{"id":216090,"date":"2025-11-15T11:16:11","date_gmt":"2025-11-15T11:16:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/216090\/"},"modified":"2025-11-15T11:16:11","modified_gmt":"2025-11-15T11:16:11","slug":"gli-allenatori-del-tennis-sono-diventati-delle-vere-e-proprie-superstar","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/216090\/","title":{"rendered":"Gli allenatori del tennis sono diventati delle vere e proprie superstar"},"content":{"rendered":"<p>etimologia di coach \u00e8 piuttosto evocativa: carrozza. Il carro trainato dai cavalli ha preso il nome dal villaggio ungherese in cui, nel Medioevo, un gruppo di artigiani si era specializzato nella produzione di quel mezzo di trasporto, e coach, nell\u2019Ottocento, era la figura individuata nelle universit\u00e0 britanniche, deputata alla cura e all\u2019instradamento degli studenti che si potevano permettere un tutore privato. Nel tennis, che i giocatori si avvalgano dei servizi di un cocchiere non \u00e8 certo una novit\u00e0: da Harry Hopman, grande coach degli australiani nell\u2019era d\u2019oro, all\u2019algido Lennart Bergelin, guida tecnica \u2013 e parafulmine \u2013 di Bj\u00f6rn Borg, la figura dell\u2019allenatore del campione era gi\u00e0 conosciuta. Tuttavia, esisteva come elemento pi\u00f9 che altro funzionale, necessario al gesto tecnico, indispensabile per sviluppare la strategia in campo e, s\u00ec, magari anche condividere le solitudini della vita da giramondo dei tennisti, ma era sostanzialmente non riconosciuta, invisibile ai pi\u00f9.<\/p>\n<p>Nelle fotografie di repertorio lo si scorge appena, un\u2019ombra ai margini, spesso in tuta e con lo sguardo assorto. Nessuno, tra il pubblico, avrebbe saputo dire chi seguisse i giocatori italiani di alto livello; e solo i pi\u00f9 appassionati, avvicinandoci ai tempi nostri, ricordavano il nome di Ronnie Leitgeb, ex giornalista austriaco poi coach del numero uno del mondo Thomas Muster e di <a href=\"https:\/\/www.rivistaundici.com\/2025\/11\/09\/intervista-gaudenzi-atp\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener nofollow\">Andrea Gaudenzi, oggi presidente ATP<\/a>. L\u2019allenatore era l\u2019uomo della panchina, non della ribalta. Semmai, una qualche visibilit\u00e0 era garantita al capitano di Coppa Davis: in Italia, la figura di Adriano Panatta \u00e8 associata alle imprese nei match per l\u2019insalatiera al pari dei drittoni di Camporese e dei tuffi di Can\u00e8. Oggi, al contrario, il coach \u00e8 una figura centrale, lautamente riconosciuta, raccontata, scrutata, spiata, seguita sui social.<\/p>\n<p>Capostipite di questa trasformazione, pur in tempi analogici, fu Nick Bollettieri, ex marine americano di origini italiane, sguardo tagliente e pelle perennemente abbronzata, pi\u00f9 simile a un personaggio di Hollywood che a un tecnico sportivo. La sua accademia in Florida, poi acquisita dal colosso IMG, fu la prima vera fabbrica del tennis moderno: oltre agli atleti, Bollettieri produceva immagine, appartenenza, epica. Attorno a lui ruotavano Agassi, Courier, Seles, Sharapova: una costellazione che faceva del coach una star collaterale, degna di comparire nelle pubblicit\u00e0 degli sponsor dei suoi campioni. Nell\u2019era dei social e della comunicazione istantanea, Patrick Mouratoglou ne \u00e8 probabilmente la versione aggiornata, quasi postmoderna. Alla sua accademia di Sophia Antipolis anche i tovaglioli recano il logo personale, con le iniziali P e M. Mouratoglou \u00e8 l\u2019allenatore-imprenditore, il coach-produttore, l\u2019uomo che allena, commenta, organizza tornei (l\u2019esibizione stile videogame UTS) e pubblica video motivazionali, didattici, tecnici, editoriali. Tutta promozione. Una figura che tiene insieme performance e narrazione, l\u2019allenamento sui campi \u2013 magari non proprio tutto il giorno \u2013 e il brand. Non allena soltanto i giocatori, allena anche l\u2019idea stessa di s\u00e9 come personaggio e star del tennis. Il fenomeno, com\u2019era prevedibile, \u00e8 deflagrato anche in Italia, amplificato dall\u2019effetto-Sinner.<\/p>\n<p>Oggi Simone Vagnozzi, che pure ha il profilo discreto di chi preferisce il lavoro ai riflettori, e che da coach di Stefano Travaglia e Marco Cecchinato era noto solo alla conventicola dei lavoratori del mondo tennistico per le sue qualit\u00e0 tecniche, conta \u2013 nonostante un atteggiamento pressoch\u00e9 opposto a quello di Mouratoglou, un inglese non troppo fluente e un carattere schivo \u2013 oltre 100mila follower su Instagram. Pi\u00f9 di molti parlamentari italiani, pi\u00f9 di certi sindaci di metropoli europee. Dopo l\u2019ultimo US Open ha dovuto pure agire contro le fake news a lui dedicate e smentire dichiarazioni sul conto di Sinner mai rilasciate, inventate da un\u2019eco digitale che non conosce gerarchie di attendibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Un tempo nessuno avrebbe avuto interesse a falsificare le parole di un coach; oggi, il suo lessico \u00e8 materia pubblica. \u00c8 insomma accaduto qualcosa di simile a ci\u00f2 che, nel calcio, \u00e8 gi\u00e0 avvenuto con gli allenatori-star: le parole di Guardiola o Mourinho vengono analizzate come testi letterari, con tanto di esegeti pronti a scandagliare pause e sopracciglia, non detti e frecciate. Nel tennis, sport per definizione individuale, la figura del coach \u00e8 diventata un secondo protagonista, un contrappunto scenico. Basta un gesto nel box, un\u2019espressione di tensione, un applauso ritardato: ogni movimento viene registrato, tradotto, interpretato. Il coach contemporaneo non pu\u00f2 pi\u00f9 limitarsi alla tecnica, pare. Deve saper leggere la complessit\u00e0, gestire la comunicazione, decifrare i dati del sentiment digitale che ruota intorno al suo giocatore.<\/p>\n<p>Il tennis \u00e8 diventato anche un problema di statistica, e dunque di linguaggio: chi allena deve sapere come raccontare la percentuale di prime, la mappa dei colpi, il margine psicologico. \u00c8 un mestiere che oscilla tra il laboratorio e lo spettacolo, e non stupisce, allora, che molti allenatori siano diventati figure pubbliche, obbligate a padroneggiare la retorica del visibile. Eppure, il rischio di tutto questo \u00e8 la perdita della dimensione autentica, quell\u2019elemento che faceva di certi coach figure pittoresche e irregolari. Il leggendario Pato \u00c1lvarez, per esempio, se ne stava nel box con tute anonime, disinteressato a telecamere e sponsor, interessato solo a visionare il prodotto del suo lavoro durante la performance. Oggi i coach, in larga maggioranza, indossano la stessa divisa del giocatore, marchiata, studiata. Persino le posture sembrano coordinate. Scattano in piedi ad applaudire il punto, mostrano il pugno, tanti si girano a favore di camera e microfono: orpelli ormai fissi nelle tribune dedicate ai coach.<\/p>\n<p>Accanto al coach \u201cdi campo\u201d, si \u00e8 da tempo affermata la figura del supercoach: l\u2019ex campione che torna come guida simbolica, consigliere tecnico e depositario di un sapere carismatico. Lendl con Murray, Becker con Djokovic, Edberg con Federer e cos\u00ec via, fino ai tempi nostri in cui quasi ogni stella ha un consulente dal curriculum sportivo eminente. \u00c8 una genealogia costruita per filiazione, una maniera per ribadire che il tennis, pur nella solitudine del singolo, ha bisogno di una linea di sangue per trasmettere la conoscenza e i trucchi per abbattere le barriere pi\u00f9 robuste: i tornei dello Slam. I padri-allenatori, per contro, un tempo onnipresenti, stanno scomparendo. Rimangono casi come quello di Apostolos Tsitsipas o di Zverev padre, ma sono eccezioni. Il tennis maschile contemporaneo tende a separare affetti e professione. Il coach \u00e8 un consulente, non un parente; un professionista dotato di competenze trasversali, capace di leggere i dati come un analista e di mediare come un diplomatico.<\/p>\n<p>In un certo modo, l\u2019aver saltato la seconda fila per la prima ha anche cambiato le dinamiche del gioco, o parte di esse. Dal primo gennaio di quest\u2019anno \u00e8 in vigore la norma ITF che rende il coaching possibile ovunque. Dopo anni di gesti pi\u00f9 o meno velati e in codice, ora non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 bisogno di nascondersi e, anzi, la presenza di occhi fissi sulla tribuna dei giocatori ha titillato l\u2019ego dei pi\u00f9 presenzialisti, cosicch\u00e9 sembra quasi che alcuni tennisti, prima sostanzialmente indipendenti, ora abbiano continuo bisogno di una parola o un gesto (o entrambi) alla fine di ciascun punto, nessuno escluso. Ormai siamo abituati a vedere i due grandi del tennis, Alcaraz e Sinner, rivolgersi dopo ciascun quindici ai loro coach, o per comunicare qualcosa \u2013 che sia pur solo un pugnetto alzato al cielo \u2013 e ci pare cosa normale; cos\u00ec Djokovic, da ragazzo quasi mai cos\u00ec comunicativo col suo angolo. Ci pare normale ma, per una vita, nel tennis non lo \u00e8 stato. Anche per chi, come me, fa telecronache, il contributo vocale o gestuale di un coach \u00e8 passato dall\u2019essere pressoch\u00e9 nullo, fino ai primi anni Duemila, a prendersi progressivamente spazio e tempo anche del racconto della partita: Tartarini (coach di Musetti) ha detto questo e Lorenzo ha risposto altro, Vagnozzi ha consigliato cos\u00ec, pap\u00e0 Cobolli ha spiegato al figlio di rispondere cos\u00e0, Colangelo ha ricordato a Sonego la posizione sulla seconda di servizio.<\/p>\n<p>\u00c8 cos\u00ec e basta, che piaccia o meno. A chi scrive non piace, anche se l\u2019ipocrisia del no coaching era evidente nella sua inapplicabilit\u00e0, ma tra i grandi giocatori solo Taylor Fritz, per sua scelta, ama per lo pi\u00f9 il silenzio tra s\u00e9 e coach Russell, perch\u00e9 convinto di doversela sbrigare da solo. Per tutti gli altri, fiumi di parole e di gesti. Oggi un coach deve saper gestire, o imparare alla svelta a farlo, la sua dimensione pubblica, perch\u00e9 non si pu\u00f2 pi\u00f9 nascondere, n\u00e9 forse desiderarlo, perch\u00e9 non \u00e8 pi\u00f9 parte della sua discrezionalit\u00e0. Quando Federer vinse il suo primo titolo ATP, a Milano, nel 2001, il suo allenatore era Peter Lundgren. Era stato un ottimo professionista a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Poteva attraversare piazza Duomo senza che nessuno lo riconoscesse; oggi, se Vagnozzi si facesse una passeggiata dalla Madonnina alle Colonne di San Lorenzo, ancor pi\u00f9 con la tenuta da lavoro, rischierebbe di essere fermato a pi\u00f9 riprese per domande estemporanee e richieste di selfie.<\/p>\n<p>La conseguenza \u00e8 anche un controllo pi\u00f9 stretto delle esternazioni: se, un tempo, un coach poteva esprimersi liberamente, slegato dal contesto del giocatore, oggi anche la comunicazione \u00e8 il precipitato di un\u2019unica fonte, e un allenatore di un big potrebbe trovarsi in ambasce se dovesse commentare aspetti della programmazione o delle prestazioni del suo giocatore non preventivamen te concordati. Del resto, quando la bua al gomito di Sinner a Wimbledon mobilit\u00f2 la stampa italiana alla ricerca di notizie, fin\u00ec che il fortino del campione si chiuse a ogni ingerenza e gli unici leaks arrivarono da una mossa non preventivata: il vecchio saggio Darren Cahill, serafico e profondo pensatore del tennis, che disse \u2013 o si lasci\u00f2 sfuggire \u2013 qualcosa in diretta sul canale televisivo del quale \u00e8 collaboratore. Il prossimo passo? Chi lo sa. Nel calcio, che sotto questo aspetto \u00e8 avanti di qualche decennio, oggi gli allenatori pubblicizzano birre, assicurazioni, carte SIM e connessioni Internet. Sono aziende, talora loghi, filosofie di vita, meme: un approdo probabilmente inevitabile.<\/p>\n<p>Da\u00a0Undici\u00a0n\u00b0 65<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"etimologia di coach \u00e8 piuttosto evocativa: carrozza. 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