{"id":215910,"date":"2025-11-15T08:44:27","date_gmt":"2025-11-15T08:44:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/215910\/"},"modified":"2025-11-15T08:44:27","modified_gmt":"2025-11-15T08:44:27","slug":"08-09-11-2025-damnation-festival-2025-bec-arena","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/215910\/","title":{"rendered":"08-09\/11\/2025 &#8211; DAMNATION FESTIVAL 2025 @ BEC Arena"},"content":{"rendered":"<p>Report di\u00a0<strong>Luca Pessina<\/strong>, <strong>Giovanni Mascherpa <\/strong>e<strong> Stefano Protti<\/strong><br \/>Foto a cura di\u00a0<strong>Em Coulter Photography (<a href=\"https:\/\/emcoulterphotography.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Sito<\/a>\u00a0|\u00a0<a href=\"https:\/\/www.instagram.com\/emcoulterphotography\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Instagram<\/a>\u00a0|\u00a0<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/emcoulterphotography\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Facebook<\/a>)<\/strong><\/p>\n<p><strong>Per celebrare il proprio ventesimo anniversario, il Damnation Festival ha finalmente compiuto un passo che da tempo sembrava nell\u2019aria: trasformarsi ufficialmente in un evento di due giorni. Una decisione che sancisce in modo simbolico e concreto la crescita costante della rassegna di Manchester, ormai proiettata a consolidarsi come il pi\u00f9 grande e influente festival metal indoor in Europa. L\u2019ampliamento era, in fondo, inevitabile: negli ultimi anni il Damnation ha ampliato il proprio raggio d\u2019azione, accogliendo un pubblico sempre pi\u00f9 numeroso e internazionale, senza per\u00f2 rinunciare alla cura organizzativa e all\u2019attenzione per i dettagli che lo hanno reso un appuntamento di culto nel calendario britannico.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Naturalmente, non tutti i fan storici guardano con entusiasmo a questo processo di espansione. C\u2019\u00e8 chi ancora rimpiange l\u2019atmosfera pi\u00f9 raccolta e familiare delle edizioni ospitate anni fa all\u2019Universit\u00e0 di Leeds, dove la vicinanza tra pubblico e band, e la scala pi\u00f9 contenuta degli spazi, favorivano una sensazione di comunit\u00e0 difficilmente replicabile in una venue delle dimensioni della BEC Arena.<br \/>Tuttavia, la direzione intrapresa dal festival appare chiara: crescere, senza perdere identit\u00e0, per continuare a offrire una piattaforma di livello internazionale alla scena estrema in tutte le sue declinazioni.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Le celebrazioni del ventennale sono iniziate nella serata di venerd\u00ec con la Night Of Salvation, un prologo ospitato in un\u2019altra location di Manchester, dove Conjurer, Stampin\u2019 Ground, Deadguy e Raging Speedhorn hanno dato vita a una serata di rara intensit\u00e0, richiamando qualche centinaio di fedelissimi giunti in citt\u00e0 gi\u00e0 alla vigilia del weekend principale.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Dal punto di vista logistico, l\u2019organizzazione ha confermato gli standard di efficienza ormai consueti, pur con qualche dettaglio ancora perfettibile. L\u2019offerta culinaria si \u00e8 rivelata variegata e di buona qualit\u00e0, ma due o tre stand aggiuntivi non guasterebbero: con cinque-seimila persone da servire, i food truck presenti danno talvolta l\u2019impressione di poter restare a corto di scorte nei momenti di picco.<br \/>Ottima invece l\u2019idea di posizionare diverse dozzine di sedie all\u2019interno dell\u2019arena, un piccolo ma significativo segno di attenzione verso il comfort del pubblico. All\u2019esterno, tuttavia, i tavoli continuano a essere pochi in rapporto all\u2019affluenza complessiva.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Sul piano artistico, il Damnation ha ribadito la propria identit\u00e0, costruendo una line-up coerente e sfaccettata, pensata per ascoltatori open minded pi\u00f9 che per puristi di un solo genere.<br \/>L\u2019anima del festival resta quella di un crocevia per gli amanti del black metal, del post-metal e di tutte le forme ibride e sperimentali che gravitano intorno ai confini pi\u00f9 oscuri e contemporanei del metal. Gli unici territori esclusi restano quelli pi\u00f9 \u2018solari\u2019 o tradizionalmente melodici \u2013 power, symphonic e affini \u2013 a conferma di una filosofia curatoriale che privilegia coerenza, un certo rischio e profondit\u00e0 rispetto all\u2019appeal mainstream.<\/strong><\/p>\n<p><strong>In definitiva, il ventennale del Damnation segna un punto di svolta: un festival ormai maturo, saldo nelle proprie scelte e sempre pi\u00f9 consapevole del proprio ruolo centrale nella scena europea. L\u2019impressione, pi\u00f9 che mai, \u00e8 che i due giorni diventeranno da ora la nuova normalit\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650233 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"875\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/damnation-festival-locandina-2025-700x875.jpg\"\/><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650230 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/crowd-2-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p><strong>SABATO 8 NOVEMBRE<\/strong><\/p>\n<p>La giornata di sabato al Damnation Festival 2025 per noi inizia con un\u2019aria elettrica, e i <strong>NECROT<\/strong> si incaricano di dare il via alle danze con una prova di forza che rappresenta al meglio il loro percorso.<br \/>Il trio californiano, ormai tra i nomi pi\u00f9 solidi del panorama death metal contemporaneo a stelle e strisce, imposta il set sull\u2019ultimo \u201cLifeless Birth\u201d, suonando con una precisione che non toglie nulla all\u2019impatto. Luca Indrio, voce e basso, \u00e8 come sempre il perno dello spettacolo: il suo carisma \u00e8 naturale, istintivo, e la sua capacit\u00e0 di mantenere il pubblico in pugno con battute ironiche e interventi sarcastici dimostra un mestiere consumato. Il suono \u00e8 pieno, rotondo, i riff di Sonny Reinhardt tagliano dritti e secchi, e la batteria di Chad Gailey d\u00e0 l\u2019impressione di un motore in pieno regime.<br \/>Non ci sono fronzoli, non c\u2019\u00e8 spettacolo accessorio: solo tre musicisti estremamente affiatati che eseguono un set serrato, professionale ma vivo, in grado di trasmettere l\u2019essenza pi\u00f9 diretta del genere. Il pubblico risponde con entusiasmo, e molti accorsi presto al festival si trovano catapultati in una dimensione di puro headbanging, ideale per cominciare una giornata che si preannuncia lunga e densa. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650217 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/necrot-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>Sul loro sito Bandcamp, i newyorkesi <strong>CASTLE RAT<\/strong> si definiscono una band di \u201cMedieval Fantasy Heavy Metal\u201d, anche se, a guardarli sul palco, sembrano usciti da un videogioco anni \u201980 tipo \u201cGolden Axe\u201d.<br \/>Guidati dall\u2019affascinante Riley Pinkerton\/The Rat Queen, i cinque sembrano aver trovato la ricetta perfetta per attirare l\u2019attenzione, grazie a un immaginario sufficientemente curioso e a un paio di dischi (\u201cInto the Realms\u201d e il pi\u00f9 recente \u201cThe Bestiary\u201d) di doom dalla scrittura decisa. Il rapporto tra spettacolo e contenuto musicale si rovescia, sfortunatamente, sul palco: una rappresentazione scenica amatoriale (una ballerina\/ratto che si muove sul palco, combattimenti con spade) da un lato mette in luce l\u2019inesperienza della band in questo campo, dall\u2019altro lascia in secondo piano le ottime canzoni del loro repertorio (\u201cWizard\u201d e \u201cDragon\u201d su tutte) e la significativa bravura tecnica.<br \/>Pur non sentendoci di consigliare loro un modello come l\u2019austerit\u00e0 dei nostrani Messa, per rimanere in un ambito musicale affine, la speranza \u00e8 che le anime musicale e teatrale dei Castle Rat trovino un equilibrio che ora non c\u2019\u00e8. (Stefano Protti)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650228 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/castle-rat-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>Il passaggio ai <strong>DEADGUY<\/strong> segna il primo di parecchi cambi netti di atmosfera. Il gruppo, di recente tornato sulle scene dopo decenni, porta con s\u00e9 una storia particolare: quella di una band che negli anni Novanta bruci\u00f2 veloce e lasci\u00f2 un segno profondo nel panorama hardcore e noise-rock americano.<br \/>Il pubblico li accoglie con rispetto e affetto, ma la resa live, pur intensa, lascia spazio a qualche perplessit\u00e0. Il nervosismo claustrofobico e la furia spezzata del mitico \u201cFixation on a Coworker\u201d emergono a tratti, ma non con la stessa morsa d\u2019un tempo. Le dissonanze, i tempi storti e la rabbia vocale ci sono ancora, ma mancano di quella tensione istintiva che un tempo pareva sul punto di esplodere in qualsiasi momento.<br \/>Gli anni si fanno sentire: i musicisti appaiono concentrati, ma un po\u2019 appesantiti, e i momenti migliori arrivano nei frangenti pi\u00f9 strutturati, quando la band, di recente tornato con il nuovo \u201cNear-Death Travel Experiences\u201d, sembra ritrovare l\u2019antico slancio. \u00c8 un concerto tutto sommato di mestiere, sostenuto da un pubblico che li accompagna quasi per riconoscenza, come a voler ringraziare per ci\u00f2 che hanno rappresentato, pi\u00f9 che per l\u2019impatto effettivo della performance. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>I <strong>MESSA<\/strong> entrano in scena in un clima completamente diverso, portando con s\u00e9 una calma elegante e un magnetismo che non ha bisogno di urla n\u00e9 di gesti plateali. La band italiana, fresca di un lungo tour europeo al fianco dei Paradise Lost, si presenta con una sicurezza totale, quasi disarmante.<br \/>La loro miscela di doom, psichedelia e jazz fluisce con naturalezza, e l\u2019acustica della BEC Arena per una volta restituisce perfettamente le sfumature dei brani, dai passaggi pi\u00f9 eterei ai momenti di esplosione sonora. Sara, sempre impeccabile alla voce, domina la scena con carisma sobrio, il suo timbro pieno e controllato disegna melodie di rara eleganza. La band \u00e8 un organismo coeso: ogni dettaglio \u00e8 calibrato, ogni crescendo costruito con attenzione. Si inizia ad avvertire il peso di una certa esperienza, ma anche una visione artistica matura, che rifugge ogni banalit\u00e0.<br \/>Chi parla di freddezza nei confronti dei Messa, probabilmente confonde la compostezza con la distanza: non c\u2019\u00e8 nulla di artificiale nella loro presenza scenica, solo un\u2019estetica precisa, coerente con la loro musica. Il pubblico, silenzioso nei passaggi pi\u00f9 delicati e travolto nei momenti pi\u00f9 intensi, sembra comprendere e apprezzare appieno questa dimensione pi\u00f9 contemplativa. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>Per gli <strong>ORBIT CULTURE<\/strong> ci sentiamo di sposare quanto detto in fase di recensione: \u201cIn attivit\u00e0 da una dozzina d\u2019anni, i quattro svedesi sono cresciuti in maniera lenta ma costante, alla vecchia maniera: dischi qualitativamente superiori l\u2019uno all\u2019altro e pi\u00f9 variegati secondo la teoria dei piccoli passi\u201d. Il quartetto \u00e8 ormai presenza fissa nei festival, e se lo \u00e8 meritato con una gavetta faticosa e con una serie fortunata di album iniziata con \u201cNija\u201d del 2020.<br \/>In un\u2019ottica di maturazione che prevede comunque una maggiore apertura al mercato, ogni uscita \u00e8 stata caratterizzata da un progressivo ammorbidimento del suono; cos\u00ec la band al Damnation oggi \u00e8 diversa da quella che vedemmo alcuni anni fa sul palco del Brutal Assault.<br \/>Oggi il gruppo, forte del successo di \u201cDeath Above Life\u201d, declina in tono pi\u00f9 morbido le intuizioni di Fear Factory e In Flames (\u201cThe Storm\u201d), gioca con gli archetipi del nu metal korniano (il quasi classico \u201cNorth Star of Nija\u201d) e prende in prestito dai Meshuggah una scenografia di luci accecanti alle spalle dei musicisti. Ruvidi e melodici, gli Orbit Culture imbastiscono uno show efficace, con una scaletta solida.<br \/>Noi forse li preferivamo pi\u00f9 grezzi, ma, in ogni caso, promossi (Stefano Protti).<\/p>\n<p>Con i <strong>PORTRAYAL OF GUILT<\/strong>, la tensione si sposta su registri pi\u00f9 abrasivi. I texani salgono sul palco come una lama che si apre tra la folla: il loro set \u00e8 una miscela di brutalit\u00e0 e controllo, dove ogni passaggio \u00e8 misurato e preciso. Negli anni la band ha affinato il proprio linguaggio, trasformando il caos giovanile degli esordi in un arsenale di emozioni affilate. Il black metal si intreccia al post-hardcore e a pulsioni quasi industriali, in un continuo gioco di contrasti.<br \/>Il chitarrista\/cantante Matt King urla come se fosse in trance, mentre la chitarra taglia linee glaciali sopra una batteria instancabile. Ogni brano \u00e8 un frammento di catarsi, un equilibrio fra violenza e disciplina.<br \/>A colpire \u00e8 la maturit\u00e0 del gruppo: dove prima c\u2019era solo furia, oggi c\u2019\u00e8 anche una costruzione. \u00c8 un live di grande intensit\u00e0 emotiva, che non punta solo sul caos, ma anche sulla precisione come strumento di devastazione. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>Negli ultimi due anni il progetto <strong>AFSKY<\/strong> ha trovato accoglienza in numerosi festival di metal estremo, e non \u00e8 quindi una sorpresa trovarne il nome tra quelli che hanno deliziato gli spettatori del Damnation con un black metal atmosferico che, complice un volume assassino, assume i toni di un veemente assalto sonico.<br \/>La band \u00e8 affiatata (in scaletta si riconoscono brani dall\u2019ultimo \u201cF\u00e6llesskab\u201d), e l\u2019impressione \u00e8 quella di trovarsi di fronte a uno show dei Taake (per compattezza sonora e crudelt\u00e0 della voce) ma ingentilito da melodie struggenti che impregnano la struttura dei pezzi fino a saturarli.<br \/>Ogni particolare \u00e8 un inutile orpello: scenografia scarna, musicisti immobili, luci essenziali; c\u2019\u00e8 solo la musica, un vento gelido e maligno che fa battere le persiane, a ricordarci che il tepore di quel camino, nella casa dove abbiamo trovato rifugio, non durer\u00e0 per sempre. Meglio non impigrirsi pensando \u201cci sar\u00e0 un\u2019altra occasione\u201d. Fatelo anche voi, vedete di non perdervi gli Afsky in futuro. (Stefano Protti)<\/p>\n<p>Con i <strong>BRODEQUIN<\/strong>, il peso della storia torna a farsi sentire. Gli americani, rarissimi da vedere dal vivo (tanto che questa \u00e8 la loro prima calata nel Regno Unito), incarnano un capitolo seminale del brutal death metal statunitense. Il loro ritorno \u00e8 un evento, e la folla si accalca sotto il palco con aspettative alte.<br \/>Il gruppo non delude: il suono \u00e8 secco, chirurgico, un flusso continuo di riff e blast-beat che non concede tregua. Si alternano brani dall\u2019ultimo \u201cHarbinger of Woe\u201d, acclamato come un ritorno in piena forma, e chicche tratte dai primi lavori \u2013 soprattutto \u201cInstruments of Torture\u201d e \u201cFestival of Death\u201d \u2013 accolte con boati di entusiasmo. L\u2019intensit\u00e0 della performance \u00e8 totale: pochi gruppi riescono a suonare cos\u00ec estremi senza perdere controllo e coesione. Dal debut viene persino recuperata \u201cSoothsayer\u201d, suonata dal vivo per la prima volta nella storia del terzetto.<br \/>Jamie Bailey scherza con il pubblico, affermando che il prossimo pezzo sar\u00e0 un \u2018lento\u2019, e la platea ride pregustando l\u2019ennesima frustata. Ovviamente i Brodequin non puntano sulla teatralit\u00e0, ma sulla pura fisicit\u00e0 del suono, e il pubblico ne esce quasi stordito. \u00c8 una celebrazione del death metal pi\u00f9 crudo, ma anche un tributo alla perseveranza e alla dedizione di una band che ha saputo sopravvivere all\u2019oblio. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650218 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/brodequin-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>I <strong>PANZERFAUST<\/strong> prendono il testimone e portano la giornata su toni pi\u00f9 ritualistici. I primi minuti sono penalizzati da un suono un po\u2019 confuso e da un palco che non consente al gigantesco frontman Goliath di imporsi visivamente come al solito, ma col passare del tempo la band trova la sua dimensione e trasforma la performance in un crescendo magnetico.<br \/>I canadesi sono oggi una delle realt\u00e0 pi\u00f9 rispettate del black metal contemporaneo, grazie a un linguaggio che unisce la dissonanza a una tensione bellica quasi cinematografica. I brani, talvolta lunghi e stratificati, vengono eseguiti con precisione e intensit\u00e0 crescente: ogni accordo sembra parte di una costruzione pi\u00f9 ampia, ogni silenzio pesa quanto un urlo. Goliath, nonostante la posizione pi\u00f9 \u2018terrena\u2019, riesce comunque a imporsi con una presenza che incute rispetto.<br \/>La loro \u00e8 una prova che non ha bisogno di eccessi per risultare potente: il suono basta, e il pubblico lo sa. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>I <strong>DEAFHEAVEN<\/strong> salgono sul palco accolti da un entusiasmo palpabile, e fin dai primi istanti \u00e8 chiaro che la scaletta \u00e8 quasi interamente incentrata sull\u2019ultimo \u201cLonely People with Power\u201d. L\u2019impressione \u00e8 quella di una band che vuole riaffermare la propria identit\u00e0, ma anche aprirsi a una dimensione pi\u00f9 diretta e accessibile.<br \/>Dove un tempo dominavano strutture estese e dilatate, oggi i brani sono brevi, concisi e costruiti per la dimensione live. Il risultato \u00e8 un concerto pi\u00f9 fisico, dinamico, che mostra un lato della band finora meno esplorato.<br \/>George Clarke, gi\u00e0 celebre per i suoi balletti, abbandona del tutto ogni forma di distacco e si muove con energia costante: incita il pubblico, si piega sul bordo del palco, quasi a voler annullare la distanza tra s\u00e9 e gli spettatori. \u00c8 evidente che il recente tour con i Knocked Loose abbia lasciato il segno: i Deafheaven appaiono pi\u00f9 confidenti, pi\u00f9 sciolti, pi\u00f9 \u2018rock\u2019 nel senso pi\u00f9 istintivo del termine.<br \/>Il pubblico risponde con partecipazione, anche se la parte pi\u00f9 affezionata della fanbase resta in attesa dei classici: e quando arrivano \u201cBrought to the Water\u201d e soprattutto \u201cDream House\u201d, l\u2019atmosfera cambia completamente. Le nuove tracce possono convincere per freschezza e immediatezza, ma sono i vecchi brani, con la loro potenza catartica e malinconica, a risvegliare davvero la folla.<br \/>Nel complesso \u00e8 uno show piacevole, costruito con intelligenza, che testimonia la definitiva affermazione di un gruppo capace di rinnovarsi senza rinnegare completamente la propria essenza. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>In mezzo all\u2019incessante violenza, declinata in miriadi di salse, dominante per la fetta preponderante del programma, vi sono alcune gradite oasi di pace, esibizioni dal taglio assai pi\u00f9 quieto e distensivo.<br \/>Lungimirante risulta allora l\u2019inserimento degli svedesi <strong>EF<\/strong> e del loro sognante e sfaccettato post-rock. Una musica che nel loro caso abbandona il consueto carattere interamente strumentale tipico del genere, per concedersi minoritarie ma importanti aggiunte vocali. Quasi nel segno di divenire, le due sommesse voci utilizzate, altrettanti strumenti tra gli strumenti.<br \/>Con loro il colpo d\u2019occhio \u00e8 davvero intrigante, con evocativi filmati, dal taglio nostalgico, richiamanti un passato non lontano ma ormai irrimediabilmente perduto, a interagire con le movenze misurate dei musicisti. Il pacifico, per quanto energico, fluire della musica che si ode su disco, dal vivo, come spesso accade per il miglior post-rock, diviene imponente, una deflagrazione cristallina di emozioni, tristezze e slancii vitali.<br \/>Il violoncello si insinua allora tra le chitarre dando all\u2019insieme accecante poesia, le progressioni avanzano impetuose, in climax di ampissimo respiro e connotati da tanti piccoli, suggestivi dettagli. Quella degli EF loro \u00e8 una prestazione dolcemente immersiva, magnetica fin dalle prime batture e appagante in ogni suo tratto del percorso. Un toccante tripudio di note (Giovanni Mascherpa).<\/p>\n<p>Il ritorno dei <strong>WORMROT<\/strong> \u00e8 uno dei momenti pi\u00f9 attesi del weekend, e la band di Singapore non delude nemmeno per un secondo. Dopo anni di assenza, rivedere insieme sul palco la formazione originale \u2013 con Arif alla voce e Fitri alla batteria, accanto all\u2019instancabile Rasyid alla chitarra \u2013 ha il sapore di una celebrazione. Il trio non perde tempo in chiacchiere e attacca con la consueta ferocia: il set \u00e8 un assalto tra passaggi parossistici e groove che attraversa l\u2019intera discografia, dal pi\u00f9 recente \u201cHiss\u201d fino agli esordi, con incursioni persino nell\u2019ottimo mini \u201cNoise\u201d.<br \/>La chimica tra i tre \u00e8 immediata, intatta, e si percepisce che dietro la furia c\u2019\u00e8 un legame umano e musicale profondo. Arif \u00e8 una furia vocale, Fitri una macchina ritmica di indubbia precisione, e Rasyid tiene tutto insieme con riff taglienti e una presenza da veterano. La folla, che inizialmente osserva quasi con reverenza, esplode rapidamente in circle pit e stage diving.<br \/>Il concerto fila via senza pause, travolgente, ricordando a tutti perch\u00e9 i Wormrot siano praticamente da sempre considerati una delle migliori live band in ambito grindcore. Non c\u2019\u00e8 bisogno di grandi effetti o di parole: bastano trenta minuti abbondanti di pura intensit\u00e0 per lasciare un segno profondo. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>Verso la fine della giornata, si cambia di nuovo registro nel modo pi\u00f9 coerente possibile con la filosofia del Damnation, grazie all\u2019arrivo di <strong>PERTURBATOR<\/strong>.<br \/>James Kent, accompagnato dal suo batterista, trasforma la BEC Arena in una pista da ballo futurista, dove luci, ombre e suoni digitali si fondono in un\u2019estetica cyberpunk di forte impatto visivo.<br \/>Il set attraversa l\u2019intera carriera, dai brani pi\u00f9 cupi e cinematici agli inni pi\u00f9 immediatamente accattivanti come \u201cVenger\u201d e \u201cNeo Tokyo\u201d, accolti da un pubblico che per buona parte non smette di muoversi. Negli ultimi anni, Kent ha accentuato la componente \u2018metal\u2019 della propria presenza scenica: headbanging, chitarra a tracolla, un\u2019attitudine quasi da frontman hard rock, pur restando ancorato alla sensibilit\u00e0 elettronica che lo ha reso celebre.<br \/>Il contrasto tra la freddezza digitale dei suoni e il calore fisico della performance crea un effetto ipnotico, e mentre il pubblico balla e ondeggia sotto le luci stroboscopiche, il confine tra concerto e rave sembra dissolversi. \u00c8 un capitolo perfetto all\u2019interno di una giornata che riassume alla perfezione lo spirito del festival: variet\u00e0, contaminazione, libert\u00e0. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>A chiudere il primo giorno ci pensano i <strong>CORROSION OF CONFORMITY<\/strong>, aedi del suono sudista tornati da qualche anno a esibirsi nell\u2019assetto dei loro anni virati allo sludge e a una forma iper-grassa di hard rock.<br \/>La proiezione sullo sfondo degli artwork che dovrebbero caratterizzare i due album in uscita nel 2026 fornisce una cornice sgargiante e coloratissima per i quattro vecchi leoni sul palco e la prestazione, fin dall\u2019inizio, si rivela di altissimo livello. Temevamo di trovarli un po\u2019 invecchiati e in formato \u2018vecchia gloria\u2019, invece Pepper Keenan e compagni stanno alla grande.<br \/>Davanti a una folla veramente sterminata, ci assaltano con volumi assassini e il loro inconfondibile feeling, forti di una classe e un\u2019energia che solo chi arriva da quelle zone di palude, caldo e umidit\u00e0 come le loro pu\u00f2 possedere. C\u2019\u00e8 proprio la sensazione che i quattro si divertano tantissimo mentre suonano, come se non volessero fare altro, avessero desiderio di stare sul palco per tutta la notte e godersela mentre menano schiaffoni uno dietro l\u2019altro.<br \/>La scaletta va al cuore pulsante dei loro anni pi\u00f9 belli, quelli indemoniati e baciati da ispirazione divina, con una felice alternanza di estratti pi\u00f9 violenti e da pogo vecchia scuola \u2013 una bella costante dell\u2019intero weekend, va detto \u2013 e altri pi\u00f9 pastosi e grooveggianti.<br \/>Keenan \u00e8 in condizioni vocali eccellenti, perfetto maestro di cerimonia di un concerto perfetto dal primo all\u2019ultimo respiro, vissuto tra i continui ammiccamenti tra i membri della band e versioni da leccarsi i baffi di \u201cKing Of The Rotten\u201d, \u201cVote With A Bullet\u201d, \u201cWho\u2019s Got The Fire\u201d e la conclusiva \u201cClean My Wounds\u201d. Non un dettaglio fuori posto e la sensazione di aver riabbracciato il gruppo pienamente, ritrovandoci di nuovo assieme a dei vecchi amici, che appena rivisti ci fanno scordare quanto tempo sia trascorso in loro assenza (Giovanni Mascherpa).<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>DOMENICA 9 NOVEMBRE<\/strong><\/p>\n<p>La giornata di domenica del Damnation 2025 si apre in modo raccolto e quasi intimo con i <strong>CODE<\/strong>, gruppo britannico tra i pi\u00f9 raffinati interpreti dell\u2019avantgarde black metal. La loro proposta, elusiva e sinuosa, non \u00e8 certo per tutti: in un panorama dove l\u2019estremo si \u00e8 fatto spesso sinonimo di intensit\u00e0 muscolare, i Code preferiscono un approccio intellettuale, fatto di stratificazioni, cambi di umore e un\u2019eleganza che rimanda a nomi come Ved Buens Ende e i D\u00f8dheimsgard pi\u00f9 introspettivi.<br \/>Il pubblico che li segue oggi non \u00e8 numerosissimo, ma ascolta con attenzione religiosa: si tratta di uno di quei concerti che non puntano a travolgere, ma a catturare lentamente. I suoni non sempre risultano bilanciati, con qualche frequenza che sfugge di mano, ma l\u2019esecuzione \u00e8 precisa e la band trasmette una professionalit\u00e0 disarmante. Forse i Code parlano davvero a un pubblico pi\u00f9 adulto, abituato a cercare nell\u2019oscurit\u00e0 sfumature e non soltanto violenza, ma la loro eleganza resta indiscutibile. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>Con gli <strong>STAMPIN\u2019 GROUND<\/strong> il festival cambia marcia: si passa dal raziocinio al puro istinto. Il gruppo britannico celebra i venticinque anni di \u201cCarved from Empty Words\u201d, il loro lavoro pi\u00f9 rappresentativo, quello che fuse in modo credibile (thrash) metal e hardcore ben prima che da queste parti il termine \u2018metalcore\u2019 iniziasse a ad avere accezioni discutibili.<br \/>Sul palco, il quintetto dimostra che quella rabbia non si \u00e8 mai spenta: l\u2019attitudine \u00e8 rimasta la stessa, e i brani, dopo un quarto di secolo, suonano ancora urgenti, taglienti, tutto sommato attuali. Chi negli anni a cavallo tra i Novanta e i Duemila aveva gi\u00e0 familiarit\u00e0 con il filone hardcore pi\u00f9 metallico, venerava gli Stampin\u2019 Ground come un punto di riferimento imprescindibile, e di conseguenza risultava difficile prendere sul serio certe band scandinave definite thrash-death che all\u2019epoca uscivano con opere sempre pi\u00f9 innocue e di plastica. Davanti a un set come questo si ha la riprova che non si trattava di un\u2019impressione passeggera.<br \/>Sul piano fisico, il pit esplode: una massa compatta di corpi in movimento, che restituisce al gruppo un\u2019energia contagiosa. Lo show, abrasivo e senza fronzoli, dimostra che lo spirito originario di \u201cCarved from Empty Words\u201d \u00e8 invecchiato bene, e che la band non ha perso nulla della sua credibilit\u00e0. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650219 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/stampin-ground-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>Leggenda underground dello sludge-hardcore del Regno Unito, i <strong>RAGING SPEEDHORN<\/strong> sono quanto di pi\u00f9 veracemente anglossassone si possa ammirare su di un palco. Ovviamente se della Terra d\u2019Albione avete soprattutto a cuore la sua dimensione working class, la verace periferia dell\u2019Impero, colei che innerva la tradizione e costituisce lo zoccolo duro dell\u2019identit\u00e0 nazionale. O almeno fa questo nella nostra immaginazione.<br \/>Da poco pi\u00f9 di una decina d\u2019anni, proprio da quando si rifecero vivi all\u2019edizione 2014 del Damnation Festival, i Nostri sono ritornati a svolgere il loro compito preferito: far rintronare le orecchie con il loro hooligan metal, rumorosissimo impasto di sludge, hardcore e, ultimamente, rock\u2019n\u2019roll estremizzato.<br \/>Come accaduto poco prima con i colleghi Stampin\u2019 Ground, il pit \u00e8 una disordinata bolgia, incitata a darci dentro dal duopolio vocale dello storico Frank Regan e del pi\u00f9 giovane, altrettanto prestante, Daniel Cook. Normalmente i Raging Speedhorn suonano in locali di provincia, davanti a un pubblico abbastanza contenuto, mentre a Manchester si ritrovano davanti tutt\u2019altra situazione: cambia poco per loro, live band caciarona ma precisa nel portare avanti il suo discorso sonoro. A<br \/>nthem su anthem si riversano su un\u2019audience accanita e affamata di note rissose e in costante scontro, con le recenti \u201cHard To Kill\u201d e Every Night\u2019s Alright For Fighting\u201d a sfamare desideri di violenza e orecchiabilit\u00e0. A loro modo, una lezione di stile. (Giovanni Mascherpa)<\/p>\n<p>Con i <strong>PIG DESTROYER<\/strong> l\u2019atmosfera diventa pi\u00f9 cupa e imprevedibile: \u00e8 uno show che suona come un tributo, oltre che come una celebrazione. Da culto inavvicinabile, la band americana \u00e8 ormai una presenza abbastanza stabile nei festival, ma non ha perso la sua carica corrosiva. Scott Hull guida il gruppo con precisione chirurgica, mentre J.R. Hayes si dimena con foga incontrollata.<br \/>Il set \u00e8 una sorta di \u2018best of\u2019 che attraversa l\u2019intera carriera, dai momenti pi\u00f9 grind fino alle deviazioni thrash che hanno reso celebri tante tracce del repertorio. L\u2019assenza del tastierista Blake Harrison, scomparso per infarto due anni fa, si avverte, ma anche questo contribuisce a rendere il concerto speciale: ogni brano sembra un omaggio alla memoria del loro compagno. La band non cade nella malinconia, per\u00f2; suona compatta, rabbiosa, vitale.<br \/>Tra un pezzo e l\u2019altro, Hayes dedica la serata a Tomas Lindberg degli At The Gates, chiudendo un cerchio ideale tra generazioni di pionieri dell\u2019estremo. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650227 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/pig-destroyer-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>Seguono i <strong>DEVIL SOLD HIS SOUL<\/strong>, che con il loro post-rock metallizzato offrono un momento di respiro e introspezione. Il gruppo festeggia i vent\u2019anni del debutto \u201cDarkness Prevails\u201d, a cui vengono aggiunti alcuni estratti dal primo full-length \u201cA Fragile Hope\u201d. \u00c8 un set costruito con sensibilit\u00e0, che alterna momenti di quiete eterea a esplosioni emozionali, e mostra come la band sia riuscita a mantenere una propria identit\u00e0 nel tempo, nonostante i lunghi silenzi discografici.<br \/>Le chitarre tessono paesaggi sonori malinconici, le due voci si alternano con intensit\u00e0 e la risposta del pubblico \u00e8 calorosa, anche da parte di chi non li conosce a fondo. Nel contesto di un festival che ospita molte band post-metal e affini, i Devil Sold His Soul riescono a distinguersi per sincerit\u00e0 e trasporto, confermando la propria solidit\u00e0 e una discreta eleganza compositiva. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>Gli <strong>ANAAL NATHRAKH<\/strong> offrono invece una delle performance pi\u00f9 monumentali del weekend. Il loro black metal industrializzato e apocalittico riempie ogni centimetro della sala principale, con un muro sonoro che unisce ferocia e precisione. La scaletta privilegia le uscite pi\u00f9 recenti, ma la resa \u00e8 talmente potente che nessuno sembra rimpiangere troppo i vecchi brani. Il suono \u00e8 compatto, quasi fisico, e il grande gioco di luci e proiezioni sullo sfondo trasforma lo show in un\u2019esperienza immersiva, quasi teatrale.<br \/>Dave Hunt appare in buona forma: la sua voce regge bene anche nei passaggi pi\u00f9 acuti e nelle sezioni corali \u2018alla Emperor\u2019, dove ogni tanto emerge una certa enfasi, ma mai tale da scadere nella completa caricatura. La risposta del pubblico \u00e8 travolgente: cori, pugni alzati, mosh spontanei.<br \/>In patria gli Anaal Nathrakh sono pi\u00f9 che un nome di culto \u2013 sono un\u2019istituzione, e si sente. L\u2019impatto \u00e8 tellurico, ma anche emotivo: sotto la coltre di rumore e brutalit\u00e0 si percepisce un pathos quasi epico, come se la band traducesse in musica la rabbia e la decadenza della contemporaneit\u00e0. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650220 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"467\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/anaal-nathrakh-damnation-2025-700x467.jpg\"\/><\/p>\n<p>I <strong>THE HAUNTED<\/strong> invece partono in salita: i suoni iniziali sono confusi, le chitarre si perdono in un mix particolarmente sbilanciato. Ma con il passare dei minuti la band svedese ritrova la propria dimensione e, come un motore che si scalda lentamente, inizia a girare a pieno regime.<br \/>La differenza tra il vecchio repertorio e quello pi\u00f9 recente resta netta, quasi imbarazzante: i pezzi dei primi album hanno una spontaneit\u00e0 che le produzioni pi\u00f9 moderne non riescono a replicare. Ma quando partono \u201cBury Your Dead\u201d e soprattutto \u201cHate Song\u201d, il pubblico dimentica ogni incertezza e torna adolescente.<br \/>Marco Aro, carismatico e genuino, tiene il palco con energia, supportato da una band che pur con sempre pi\u00f9 anni sulle spalle, sa ancora come farsi valere.<br \/>Non \u00e8 uno show perfetto, ma \u00e8 autentico: i The Haunted evidentemente credono di non dovere dimostrare pi\u00f9 nulla, e si divertono a fare ci\u00f2 che sanno fare meglio, scatenando un\u2019ondata di nostalgia e adrenalina. Alla fine, l\u2019impressione \u00e8 quella di aver assistito a un concerto imperfetto ma onesto, capace di ricordare a tutti da dove arriviamo. (Luca Pessina)<\/p>\n<p>Gli <strong>SPECTRAL WOUND<\/strong> sono tra le band pi\u00f9 chiacchierate dell\u2019edizione 2025 del Damnation, e dal vivo confermano tutte le aspettative. I canadesi propongono un black metal affilato, melodico e di grande impatto, attraversato da una sottile vena punk che dal vivo emerge con un po\u2019 pi\u00f9 di forza.<br \/>Pur non cercando l\u2019innovazione a tutti i costi, il gruppo compensa con l\u2019ispirazione dei brani, che spesso risultano immediatamente riconoscibili e capaci di catturare l\u2019attenzione anche del pubblico meno ferrato. Le strutture sono agili ma complesse e il suono ha una freschezza naturale che tradisce la passione dei musicisti, visibilmente affiatati sul palco.<br \/>Dal vivo, ogni dettaglio prende corpo: le parti pi\u00f9 melodiche respirano, i passaggi pi\u00f9 rapidi e incisivi creano picchi di tensione che scatenano il pubblico. \u00c8 chiaro perch\u00e9 la band stia riscuotendo cos\u00ec tanto successo negli ultimi tempi: la combinazione di songwriting efficace e presenza scenica solida li rende uno dei nomi emergenti pi\u00f9 convincenti nel panorama black metal contemporaneo.<br \/>Lo show dei Spectral Wound diventa cos\u00ec un momento di energia pura, un piccolo manifesto della loro proposta musicale: snelli, affilati, capaci di catturare l\u2019attenzione senza artifici, e perfettamente a loro agio in un festival che celebra l\u2019estremo in tutte le sue sfumature. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650221 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/spectral-wound-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>Hanno (voce, chitarra) ed Erinc (batteria, seconda voce) si sono costruiti una solida credibilit\u00e0 artistica in questi intensi anni come <strong>MANTAR<\/strong>. Un duo rimasto genuinamente underground nonostante qualche anno sotto l\u2019egida della Nuclear Blast, capace di distinguersi per un personale assemblato di sludge, punk\/hardcore, sprazzi extreme metal e inaspettate sfumature darkwave. Un suono grasso e urticante, il loro, adattissimo alla dimensione live.<br \/>Posizionato abbastanza in alto nel programma, il duo tedesco non tradisce la sua fama, offrendo uno spettacolo spietato, asciutto e sudato, come da prassi e da identit\u00e0 fondativa. Uno di fronte all\u2019altro, a torso nudo, tanto per ribadire quanta foga e ardore ci mettano, i due non risparmiano nel muoversi in lungo e in largo nella loro ormai nutrita discografia.<br \/>Il 2025 li ha riportati sul mercato con lo sfaccettato \u201cPost Apocalyptic Depression\u201d, ma quest\u2019ultimo non monopolizza una setlist omnicomprensiva di quello che i Mantar sanno offrire: comune denominatore resta un fare selvaggio, per quanto rigoroso nell\u2019impostazione, tra le ritmiche quadrate e dirompenti di Erinc e il chitarrismo abrasivo ma cangiante di Hanno, i suoi vocalizzi di marca crust\/punk e lo humour nella pause, a stemperare il carico opprimente dei volumi e sottolineare l\u2019approccio ben poco costruito di questi musicisti.<br \/>Per chi scrive il meglio arriva dai brani pi\u00f9 datati, con \u201cSpit\u201d (dall\u2019esordio \u201cDeath By Burning\u201d) ed \u201cEra Borealis\u201d (dal successivo \u201cOde To The Flames\u201d) a darci le mazzate pi\u00f9 dolorose. Felici averli rivisti dal vivo dopo qualche anno. (Giovanni Mascherpa)<\/p>\n<p>Mentre scriviamo queste poche righe, ci giunge notizia della volont\u00e0 degli <strong>WARNING<\/strong> di registrare nuovo materiale, che andr\u00e0 ad arricchire un\u2019anagrafe di brani piuttosto esigua (circa dieci pezzi) ferma al 2006.<br \/>Il nome della band \u00e8 indissolubilmente legato a quello di Patrick Walker, che dei quattro di Harlow \u00e8 stato voce e leader, prima di esplorare nuove strade espressive con i 40 Watt Sun. Al di l\u00e0 delle differenze stilistiche, ci\u00f2 che distingue realmente i due progetti \u00e8 che, mentre nei lavori dei 40 Watt Sun la sfera emozionale \u00e8 protagonista della scena (valgano come esempio pezzi emozionanti come \u201cReveal\u201d o \u201cCarry Me Home\u201d), gli Warning osservano il susseguirsi degli eventi con un senso quieto di fatalit\u00e0, opponendo alle dolorose immagini del doom tradizionale una sorta di malinconico acquerello.<br \/>\u201cWatching From a Distance\u201d, appunto, come il titolo del loro secondo e, per ora, ultimo album, la cui scaletta viene riproposta fedelmente sul palco del Damnation: oltre cinquanta minuti per un concerto di dolcezza infinita, a partire da una title-track in cui le chitarre elettriche si infrangono pigre, ad ondate, contro un canto che guarda la sua vita cambiare, impotente, passando per \u201cBlueprints\u201d (meno di otto minuti, la cosa pi\u00f9 vicina a un singolo mai pubblicata dalla band) e \u201cFaces\u201d, la cui melodia mostra i primi tentativi di connettersi allo slowcore, fino al tremolante raggio di luce che attraversa \u201cEchoes\u201d (\u201cAnd when I see you smile I know there\u2019s something stronger yet than any dream I ever placed at someone\u2019s feet\u201d).<br \/>La resa dei pezzi \u00e8 straordinariamente vicina a quella sentita su album: il lavoro di Prestidge dietro le pelli \u00e8 preciso e minimale come sempre, e Patrick Walker sta quieto al microfono con la grazia distaccata di un Nick Holmes, limitandosi a mimare i colpi di batteria con la bocca, tra una strofa e l\u2019altra. Per molti presenti, il concerto migliore del festival. (Stefano Protti)<\/p>\n<p>Infine, tocca ai<strong> NAPALM DEATH<\/strong>, e non potrebbe esserci chiusura pi\u00f9 simbolica per un festival come il Damnation. Shane Embury \u00e8 ancora convalescente, e al suo posto al basso troviamo Adam Clarkson dei Corrupt Moral Altar: Barney ci tiene subito a chiarire che Shane torner\u00e0 non appena star\u00e0 meglio, accolto da un\u2019ovazione collettiva. Il resto \u00e8 il consueto spettacolo travolgente: una miscela di caos organizzato e rabbia lucida, che non smette mai di essere coerente con se stessa. L\u2019impronta delle ultime opere si fa sentire, specialmente nei brani pi\u00f9 sperimentali, come l\u2019ottimo tributo post-punk di \u201cAmoral\u201d, ma i grandi classici non mancano, e ogni pezzo storico scatena un\u2019onda d\u2019urto che percorre tutta la sala.<br \/>Barney, sempre pi\u00f9 asciutto ma ancora instancabile, urla, corre, gesticola, con la stessa energia di sempre. Il resto del gruppo completa il quadro con precisione, mentre il pubblico, diviso tra veterani stanchi e fan in piena trance, reagisce con entusiasmo incondizionato. \u00c8 un concerto che va oltre la semplice esibizione e che, con il passare dei minuti, sa sempre pi\u00f9 di un abbraccio tra band e pubblico, i quali, per buona parte, condividono la stessa etica e la stessa integrit\u00e0.<br \/>I Napalm Death chiudono cos\u00ec l\u2019edizione 2025 nel modo pi\u00f9 coerente possibile: con un messaggio di onest\u00e0 e libert\u00e0 artistica\u2026 le stesse qualit\u00e0 che fanno del Damnation uno dei festival pi\u00f9 vitali d\u2019Europa. (Luca Pessina)<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-650225 aligncenter\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns=\" http:=\"\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"560\" data-lazy- data-lazy- data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/napalm-death-damnation-2025-700x560.jpg\"\/><\/p>\n<p>            <script async src=\"\/\/www.instagram.com\/embed.js\"><\/script><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Report di\u00a0Luca Pessina, Giovanni Mascherpa e Stefano ProttiFoto a cura di\u00a0Em Coulter Photography (Sito\u00a0|\u00a0Instagram\u00a0|\u00a0Facebook) Per celebrare il proprio&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":215911,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1443],"tags":[203,204,1537,90,89,1538,1539],"class_list":{"0":"post-215910","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-musica","8":"tag-entertainment","9":"tag-intrattenimento","10":"tag-it","11":"tag-italia","12":"tag-italy","13":"tag-music","14":"tag-musica"},"share_on_mastodon":{"url":"https:\/\/pubeurope.com\/@it\/115552836941222563","error":""},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/215910","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=215910"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/215910\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/215911"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=215910"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=215910"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=215910"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}