia e neuroscienza per spiegare che l\u2019attenzione non dipende soltanto dai processi neurologici del singolo individuo, ma anche e soprattutto dall\u2019ecosistema sociale e tecnologico. La fruizione di un\u2019opera risente del contesto che di volta in volta definisce una cornice di aspettative e possibilit\u00e0 d\u2019azione, mediando l\u2019esperienza. \u00c8 infatti eventualit\u00e0 non rara che si assista in presenza a una performance o a uno spettacolo mentre si \u00e8 connessi a molteplici altrove. \u00abOsservare \u00e8 un\u2019azione ibrida che si svolge simultaneamente in luoghi e tempi diversi: siamo nel presente con l\u2019opera, interagendo con chi ci sta accanto, ma intanto comunichiamo con altri che osservano da remoto, in tempo reale o (pi\u00f9 spesso) in leggera differita\u00bb.<\/p>\n<p>L\u2019\u00abattenzione disordinata\u00bb a cui allude il titolo sarebbe pertanto la modalit\u00e0 di coinvolgimento tipica dello spettatore odierno, che mentre guarda un\u2019opera adopera il telefono, chiacchiera, scatta foto, gira video, scrive commenti su Instagram e cos\u00ec via.<\/p>\n<p><img alt=\"\" loading=\"lazy\" width=\"886\" height=\"738\" decoding=\"async\" data-nimg=\"1\" class=\"h-auto w-full cursor-zoom-in object-contain\" style=\"color:transparent;object-position:center\"  src=\"\/cdn-cgi\/image\/format=auto,width=1400\/https:\/\/static.ilmanifesto.it\/2025\/07\/20pg11af02.jpg\"\/>Claire Bishop<\/p>\n<p>Bishop suddivide il discorso in quattro \u00absconfinamenti\u00bb, ossia quattro ambiti artistici che reputa segnati a fondo dall\u2019innovazione digitale degli ultimi vent\u2019anni \u2013 research-based art, performance, interventi in spazi pubblici, citazionismo architettonico. Ognuno di questi ambiti si caratterizza per una propria strategia operativa e tali strategie sollecitano risposte particolari nell\u2019attenzione degli spettatori; l\u2019autrice propone quindi una serie di casi emblematici per ciascuna delle categorie individuate. Tuttavia si tratta di una ripartizione arbitraria, come ammette la stessa Bishop, che dichiara inoltre di aver assemblato in modo non del tutto coerente materiali disparati. Ci\u00f2 purtroppo si riflette nella debolezza concettuale della parte introduttiva, evidentemente posticcia e venata di clich\u00e9 da dissidente trendy, oltre che da un uso disinvolto di termini fondamentali \u2013 ad esempio, \u00abattenzione\u00bb (attention) e \u00abcondizione spettatoriale\u00bb (spectatorship) non dovrebbero essere sinonimi, e neanche si possono scambiare tra loro \u00abstrategia\u00bb, \u00abgenere\u00bb e \u00abpratica\u00bb. Ma va bene, il disordine \u00e8 fertile.<\/p>\n<p>Il punto \u00e8 che ognuno di questi quattro generi sarebbe in qualche modo capace di attivare nello spettatore un\u2019attenzione \u00abibrida\u00bb. Per giustificare questa definizione, Bishop riprende William James (Principi di Psicologia, 1890) e Jonathan Crary (Le tecniche dell\u2019osservatore, 1990), sottolineando come il concetto stesso di attenzione sia diventato materia di interesse scientifico nel XIX secolo con lo sviluppo del capitalismo industriale, secondo un\u2019idea \u00abnormativa\u00bb di facolt\u00e0 umana universale e immutabile. L\u2019attenzione normativa per\u00f2 le \u00e8 sgradevole, perch\u00e9 rivolta agli oggetti piuttosto che ai soggetti, perch\u00e9 intellettuale e cognitiva piuttosto che sensoriale e affettiva, e perch\u00e9 \u00e8 intesa in termini di propriet\u00e0 individuale (\u00abprendere possesso mentale\u00bb) anzich\u00e9 di costruzione sociale o collettiva; insomma, \u00e8 il riflesso dell\u2019idea illuminista di soggetto moderno: cosciente, razionale e disciplinato. Tale soggetto \u00e8, manco a dirlo, \u00abparadigmaticamente bianco, patriarcale, borghese, coloniale. \u00c8 sinonimo di propriet\u00e0, possesso e dominio ottico\u00bb. L\u2019attenzione normativa \u00abpresuppone un soggetto normativo \u2013 privilegiato, bianco, eterosessuale, fisicamente abile, volitivo \u2013 che conferisce la sua attenzione a un\u2019esteriorit\u00e0, cos\u00ec costituita come oggetto\u00bb. Surrettiziamente si passa dall\u2019attenzione all\u2019erezione.<\/p>\n<p>Per Bishop, dall\u2019attenzione normativa discendono le pratiche dello sguardo emerse a partire dagli anni settanta dell\u2019Ottocento, con i criteri espositivi dei Salon, i nuovi codici di condotta nei musei e la riorganizzazione dello spazio teatrale da parte di Richard Wagner, finalizzata all\u2019\u00abimmersione rituale\u00bb del pubblico. Questa attitudine, assorta e diretta, trapassa poi in \u00abun\u2019estetica modernista di contemplazione e totalit\u00e0\u00bb, per la quale studiosi e appassionati hanno trascorso e trascorrono tuttora lunghe ore a davanti agli \u00aboggetti amati\u00bb, i capolavori, associando cos\u00ec significato e profondit\u00e0.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 di pi\u00f9. In un\u2019accezione normativa, \u00abdistrazione non \u00e8 il contrario di attenzione, ma un\u2019accusa di scorretto orientamento dell\u2019attenzione mossa nei confronti di un altro percepito come deficiente o vulnerabile (\u2026). In sostanza, distrazione \u00e8 uno dei modi in cui un gruppo sociale (dominante) esprime riprovazione per un altro gruppo sociale (subalterno). Quando si dice che qualcuno \u00e8 \u201cdistratto\u201d (dai social media, ad esempio), si sta manifestando l\u2019idea che la sua attenzione sia mal riposta\u00bb.<\/p>\n<p>Da tutto ci\u00f2 Bishop sembra trarre la conclusione che, se l\u2019arte non \u00e8 pi\u00f9 in grado di focalizzarsi su un unico significato, il disordine \u00e8 inevitabile ma motivato. In altre parole, l\u2019attenzione ibrida \u00e8 vista come una liberazione dalla necessit\u00e0 di ordine e coerenza, mentre la frammentazione e la dispersione sono abbracciate come segno distintivo della condizione estetica contemporanea. Eppure l\u2019esistenza di un\u2019attenzione parziale e intermittente non esclude necessariamente un\u2019attenzione diretta e persistente, n\u00e9 tantomeno la liquida come effetto maligno delle oscure forze patriarcali. L\u2019attenzione ibrida \u00e8 al massimo un aspetto della sensibilit\u00e0 contemporanea che pu\u00f2 essere o meno incorporato in un\u2019opera d\u2019arte, piuttosto che la modalit\u00e0 principale di incontro con (alcune) opere.<\/p>\n<p>Sulle prime l\u2019ambizione di Bishop sembra quella di voler analizzare l\u2019impatto dei dispositivi tecnologici sulla percezione umana e riconsiderare questioni apparentemente banali come la viralit\u00e0 o lo scorrere compulsivo dei reel su TikTok; ma in effetti non entra mai nel merito delle nuove pratiche di fruizione e si limita a enumerare una serie di opere e artisti per qualche verso riconducibili al tema variamente declinato dei nuovi media.<\/p>\n<p>In tal senso il suo lavoro di catalogazione \u00e8 davvero apprezzabile, \u00e8 un\u2019utile ricognizione storiografica, specie nel capitolo sulla research-based art. Ma per il resto Bishop non va oltre la constatazione che oggi l\u2019arte passa sempre pi\u00f9 spesso per i social, che il museo \u00e8 un grande Facebook a tre dimensioni, aperto a infinite occasioni di selfie ed emoji, e che la performance \u00e8 uno spettacolo altamente instagrammabile.<\/p>\n<p>\u00c8 il secolo dei pezzettini, direbbe Guia Soncini, e l\u2019originalit\u00e0 della proposta teorica di Bishop, la quale non si vergogna ad ammettere che guarda una performance e al contempo usa il telefono, \u00e8 quella di ascoltare e non giudicare l\u2019attenzione frammentata con la nostalgica spocchia degli accademici bacchettoni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Nessuno esce intero dalla dittatura dei frammenti. 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